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    Città e partecipazione attiva

    Londra, 1944; la cellula urbana nel West Ham. Fonte immagine: G. Rigotti, Urbanistica. La composizione, Utet, 1973.

    Uno degli aspetti più controversi nella vita in città è il nichilismo urbano. Buona parte degli abitanti non è interessata a conoscere come sia sorto, nato e sviluppato il luogo ove vive, molti di essi non lo sapranno mai, e oggi molti di noi non hanno la conoscenza su come la pubblica amministrazione gestisca la nostra vita direttamente e indirettamente. Tutto ciò, nonostante sia abbastanza evidente che la città influisce positivamente e/o negativamente sulla qualità di vita, sulla nostra salute e la nostra psiche. Nella nostra cultura cittadina, a partire dal secondo dopo guerra, non esiste alcuna tradizione moderna legata alla partecipazione attiva circa la costruzione e la trasformazione dei luoghi urbani, a parte alcuni episodi sperimentali; è invece nota, ahimé, l’enorme pressione di pochi soggetti privati, mossi dalla rendita fondiaria e immobiliare, che hanno influenzato la costruzione delle città poiché attraverso le rendite, appunto, hanno saputo rubare diritti e risorse alla maggioranza degli abitanti che hanno solo subito l’avidità di piccole oligarchie feudali.

    Per rigenerare le città è necessario che questo conflitto diventi pubblico, aperto e condiviso. In tutte le città d’Italia esistono rendite di posizione che vanno abbattute. In numerose di queste realtà, le nostre città, troviamo problemi legati alla salute, all’uso dell‘energia, alle densità e alla mobilità. Tutti questi problemi hanno una e più soluzioni progettuali, che possono diventare corretta morfologia urbana se e solo se i cittadini diventano i committenti della rigenerazione urbana scavalcando l’industria immobiliare e affrontando il conflitto delle rendite di posizione attraverso processi di partecipazione, piani di recupero e forme societarie di azionariato diffuso popolare coordinate da una regia pubblica. Serve un processo di impronta bioeconomica per migliorare la qualità della vita, rimanendo all’interno dei principi costituzionali e uscendo da consuetudini obsolete come le espansioni e l’aumento dei carichi urbanistici, che sfruttano le tecniche perequative per favorire il ritorno economico degli interessi privati, che di per sé non sono sinonimo di qualità e tanto meno di tutela dell’interesse generale.

    Il fallimento delle città è divenuto palese quando il capitalismo ha mostrato il suo volto nell’accezione più sincera: economia del debito (usurpazione della sovranità monetaria), matematica finanziaria, borse telematiche, paradisi fiscali e società off shore. La cultura liberista sostituisce lo Stato sociale (diritti e doveri), privatizza i processi, “nasconde” i reali interessi a ignari cittadini elettori, e accumula capitali sia attraverso le rendite (fondiarie e immobiliari) e sia attraverso gli strumenti finanziari (scommesse e fondi privati investimento). Architettura e urbanistica sono cancellate e sostituite dai processi economici e giuridici poiché tali discipline sono state psico programmate nel corso dei secoli, e sono la fonte ispiratrice di una secolare tradizione politica e culturale espressione del nichilismo e del materialismo imperante nell’intero mondo occidentale, e consente a imprenditori e governanti di accumulare ricchezze nel modo più semplice, più veloce e più efficace tenendo all’oscuro le masse, che addirittura attraverso il voto legittimano processi immorali e distruttivi dell’ecosistema (servitù volontaria). Nel secolo ‘900 l’urbanistica stessa viene edulcorata, favorisce le rendite di pochi privati e costruisce la città capitalista che sviluppa la regressione della specie umana. Da questa osservazione critica della realtà, i cittadini possono partire per ripensare la città contrastando la regressione ma favorendo lo sviluppo umano e progettare la città fatta per la specie umana.

    Uno dei temi più studiati è proprio il riuso e il recupero urbano per conservare e tutelare città e territorio, e l’inclinazione culturale più efficace è quella bioeconomica che suggerisce la costruzione di bioregioni urbane, e il riequilibrio del rapporto fra uomo e natura. Per avviare un nuovo rinascimento è sufficiente conoscere la storia e partire proprio dalla cultura, dalla letteratura e dall’architettura. E’ noto che la religione chiamata capitalismo è incompatibile con la fotosintesi clorofilliana e la vita del pianeta Terra, non si tratta di un’opinione ma una realtà scientifica determinata dalla termodinamica. L’aspetto più straordinario è che dalle conoscenze scientifiche sono sorte tecniche costruttive e tecnologie a buon mercato che realizzano edifici e città sostenibili. Nel mondo occidentale, Ottocento e Novecento sono stati i secoli del capitalismo nichilista e le città sono l’immagine di quello spirito del tempo che oggi volge al termine. Il capitalismo stesso sta lasciando il territorio conquistato nei secoli scorsi e si radica nei paesi emergenti. Le città europee sono in trasformazione e l’impianto istituzionale è a dir poco inadeguato e obsoleto rispetto ai capricci ed ai cambiamenti condizionati dall’avidità degli azionisti, giocatori d’azzardo nel mercato globale. Rispetto alla complessità della società, è auspicabile che una massa critica di cittadini consapevoli possa mostrare una concreta speranza di aprire l’epoca che verrà costruita sulla bioeconomia, e non più sul capitalismo violento della globalizzazione. Si tratta di un atto volontario, cioè un’evoluzione culturale ove l’avidità non rientra più nel governo del territorio, ma è la qualità del progetto al centro delle priorità, qualità giudicata e valutata dai cittadini consapevoli di dover migliorare la qualità della vita rispetto ai principi bioeconomici.

    Sul concetto di qualità urbana è necessario concentrare le risorse mentali poiché in altri ambiti le teorie bioeconomiche stanno proponendo precetti già maturi, ad esempio la scuola territorialista con la bioregione urbana. E’ necessario portare la bioeconomia nelle città, cioè nei tessuti urbani per sostenere rigenerazioni degli ambienti costruiti esistenti ma aggiungendo qualità, cioè decoro e bellezza liberate dalle logiche mercantili.

    Fonte: Peppe Carpentieri, https://peppecarpentieri.wordpress.com/2015/05/28/citta-e-partecipazione-attiva/

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    Titoli di studio: maturità scientifica (Salerno), laurea in scienza dell’architettura e dell’ingegneria edile (Uni Parma) e qualifica professionale in competenze in energy manager. Abilità: dal dicembre 2005 ho iniziato a usare il web 2.0, aprendo il mio diario on-line, un blog, prima su blogs.it e poi su wordpress.com. Nel 2010 ho condiviso il testo “Qualcosa” che non va, in creative commons, e può essere letto o scaricato da scribd, Issuu o Calameo. A gennaio del 2014 pubblico Dalla resilienza alla rigenerazione, in creative commons, piccolo testo che suggerisce nuova occupazione utile attraverso la rigenerazione delle città, il testo è leggibile e scaricabile da scribd e Issuu. A gennaio del 2015 pubblico Appunti di storia dell’urbanistica salernitana degli anni ’70. L’evoluzione negata, in creative commons, appunti di un periodo urbanistico completamente sconosciuto, mai raccontato ai propri cittadini. Volontariato: socio MDF dal 22 giugno 2008. Socio fondatore del circolo del Movimento per la Decrescita Felice (MDF) di Parma. Sono stato consigliere nazionale di MDF, ed oggi per MDF nazionale sono membro del gruppo tematico Decrescita, Territorio e Insediamenti Umani, con la proposta “urbanistica e bioeconomia”. Dal 2015 sono socio del circolo MDF Salerno.

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