• Home ·
  • Cultura ·
  • Dizionario eretico. Per una critica della parola vilipesa
  • 15giu

    Dizionario eretico. Per una critica della parola vilipesa

    Perché parliamo nel modo in cui parliamo? Perché per significare una certa cosa, un pensiero, un’emozione scegliamo una parola piuttosto che un’altra? Perché mentre parliamo riteniamo che proprio quella parola pronunciata sia perfetta per esplicitare esattamente ciò che pensiamo? E perché mentre comunichiamo agli altri le nostre intenzioni crediamo che chi ci ascolta dia alle parole il medesimo senso che gli attribuiamo noi? Ma su tutte le questioni sollevate, spicca l’interrogativo originario, senza di cui nessuna di queste domande avrebbe senso: cos’è il linguaggio? Qual è la sua definizione, la sua essenza?

    Generalmente per linguaggio si intende la facoltà propria dell’uomo di esprimersi e comunicare tramite un sistema di simboli, in particolare di segni vocali e grafici. Ora, che questa sia una prerogativa esclusivamente umana io non mi sentirei di sostenerlo, e dal mio angolo prospettico, di scettico radicale, sospendo il giudizio. D’altronde non è questo il momento di disquisire sulle modalità con cui tutti gli animali comunicano fra loro. Qui si tratta di capire cosa sia il linguaggio per noi, animali umani, e quali trasformazioni abbia subito negli ultimi secoli.

    Se accettiamo l’idea che il linguaggio sia la facoltà con cui l’uomo si esprime, è chiaro che le parole, alla base del linguaggio, assumono il ruolo di legante relazionale fra chi parla e chi ascolta. La parola che costituisce il linguaggio è quindi un vettore sociale, politico, interpersonale. Non esiste di per sé, non potrebbe essere pronunciata senza un ascoltatore: chi parla da solo, infatti, non sta parlando, ma ragiona ad alta voce. La parola pronunciata diventa linguaggio solo nella relazione interpersonale e comunitaria: si parla a qualcuno, si parla per qualcuno e con qualcuno.

    Proviamo a pensare alle parole come a dei legami che tengono insieme due o più persone. Quando ci si riconosce all’interno di un medesimo orizzonte, entro una stessa comunità, si finisce per parlare la stessa lingua. Anche perché le parole che abitano un luogo, abitano anche la relazione che si costituisce fra i parlanti di quel luogo e la realtà circostante. Ciò sta anche a significare che ogni luogo ha le sue parole, ogni luogo costituisce un linguaggio e i concetti con cui gli abitanti si esprimono e si comprendono a vicenda.

    Per esemplificare il ragionamento potrei ricorrere ad un aneddoto riferitomi da un mio amico nigeriano, il quale, tornato al suo paese natale, non riusciva a spiegare ai bambini del villaggio cosa fosse la neve. Ad un certo punto, per risolvere la difficoltà e per placare la curiosità dei suoi piccoli amici, li condusse vicino ad un congelatore, raschiò dall’interno del ghiaccio secco, lo lanciò in aria e disse: «Ecco la neve!». Il motivo per cui i bambini nigeriani non riuscivano a capire cosa fosse la neve è chiaro: non ne avevano i concetti. La neve è un «frammento» di realtà con cui i popoli africani non si trovano ad aver relazione e quindi questa mancata relazione non dà luogo a un legame costitutivo, non dà luogo alla parola neve.

    Da questo punto di vista, allora, ha molto ragione Ludwig Wittgenstein quando afferma che «i limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo». Il mondo che abitiamo consiste nella totalità dei fatti che accadono, e il linguaggio è la totalità delle proposizioni che significano i fatti stessi[1]. Ciò vuol dire che se la neve non «accade» come fatto, quella parola esula dal mio linguaggio, non ne fa parte, sicché diventa un concetto estraneo alla mia lingua, tanto che non la capisco e non riesco ad associare alla parola neve alcuna immagine.

    Ora, se quanto detto sin qui ha una pur minima plausibilità, per cogliere il senso profondo della nostra lingua (e quando parlo di «nostra lingua» non intendo la sola lingua italiana, bensì la lingua occidentale, i concetti occidentali) dovremmo indagare i concetti che colonizzano il nostro immaginario e la nostra cultura, e che costituiscono l’orizzonte entro cui ci riconosciamo e abitiamo come parlanti. Lo spazio culturale, sociale e politico in cui siamo immersi da almeno duemila e cinquecento anni è quello economico. Nel mio libro Dall’economia all’eutéleia (Edizioni per la decrescita felice, 2014) spiego in che senso ritengo che l’oikonomia sia il luogo del dominio dispotico  in cui dal VI secolo avanti Cristo le relazioni comunitarie si sono strutturate verticalmente. Sono cioè state relazioni di dominio esercitato da qualcuno su qualcun altro. Mi riferisco al VI secolo avanti Cristo perché quello è il momento in cui il concetto di economia viene codificato per la prima volta da Senofonte. Con questo non voglio dire che prima di allora si vivevano relazioni orizzontali e conviviali, ma semplicemente che con il saggio intitolato Economico, Senofonte mette in chiaro cosa sia per il mondo greco l’economia.

