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    Seconda Conferenza Nazionale Decrescita, Sostenibilità e Salute: qualche spunto di riflessione.

    La salute è un diritto fondamentale dell’individuo, così come recita la costituzione italiana.

    Negli ultimi anni ci troviamo a confrontarci con una continua riorganizzazione del sistema sanitario, con tagli ai fondi, blocchi del turnover, chiusura di ospedali.

    Sappiamo che gli sprechi ci sono e vanno contrastati, ma allo stesso tempo è necessario poter garantire i servizi essenziali ed assicurare la piena tutela della salute dei cittadini.

    La Rete Sostenibilitàe Salute nasce circa un anno e mezzo fa e riunisce 22 associazioni attive nell’ambito di un fare critico nella salute, con l’obiettivo comune di proteggere, promuovere e tutelare la salute. Ameno di un anno dalla Conferenza alla Camera dei Deputati, “Decrescita, Sostenibilità e Salute: associazioni e politica a confronto”, la rete ha redatto un documento che riassume la loro visione complessiva inerente la salute: la Carta di Bologna per la Sostenibilità e la Salute[i].

    Sabato 13 giugno si è tenuta a Torino, in collaborazione il Circolo MDF locale,la Seconda Conferenza Nazionale“Decrescita, Sostenibilità e Salute: Dalla Carta di Bologna al TTIP: la parola ai cittadini”. In questa occasione la rete ha presentato pubblicamente la Carta di Bologna, grazie agli interventi di vari membri delle associazioni aderenti, ed ha espresso le sue preoccupazioni riguardo il TTIP, il trattato di libero commercio bilaterale attualmente in discussione tra UE e USA.

    La cornice dell’evento è stata la Cavallerizza Realedi Torino[ii], bene UNESCO oggi in degrado, che grazie alla movimentazione popolare è stato liberato ed aperto alla cittadinanza per promuovere un nuovo modo di viverela città. Questo luogo è un simbolo del fallimento dell’attuale modello di sviluppo, ma ancor più della capacità dei cittadini di riappropriarsi di un bene comune e prendersene cura, insieme. Allo stesso modo la rete mira ad occuparsi del bene salute con responsabilità ed azione.

     

    La premessa della Carta di Bologna spiega chiaramente che “L’attuale modello di sviluppo, fondato su una crescita illimitata e indiscriminata dell’economia, senza attenzione all’equa redistribuzione della ricchezza e ai diritti delle persone, non è sostenibile dal punto di vista economico, sociale e ambientale, ma soprattutto non è in grado di assicurare la piena tutela della salute delle generazioni presenti e future”.

     

    Un sistema basato sulla crescita ed il consumismo non migliora le condizioni di vita, ma accentua le diseguaglianze socio-economiche della popolazione. Non a caso un recente studio dell’OCSE[iii] ha stimato che in Italia l’1% della popolazione detiene il 14,3% della ricchezza nazionale, praticamente il triplo rispetto al 40% più povero, che detiene solo il 4,9%. Inoltre nel 2013 il reddito medio percepito dal 10% più ricco della popolazione è stato 11 volte superiore a quello percepito dal 10% più povero[iv]. Questi dati rendono evidente il fatto che il sistema attuale non sia compatibile con l’equità, perlopiù in salute.

     

    L’equità in salute non è una mera questione di potere di acquisto. Vi sono numerosi studi che dimostrano quanto i cittadini in condizioni di svantaggio socio-economico tendano ad ammalarsi di più, a guarire di meno, a perdere più facilmente autosufficienza e ad avere una minore speranza di vita[v][vi]. Queste diseguaglianze sociali, dovute a povertà materiale e povertà di reti di aiuto, disoccupazione, basso titolo di studio, rientrano tra i cosiddetti determinanti della salute insieme a fattori quali l’età, il sesso e la nazionalità[vii]. Numerosi studi hanno provato quanto lo stato di salute di una popolazione sia influenzato per circa il 50-60% dai determinanti socioeconomici ed ambientali[viii][ix]. A questi sono strettamente legati gli stili di vita, quali l’abitudine al fumo o all’alcool, la tendenza all’obesità, l’attività fisica svolta, che sono tra i maggiori fattori di rischio delle malattie più letali (infarti, tumori, ecc…). L’impatto sullo stato di salute attribuibile al sistema sanitario non supera il 15-25%.

     

    Questi dati dovrebbero farci riflettere su quanto il paradigma della sanità attuale, che ricalca un modello consumistico, vada ripensato. Innanzitutto bisognerebbe ridare centralità alla persona/paziente ed impegnarsi alla sua tutela garantendo una maggiore equità sociale e delle politiche di prevenzione fondate sui determinanti sociali e sugli stili di vita. Non bisogna quindi investire di più sul sistema sanitario, ma investire meglio.

