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  • 07gen

    QUANDO NELLA VITA SI È…PER DUE TERZI SCHIAVI

    Riportiamo da Terranuova.it questo interessante articolo realizzato da Andrea Strozzi in esclusiva per la citata testata giornalistica.

    Ringraziamo Andrea Strozzi per avere autorizzato la citazione dal suo blog.

    «Questo non vi piacerà. Per la verità, piace poco persino a me. Perché è… vero. Sono veri i numeri. Vere le emozioni. Vero il rimpianto. Vera la consapevolezza. Vero il successo. Vera la sensazione di libertà.

    Come molti di voi ormai sanno, ho mollato un prestigioso lavoro dignitosamente retribuito nel 2014, dopo quasi quindici anni nel settore finanziario. A fare cose “serie”, diciamo. Delicate. Strategiche. Responsabilizzanti. Aggettivo ingannevole, quest’ultimo. Perché inevitabilmente… relativo. Relativo al contesto in cui mi trovavo. Io ero responsabile in quel contesto. Ma ero dannatamente irresponsabile in molti altri. Salto i passaggi intermedi (tutti raccontati nel mio libro), per dire che si arriva così al punto in cui, se alla mattina vuoi continuare a guardarti allo specchio senza abbassare lo sguardo, il salto devi farlo per forza. E infatti lo feci.

    Con la fine del 2015, si sta chiudendo il primo anno interamente da outsider. Un anno in cui ho potuto gustarmi una nuova concezione della vita. Una dimensione in cui sono finalmente io a farmi le regole che possono servirmi. La prima e più importante di queste regole si chiama tempo. Non sono più gli altri a scandirlo adesso, ma soltanto io. Questa cosa è impagabile. E per molti aspetti indescrivibile. Credo che abbia intimamente a che fare con il concetto di libertà.

    In questi giorni ho rimesso in fila le cose. Le ho ripensate. Rimuginate. Le ho valutate e rivalutate. Con occhi diversi. Con chiavi di lettura che fino ad ora avevo solo sfiorato. Adesso le ho quantificate. E ho paura, adesso. Paura a specchiarmi in ciò che sto per scrivere. Così come dovreste averla voi, paura. Per quello che è stato. E per quello che sarà. O che non sarà.

    La questione è semplice:per chi, o per che cosa, si lavora.

    Ho elencato tutte e sole le spese che nel 2013, l’ultimo anno intero in cui ho avuto un lavoro salariato, ho sostenuto per… lavorare! Che cioè erano strettamente dipendenti da quel lavoro. Perché funzionali ad esso. Spese piccole e grandi che ero costretto a sostenere per il solo fatto di trovarmi inserito in quel meccanismo. La famosa ruota del criceto, certo. Ho quindi convertito l’ammontare di quelle spese in ore e giorni di lavoro, banalmente dividendole per il mio guadagno netto orario. In pratica, ho applicato alla lettera la filosofia di José Pepe Mujica, in base a cui quando compro qualcosa, non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che mi è servito per guadagnarli.

    Vediamo quanto mi sono costate quelle spese necessarie a poter lavorare, allora:….continua al link della pagina fonte dell’articolo

     

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Discussion One Response

  1. 8 gennaio 2016 alle 12:38

    Premetto che mi fa ovviamente piacere che l’articolo sia stato ritenuto degno di ripubblicazione da parte Vostra.

    Ci tengo però a precisare – perché messo giù così sembra fuorviante – che la mia autorizzazione alla pubblicazione era rivolta a TerraNuova (il mio editore), da cui è stato prelevato.

    Ciao,
    Andrea

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