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  • 23giu

    Gli italiani sempre più “declinisti felici”. E la vita vale più dei consumi.

    “Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci.”
    Mahatma Gandhi.

    E’ racchiusa in questa profetica citazione della grande anima dell’India, il percorso della decrescita felice. Siamo a metà del percorso tra il combattimento e la vittoria. E i segnali di quest’ultima sono sempre più evidenti. Con buona pace di coloro che pensano che un mondo finito possa crescere all’infinito indipendentemente dal pianeta stesso.

    Sempre più italiani iniziano a capire che le tematiche legate alla decrescita felice non solo sono reali e vere ma che siano sempre di più auspicabili. E sono sempre di più gli italiani che iniziano a praticarle. Questo è quanto emerge da una recentissima ricerca del Community Media Research per “La Stampa”, secondo il quale il 70% della popolazione è attenta a equilibrio e sostenibilità del progresso.

    Pubblichiamo di seguito la ricerca, sempre più convinti che la strada intrapresa diversi anni fa si stia rivelando ogni giorno di più la migliore possibile.

     

    Viviamo una metamorfosi inconsapevole, una stagione segnata da trasformazioni sociali ed economiche radicali. Ciò nonostante, fatichiamo a comprenderne la portata reale. Siamo immersi in un «presente continuo» generato dalle nuove tecnologie che fondono passato e futuro in qualcosa che appare tutto contemporaneo. Senza rendercene conto, stiamo riscrivendo i paradigmi dello sviluppo. L’occasione di Expo sotto questo profilo è emblematica. Una molteplicità di Paesi espone non solo architetture o cibi, ma le idee di progresso che li connotano. Un’evoluzione diversa da quella che ha originato le nostre società, e che ancora fatichiamo a prefigurare in modo compiuto. Quel che è certo, è che non è più destinata a una crescita lineare e progressiva, ma molteplice e multidimensionale; non può più contare su una disponibilità illimitata di risorse e deve immaginarsi più equa e sostenibile.

     

    Diversi progressi

    Tutto ciò, all’interno di un quadro complicato dal fatto che alcune parti (minoritarie) del globo hanno già conosciuto lo sviluppo industriale, mentre altre (maggioritarie) si stanno affacciando in questi anni. Proprio per questi motivi, le teorie sul progresso stanno conoscendo rivisitazioni profonde. Studiosi come Senn, Attali, Latouche propongono prospettive diverse per lo sviluppo, passando dal considerare fondamentali la crescita delle capabilities individuali, fino all’idea di una decrescita felice. La stessa misura della ricchezza di una nazione, attraverso il Prodotto interno lordo (Pil) è da anni messa in discussione e si cercano nuovi indicatori. Di considerare come la ricchezza non sia solo frutto della produzione materiale, ma anche della salute, dell’istruzione, del benessere psico-fisico di una popolazione.

     

     

     

    La ricerca

    Su questi temi, la ricerca di Community Media Research in collaborazione con Intesa Sanpaolo, per La Stampa, ha interpellato gli italiani per comprendere quale sviluppo economico ritengano auspicabile. Un elemento svetta in modo netto e coinvolge circa i tre quarti (72,0%) della popolazione, in particolare fra gli abitanti del Nord-Est e del Centro-Sud. Non è pensabile fermare il progresso e la crescita economica, è necessario continuare a produrre e lavorare, ma mutandone il carattere: bisogna prestare attenzione soprattutto alla sostenibilità e alla qualità dello sviluppo. Dunque, è diffusa l’idea che il progresso abbia traiettorie non arginabili. Pur tuttavia, è urgente indirizzarlo all’insegna di un maggiore equilibrio con l’ambiente e nei confronti delle diverse aree del pianeta. Soprattutto, che metta al centro la qualità della vita. All’opposto, troviamo quanti ritengono non si debba uscire dalla strada fin qui percorsa, che si debba continuare a lavorare e produrre come abbiamo fatto finora perché altrimenti rischieremmo di perdere la ricchezza costruita. È una quota marginale (5,0%) e con una particolare concentrazione nel Mezzogiorno. Fra queste posizioni, si collocano due punti di vista diversi, ma prossimi fra loro. Da un lato, quanti esprimono in modo manifesto l’idea che la qualità della vita sia determinata da una riduzione drastica di ritmi di produzione e consumi. Anche questo caso annovera un nucleo di persone contenuto (17,6%), ma non marginale soprattutto al Nord-Ovest, dove lo sviluppo industriale di matrice fordista ha avuto la maggiore presenza. D’altro lato, si osserva un orientamento difensivista. Il benessere attuale può bastare: l’importante è difenderlo (5,4%).

     

    I profili

    Volendo offrire una misura di sintesi, abbiamo costruito il profilo degli orientamenti verso lo sviluppo economico. Il gruppo più cospicuo è formato dai «sostenibili» (72,0%) che mettono l’accento sull’equilibrio e la qualità del progresso. Tale posizione è particolarmente presente presso la componente maschile, dei 60enni e degli studenti. Molto distante troviamo il gruppo dei «declinisti felici» (23,0%). È una quota minoritaria, ma non esigua e che trova diffusione in particolare presso donne, 50enni, laureati e abitanti nelle aree di più antica industrializzazione (Nord-Ovest). Infine, i «conservativi» (5,0%) che propongono di non mutare il modello di sviluppo fin qui perseguito. È una quota marginale, diffusa tra gli ultra 65enni, casalinghe, abitanti nel Mezzogiorno e con basso titolo di studio. Sostenibilità ambientale, equilibrio dello sviluppo globale, centralità della qualità della vita costituiscono le aspettative verso lo sviluppo economico per la grande maggioranza degli italiani.

    Daniele Marini

     

    Fonte: LaStampa.it

     

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