    Non è questo il momento di riprendere il discorso, che ci porterebbe troppo lontano. Questo accenno l’ho fatto solo per dire che nel considerare il linguaggio occidentale dobbiamo fare i conti con l’orizzonte economico, che da millenni esprime il senso del dominio di qualcuno su qualcun altro. Questa caratterizzazione culturale ha prodotto una trasformazione radicale del nostro modo di parlare. I termini legati alla solidarietà, alla convivialità, al reciproco rispetto, alla pace sono progressivamente spariti. Negli ultimi due secoli, con il capitalismo – prima – e la razionalità tecnologico-capitalista – poi – le parole che usiamo abitualmente hanno subito una torsione semantica in senso violento.

    L’obiettivo che mi propongo in questo dizionario eretico è di rimettere al centro le parole comunitarie, da troppo tempo dimenticate e celate sotto una coltre d’indifferenza, e le parole che liberano l’uomo dalla violenza e dal dispotismo, mostrando di volta in volta le trasformazioni a cui abbiamo costretto il nostro linguaggio, senza forse neppure accorgercene.

     

     

    Interesse, s.m. [dal verbo difettivo latino inter-esse] etimologicamente significa stare in mezzo, tra l’essere. L’interesse esprime dunque una relazione conviviale tra i soggetti che partecipano del legame. Significa essere fra le cose di varie persone, e da qui esprime anche il senso di importare, di premere. Si nutre allora un interesse per qualcuno quando importa, preme, che questo qualcuno stia bene. L’interesse è quindi il risultato di un rapporto orizzontale comunitario e non privato. Da questo punto di vista, non può esistere in alcun modo un ‘interesse per se stessi’, un ‘interesse economico’, un ‘interesse soggettivo’. L’interesse soggettivo è una contraddizione in termini: l’interesse, se è davvero tale, può darsi solo nella condivisione, si esprime e si svela tra l’essere degli esseri che stabiliscono un rapporto.

    In latino, il verbo interesse significa anche passare tra, trascorrere, intercorrere: l’interesse, in questo caso, è ciò che avviene tra due stati dell’essere in relazione fra loro, tra un prima e un dopo. In un solo caso (e all’ultimo posto) il termine esprime il senso dell’essere utile o dell’essere vantaggioso, ma il dizionario latino ascrive questo tipo di interesse alla repubblica e allo stato. Non si tratta quindi di utilità e vantaggi soggettivi.

    Che la lingua occidentale degli ultimi due secoli abbia compiuto un ribaltamento complessivo del senso del termine di cui si sta qui discutendo, si conferma ancor più se consultiamo il vocabolario che traduce il termine «interesse» dall’italiano al latino. Qui, rispetto al dizionario latino, i rapporti sono ribaltati. Al primo posto non troviamo più lo «stare in mezzo» o «tra l’essere», bensì l’interesse come frutto di un capitale, e poi l’affare, il negozio, la convenienza, il tornaconto. Ma a ben vedere emerge con forza un dato assai rilevante. L’interesse come «frutto del capitale» viene tradotto in latino non con interesse, bensì con usura-ae o fenus-oris. Quello che noi chiamiamo interesse dovuto al capitale, i latini lo bollavano come usura. Stesso discorso vale per «affare, negozio, convenienza, tornaconto»: non è interesse il termine scelto per significare queste parole, bensì negotium-ii, utilitas-atis, lucrum-i. Ancora una volta il latino non lascia nulla all’immaginazione, gli affari, gli atti compiuti per convenienza o tornaconto personale sono negozio (da nec-otium, ciò che si oppone all’ozio classico, alla contemplazione), sono utilità, sono atti di puro lucro.

    Ciò che sorprende, però, è constatare come il vocabolario italiano-latino non contempli minimamente il senso etimologico originario della relazione. L’interesse, per la lingua italiana, esprime ormai unicamente il senso del possesso, dell’arricchimento personale, del lucro e non ha più alcun legame con il suo significato di essere tra due soggetti che esprimono idee, passioni ed emozioni.

    Alessandro Pertosa

    Fonte: Italiachecambia

     

     



    [1] Anche le proposizioni, a loro volta, sono fatti del mondo, ma godono della particolare proprietà di essere fatti che significano altri fatti, che sono invece muti. Mi spiego: la parola neve è una parola pronunciata, e poiché la si è pronunciata, la parola neve diventa un fatto. Ma questo fatto è un fatto verbale, parlante. La neve che cade, invece, è un fatto muto. È un fatto che può essere raccontato, ma che non racconta.

    The following two tabs change content below.

    Questo articolo è stato curato dalla nostra redazione nazionale. Se siete un blogger, un circolo o fate parte di una associazione e volete contribuire con dei vostri articoli scrivere a : mdfredazione@gmail.com

Leave a Reply