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    Cibo stampato e carne “coltivata” in laboratorio: ecco cosa mangeremo nel futuro

    Intitolato Future Food 2050, il convegno ha cercato di prospettare soluzioni che servano a sfamare la crescente popolazione mondiale e allo stesso tempo a ridurre gli sprechi, contribuire a prevenire i conflitti, a preservare l’ambiente, le risorse naturali e salvare molte specie animali dall’estinzione. Non sorprende quindi che personalità come l’ex segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan, il genetista e premio Nobel Monkombu Sambasivan Swaminathan (padre della rivoluzione Verde Indiana e teorico dell’ecologia economica), eco-attivisti come Bianca Jagger e visionari come Temple Gardin, siano tra i maggiori sostenitori di Future Food 2050.

    I ricercatori riuniti a Chigago hanno discusso di politica alimentare e di come trasformare pratiche industriali che contribuiscono alla creazione di fenomeni perversi come il sovraccarico del sistemi biologici (ovvero l’uso di ritrovati chimici per far crescere gli animali da allevamento in maniera smisurata per scopi puramentre commerciali). Hanno anche ragionato su come convincere i leader mondiali a restituire 150 milioni di ettari di foresta disboscata al loro stato naturale entro il 2020, come proposto dalla Jagger. E ancora, hanno pensato a come promuovere cibi maggiormente nutritivi attraverso quella che Swaminathan definisce biofortificazione delle derrate agricole (l’ibridizzazione naturale dei raccolti per incrementarne il contenuto proteico, vitaminico e minerale). Ma gli esperti hanno anche evidenziato il fatto che la soluzione non può non includere progetti che esulano dal novero di quelli tradizionali.

    Si pensi ad esempio a prodotti come MagMeal, della sudafricana AgriProtein, formulato con proteine derivate dalla Black Soldier Fly, una mosca diffusissima in Sud Africa, per il consumo animale. O pietanze di biologia sintetica formulate espressamente su misura biologica del consumatore che possono essere eventualmente faxate a una stampante tridimensionale. Un sistema questo che Jeffrey Blumberg, professore di Scienza della nutrizione alla Tufts University (Massachusetts), definisce Precise Nutrition, ovvero, nutrizione di precisione, dal momento che personalizza la dieta sviluppando nutrienti volti a ottimizzare l’espressione del Dna di coloro che li assumono. Un sistema questo che presenta anche vantaggi dal punto di vista industriale – perché elimina gli sprechi e razionalizza il sistema produttivo – ed ecologico, dal momento che produce un’impronta ambientale inferiore a quella dei sistemi produttivi tradizionali.

    Blumberg immagina un futuro nel quale la nutrizione giochi un ruolo ancora più importante nella gestione della salute delle persone. Un futuro nel quale l’analisi periodica del Dna di un individuo serva a produrre una dieta in grado di combattere le possibili patologie – incluso il cancro – alle quali il consumatore è geneticamente predisposto mentre offre fortificazione per le funzioni fisiologiche, cardiovascolari, epatiche e neurologiche.

    “La soluzione ai problemi di salute del mondo non sta in farmaci migliori ma in una migliore alimentazione”, dichiara Blumberg, che dirige anche il Centro di ricerca sulla Nutrizione Umana allo Usda, “Nel futuro saremo in grado di dire a un paziente che tipo di frutta, verdura, o grano deve scegliere e con quale frequenza mangiarlo. Oppure, se ha una stampante tridimensionale, in cucina il dottore gli può infornare un pezzo di pane o un biscotto contenente gli ingredienti che lo curano”.

    E proprio la stampa 3D sembra destinata a giocare un ruolo di rilevanza nell’alimentazione del futuro. A partire dalla Ibm che ha creato Chef Watson. Si tratta di una app concepita per funzionare proprio con le stampanti 3D una volta appresi i gusti e il profilo medico di una persona. Chef Watson prepara ricette curative che sembrano essere uscite da un libro d’alta cucina. Anche Darpa, la super agenzia statunitense che sviluppa le armi del futuro, ha un debole per la stampa 3D e la Precise Nutrition alle quali intende affidare il benessere delle truppe statunitensi sul campo di battaglia.