     

    E’ essenziale ridurre gli sprechi in sanità, a partire dal sovra-utilizzo di indagini e trattamenti inappropriati. Il movimento Slow Medicine ha aderito al progetto internazionale “choosing wisely” con “fare di più non significa fare meglio”[x]. Sono stati individuati esami e trattamenti a rischio di inappropriatezza in Italia, tra cui assumono un gran peso il sovra-utilizzo di antibiotici, con conseguente resistenza agli stessi, il ricorso eccessivo alle risonanze magnetiche ed ai cesarei. Inoltre, la sanità maneggia tanti soldi, è ad alto rischio di corruzione[xi]. Si stima che in Europa circa il 5,6% del budget destinato alla sanità si perda in frodi fiscali[xii] e circa il 20% in sprechi[xiii].

     

    I punti sottoscritti dalla Rete Sostenibilità e Salute nella Carta di Bologna ambiscono ad un nuovo modo di tutelare la salute, che considerano non solo un diritto individuale ma anche un bene comune. C’è bisogno di ridare centralità alla prevenzione e all’assistenza primaria per occuparsi in maniera integrata del paziente. Il Sistema Sanitario Nazionale deve restare universale e contrastare gli sprechi e le diseguaglianze di accesso ai servizi sanitari.

     

    Permettetemi un ultimo affondo sulla questione dei TTIP. Molti di voi già sanno che il trattato di liberalizzazione commerciale transatlantico (Transatlantic Trade and Investment Partnership) si pone l’obiettivo di abbattere dazi e dogane tra Europa e Stati Uniti per favorirne i commerci. Per raggiungere l’intento si punta a demolire le barriere non solo tariffarie ma anche normative, limitando l’autonomia degli stati coinvolti nel deliberare le proprie leggi. Studi internazionali stimano che non vi sarebbero reali vantaggi economici per gli stati membri, il cui Pil dovrebbe aumentare di meno dello 0.5% in 10 anni[xiv].

     

    “Cosa c’entrano i TTIP” con la salute?”, potrà chiedersi il lettore. Ebbene, i TTIP potrebbero avere ripercussioni sulla salute dei cittadini, sia dirette che indirette. Occupandosi di qualsiasi commercio fuori dal monopolio di stato, anche i servizi sanitari verrebbero coinvolti, con il rischio di monopolizzazioni del mercato e probabili aumenti dei costi per i cittadini.

    Ma l’esperienza di altri trattati internazionali insegna che le ripercussioni indirette possono essere ancora più subdole, in quanto gli stati potrebbero incorre in severe multe in caso emanino leggi a tutela dell’ambiente e della salute che ledano interessi di multinazionali, com’è successo in passato in seguito ad altri trattati internazionali[xv]. Occorre che tutti noi prendiamo coscienza e ci mobilitiamo per far sì che questi accordi non siano ratificati: da questo dipende anche il futuro della nostra salute.

    Selene Bianco

    A questo link trovate tutti i materiali della conferenza e gli audio degli interventi


    [i] http://www.sostenibilitaesalute.org/?page_id=2

    [ii] https://cavallerizzareale.wordpress.com/

    [iii] http://www.repubblica.it/economia/2015/05/21/news/ocse_ricchezza-114896949/

    [iv] http://www.oecd.org/italy/OECD2015-In-It-Together-Highlights-Italy.pdf

    [v] G. Costa “L’equità nella salute in Italia. Secondo rapporto sulle diseguaglianze sociali in sanità”, edito da Fondazione Smith Kline, presso Franco Angeli Editore, 2014

    [vi] P. Braveman “The social determinants of health: it’s time to consider the causes of the causes.” Public Health Reports (2014), 129 Suppl 2:19-31.

    [vii] M. Marmot “The Marmot review final report: Fair society, healthy lives”, University College London . 2010.

    [viii] http://www.cdc.gov/socialdeterminants/FAQ.html

    [ix] http://www.who.int/social_determinants/resources/paper_ca.pdf

    [x] http://www.slowmedicine.it/fare-di-piu-non-significa-fare-meglio/la-storia-di-choosing-wisely.html

    [xi] http://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato15042014.pdf

    [xii] http://www.agenas.it/images/agenas/atti/3dicembre/5_De_Micheli.pdf

    [xiii] http://www.agenas.it/images/agenas/atti/3dicembre/6_Nicolini_Fausto_Fiaso.pdf

    [xiv] http://ase.tufts.edu/gdae/Pubs/wp/14-03CapaldoTTIP_IT.pdf

    [xv] https://stop-ttip.org/it/qual-e-il-problema/

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