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  • 31mar

    Il valore aggiunto dell’usato

    di Antonio Conti*

    La Rete nazionale Operatori dell’Usato (Rete Onu) ha recentemente organizzato un convegno, presso la Sala Aldo Moro di Palazzo Montecitorio a Roma, per presentare alcune proposte per permettere al settore dell’usato di esprimere le proprie potenzialità nella cornice dell’”economia circolare”. È appannaggio specifico del riutilizzo, infatti, la conservazione del valore aggiunto nei beni per il maggior tempo possibile, secondo la definizione della Commissione europea nella definizione delle attività appartenenti all’economia circolare.

    L’incontro ha focalizzato l’attenzione sul mondo dell’usato e sul suo quadro giuridico, a oggi inadeguato per le sfide di sostenibilità. Per questo Rete Onu ha sviluppato una proposta di riordino normativo, che nasce dalla constatazione di un quadro normativo debole e farraginoso, per molti versi ostile al riuso e ancora inadeguato a svilupparne le potenzialità sui terreni dell’ambiente, dell’occupazione, dell’inclusione sociale e della cultura, e insieme all’esigenza di costruire regole su misura per i beni usati e il riutilizzo, per determinare lo sviluppo delle potenzialità del settore.

    Rete Onu vuole così interpretare il mandato comunitario che, sul terreno ambientale, conferisce al riuso una funzione sociale determinante, sia per la prevenzione nella produzione dei rifiuti, che per la svolta nella gestione dei rifiuti.

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    Augusto Lacala, presidente della rete, ha illustrato il ruolo e le funzioni questa associazione di associazioni che rappresenta cooperative sociali, negozi in conto terzi, rappresentanti di organizzazioni di fiere e mercati, rete di sostegno ai migranti (e fasce deboli) e non ultima la realtà dei negozi dell’usato. “È un piccolo miracolo che in sei anni siamo riusciti a realizzare”. “Una rete, fino ad oggi, di invisibili, di borderline, quasi di fuorilegge, vista la scarsa considerazione delle leggi. Il lavoratore dell’usato è stato sempre visto come operatore di serie B. Come se l’usato fosse un comparto da non tenere in considerazione, come se le tovaglie sulle quali mangiamo al ristorante fossero sempre intonse, nuove; come in albergo immaginare che le lenzuola, seppur lavate e profumate, non siano state già usate e riusate da qualcuno. Il riuso è un momento importante nella vita quotidiana di ognuno di noi, riusiamo continuamente oggetti, quasi senza accorgercene”.

    Sebastiano Marinaccio, vicepresidente Rete Onu, ha sottolineato come il settore dell’usato sia un comparto ormai giunto a un certo grado di maturità e concretezza che consente di fornire dei numeri. “Quello dell’usato è, infatti, un settore che, anche se considerato marginale, recenti studi dimostrano come nel 2015 abbia generato volumi d’affari pari a 16 miliardi (elaborazioni Doxa)”.

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    Si è inoltre evidenziato come il settore dell’usato (escluso il web) sottragga al mondo dei rifiuti beni per circa 300,000 tonnelate/anno quantificabili in 4/5 chilogrammo/abitante/anno e che superando alcuni ostacoli normativi, come ad esempio, sulla preparazione per il riutilizzo, si consentirebbe una crescita della capacità d’intercettazione di rifiuti pari a 650,000/tn/anno destinate a riutilizzo, pari a circa 11 kg/ab/anno per un valore di 1.300milioni di Euro/anno creando circa 15.000 nuovi posti di lavoro, 22,9 lavoratori per 1000tn, senza contare l’indotto.

    Nel mio intervento come Portavoce Rete Onu, ho illustrato il percorso che ha condotto alla presentazione di una proposta di riordino normativo del settore che superi il senso di minorità di un settore che è sempre stato considerato il parente povero del nuovo per ciò che concerne il commercio, e il parente povero del riciclo per ciò che attiene la green economy”. Il legislatore europeo nella definizione del ruolo del riutilizzo nell’economia circolare evidenzia come sia l’attività che conserva il più a lungo possibile il valore aggiunto contenuto nei beni. Questo perché chi acquista un bene quasi mai arriva a utilizzarlo fino al suo naturale fine vita, per questo il restituire una seconda vita a beni di cui il primo proprietario si è disfatto acquista un ruolo fondamentale per il risparmio delle risorse del pianeta, e questa funzione è svolta dal settore dell’usato.

    Pietra angolare delle proposte presentate è il riconoscimento di un codice attività che definisca la platea degli attori e consenta una maggiore capacità di misurazione degli apporti del settore, specie dal punto di vista ambientale. Secondo elemento è quello della creazione di un Consorzio del riuso che stabilizzi un sistema di relazioni tra organismi pubblici (ministero dell’ambiente, enti locali, aziende municipalizzate per la gestione dei rifiuti) e privati (i Consorzi del riciclo) per massimizzare i benefici per ognuna delle parti coinvolte in un’ottica di sistema, affinché il riutilizzo collabori fattivamente con le altre forze che concorrono alla sviluppo dell’economia circolare.