    “I soldati saranno muniti di sensori biometrici. Inseriti sotto la pelle i sensori spediranno i dati biometrici ottenuti dal soldato sul campo di battaglia alla stampanti che appronteranno così pietanze contenenti la giusta mistura di nutrienti e stimolanti necessari a sostenerlo”, dichiara Mary Scerra, ricercatrice del Food Directorate dell’esercito statunitense e responsabile della ricerca di Darpa. “Collegate in rete con i sensori biometrici, le stampanti produrranno in tempo reale il pasto ideale per ottenere la massima resistenza, chiarezza mentale e risposta immunitaria dai combattenti. La nostra intenzione è quella di armare i nostri soldati con l’alimentazione che gli permetterà di rimettersi rapidamente in caso ferite e resistere più a lungo possibile in situazioni fisiche e mentali estenuanti”.

    Anche i maggiori atenei statunitensi, dalla Columbia University ad Harvard, scommettono sulla stampa tridimensionale per il futuro dell’alimentazione. Un gruppo di dottorandi al Mit ha infatti sviluppato il progetto Digital Fabricator, una linea di prototipi di stampanti tridimensionali per uso casalingo. Cornucopia, ad esempio, è una macchina in grado di combinare (e cucinare perfettamente) fino a 12 ingredienti differenti nella stessa pietanza. La linea Digital Fabricator è curata negli Usa e in Brasile dal Marcelo Cohelo Studio.

    Ma la novità che ha fatto discutere di più a Chicago è stata quella della carne coltivata. Favoleggiata da genetisti e futuristi della prima ora, la carne coltivata in laboratorio è diventata di recente una realtà grazie a ricerche condotte all’università di Maastricht dal fisiologo olandese Mark Post. Nel 2013 spendendo 300mila dollari Post e il suo gruppo furono in grado di coltivare 80 grammi di carne di manzo in laboratorio.

    In una fase di sviluppo più avanzata rispetto al 2013, a Chicago Post ha sottolineato che il valore principale delle fattorie di carne non deve essere misurato dal punto di vista monetario immediato, o per la loro capacità di produrre profitti, ma soprattutto per la loro capacità di ridurre l’insicurezza alimentare a livello globale e preservare l’ambiente usando meno acqua e terra del modello animale tradizionale.

    Studi comparativi condotti da Post, e da altre istituzioni universitarie, hanno infatti dimostrato che una tonnellata di carne coltivata richiede 376 volte meno ettari di terra di quanti ce ne vogliono per pascolare una tonnellata di carne tradizionale e consuma solo il 10 per cento d’acqua di quanta ne consumano gli animali. Un dato che fa riflettere ulteriormente è poi quello relativo all’inquinamento atmosferico. Al confronto con una tonnellata di carne animale, la produzione di una tonnellata di carne di laboratorio riduce le emissioni di anidride carbonica in un percentuale che varia dall’80 al 95 per cento.

    “E i benefici non sono solo di carattere ambientale”, dichiara Post, “ma anche di salute pubblica. È risaputo che la carne tradizionale contribuisce all’aumento del colesterolo e incrementa il rischio di cancro. La carne di laboratorio al contrario può essere disegnata con un contenuto di omega 3 e omega 6 tale da produrre un abbassamento del colesterolo e promuovere la salute cardiovascolare. Per non parlare poi della riduzione delle epidemie da avvelenamento da cibo”.
    E sebbene le fabbriche che producono carne coltivata siano ancora una trovata avveniristica (a New York la Modern Meadow dovrebbe mettere in commercio patatine di carne coltivata nei prossimi mesi), un futuro di rigori ambientali meno drastici, soprattutto per quanto riguarda il consumo d’acqua, fa gola agli statunitensi che, dalla California alla East Coast, stanno facendo i conti con siccità pluriennali e alluvioni bibliche.

    Fonte: Repubblica.it

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