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    Altro punto fondamentale è costituito dalle modifiche alla disciplina del commercio finalizzate a funzioni di riordino normativo, a determinare le condizioni per un corretto profilo dell’attività effettivamente svolta, che differisce molto da quella del nuovo, cui poi applicare una raccolta fiscale congrua e puntuale, che vada a eliminare gli attuali fattori distorsivi, a costruire piattaforme d’emersione, a dare strumenti efficaci alla funzione di inclusione sociale che il settore dell’usato storicamente assolve, e a costruire un sistema di autorizzazione alla creazione di mercati specifici per il settore dell’usato che, senza stravolgere la normativa esistente, conferisca un ruolo preminente come organizzatori, alle reti di operatori e agli organismi collettivi e associativi, con la regia del Consorzio.

    Dal punto di vista ambientale si sottolinea l’assenza di decreti attuativi che hanno inibito la nascita di comparti come quello della preparazione per il riutilizzo (oggi allo stato embrionale) che garantirebbe nuova occupazione e riduzione della produzione di rifiuti. Sarebbe opportuno realizzare una politica  fiscale più amichevole che tenga conto dell’effettiva redditività delle nostre attività e che riconosca il contributo ambientale che esse garantiscono. Questo si può tradurre in premialità, senza che queste si tramutino in saldo negativo per la raccolta fiscale, che favoriscano la loro insediabilità.

    La visione di economia circolare che sottostà a queste proposte  è quella dove non domini un attore, magari un’industria con accanto una piattaforma di scambio elettronica di beni, e una pletora di attori non professionali sotto, modello di sharing economy interessante ma che non tiene conto del lavoro dei molti. Pensiamo invece ad un modello in cui tanti possano vivere stabilmente di questa economia, e consentire che i benefici degli scavi della miniera urbana possano rimanere nei territori.

    Il convegno ha registrato un consenso unanime per le proposte presentate da parte delle forze politiche presenti (Pd, M5S e Sinistra italiana), e segna un passaggio importante per il mondo dell’usato: la fine di uno stato di minorità e, assieme, la possibilità di essere più efficaci per quelle funzioni d’inclusione sociale e di economia solidale che fanno del settore del riuso una grande economia popolare.

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    Ma qual è allora il valore aggiunto dell’usato all’economia circolare? È il suo valore sociale. Da sempre appannaggio dei ceti più popolari della società dato il basso livello d’investimento in entrata, il riutilizzo è il comparto a più alta intensità di lavoro vivo nell’ambito dell’economia circolare. Allo stesso tempo è quello più debole, perché è rimasto fuori da processi di assimilazione alle forme della media e della grande impresa. Nel costruire il percorso in cui il riuso si dispone a esser messo a sistema nell’ambito dell’economia circolare è su quest’aspetto sociale che occorre concentrarsi. Bisogna farlo su tre direttrici:

    • La prima è quella classica dell‘economia sociale solidale, attiva già da tempo nel riutilizzo, e che qui può trovare ampi margini e opportunità di rilancio, sia per scopi mutualistici, cioè costruire lavoro di qualità migliore di quello presente sul mercato, sia per scopi d‘inclusione sociale, permettendo così accesso al mercato del lavoro a soggetti svantaggiati altrimenti esclusi.
    • La seconda è quella che insiste sui soggetti più deboli e costruisce percorsi di autopromozione a partire da pratiche informali che vanno dotate di dispositivi di legittimazione. È il caso dei mercati spontanei, oggi spesso additati come problema di ordine pubblico, e che invece possono essere ricondotti a degna esistenza attraverso le forme dell’”area di libero scambio”, secondo l’esempio di una delibera torinese che ha così legittimato il mercato spontaneo che si svolgeva nell’area del Balon: non si tratta semplicemente di mettere un ombrello legale a una pratica sociale, si tratta di costruire opportunità per soggetti deboli con il concorso solidale della società civile, per dotare questi soggetti di forza e dignità.
    • La terza è quella che costruisce piattaforme di emersione per quei soggetti che hanno già sviluppato attraverso il riuso un’attività stabile, esercitata oggi in forma sommersa. Si tratta di una platea che in Italia è animata da almeno trentamila persone, e che rischia altrimenti di venire esclusa nell’esaurirsi dei coni d’ombra e degli spazi di tolleranza, ritagliati da lungo tempo dai mestieri di strada delle città italiane.

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    È in questo modo che nell’economia circolare si può scoprire, attraverso il processo di ricostruzione sociale del valore d’uso contenuto nelle merci, un contenuto solidale, ben stabilmente agganciato a quello ambientale, che merita di trovare il proprio spazio.

    *Portavoce Rete Onu

    Fonte: comune-info

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