• 19apr

    Depressione post referendum

    Pubblico di seguito la riflessione che don Paolo Farinella, di Genova, mi ha gentilmente inviato. Credo ci faccia bene leggerla per metabolizzare il dato del referendum e iniziare una migliore riflessione sui temi trattati e su quelli che da questi possono prendere forma e pensiero.

    Genova 18-04-2016. –

    È andata come non poteva non andare, considerati il reato d’istigazione alla
    diserzione del boss del governo, l’ammutinamento della tv pubblica e, in parte privata, di quasi tutta la
    stampa e le falsità sui posti di lavoro che si sarebbero stati persi. Diversi amici e amiche mi scrivono
    dicendomi che sono andati a votare SI e ora sono depressi perché il voto è stato inutile e comunque «non c’è
    niente da fare».
    Prendo atto che non si sia raggiunto il quorum, ma non sono soggetto a depressione post referendum
    perché non conosco né depressione né scoraggiamento, né tanto meno rassegnazione. Anche se tutti i votanti
    avessero votato NO e solo io SI, ne sarebbe valsa comunque la pena perché ho votato secondo la mia libera
    coscienza in formata, senza essermi venduto ad alcuno, senza avere ricevuto benefit dai petrolieri, senza
    avere avuto paura del ducetto Renzi e della sua compagnia di merende. Difendere l’ambiente contro una
    chiara forma di inquinamento autorizzato dal governo che lascia circa 40 piattaforme inattive da anni a
    marcire per sempre nelle acque del Mediterraneo, ne valeva e ne varrà sempre la pena, anche da solo.
    Invito le Amiche e gli Amici a riflettere.
    Ci sarebbe stata sconfitta se la battaglia fosse stata combattuta ad armi pari con uso appropriato del
    servizio pubblico televisivo e se il governo si fosse astenuto, come sarebbe stato suo dovere in fatto di
    referendum. Il capo del partito Pd, ormai fuori controllo democratico, poteva invitare i suoi a votare secondo
    coscienza, ma non poteva minacciare nella duplice veste di segretario di un partito (= associazione privata) e
    di presidente del consiglio che, aggravante colpevole, ha mobilitato il re emerito Giorgio II che non ha perso
    il vizio di volere comandare anche fuori tempo massimo.
    Circa 15 milioni di Italiani e Italiane sono andati alle urne, di cui l’85,8% ha votato SI. Di questo
    risultato devono cominciare ad avere paura Renzi e i suoi accoliti, perché se si fosse svolto un referendum
    con tutti i crismi della democrazia, avrebbero stravinto i SI. Se sconfitta c’è stata, questa è di pertinenza del
    governo e dei suoi alleati perché hanno vinto in modo scorretto, diffondendo dati non veritieri e barando
    nella dinamica democratica. Non temete: tanto va il Renzi al lardo che ci lascia lo zampino.
    Non so se avete notato che la stessa sera di domenica nella conferenza stampa per commentare il
    risultato, la paura gli si leggeva in volto. Era una maschera tragica e ogni parola era nervosa e ballerina,
    nonostante gli sforzi per nasconderla. Intanto la stessa conferenza stampa: perché indirla? Non era
    assolutamente necessaria, visti i risultati.

    Il narciso di Rignano doveva farla perché ne aveva bisogno lui per
    illudersi di avere vinto e per mandare messaggi trasversali di stampo malavitoso a chi, nel suo partito, ha
    dissentito come Emiliano, presidente della Regione Puglia, dall’imperatore del nulla.
    Con la faccia da falsario, ha detto che non ha vinto il governo, ma hanno vinto gli operai: lui che ha
    calpestato ogni garanzia sul lavoro, che ha abolito l’articolo 18 che nessuna Confindustria gli aveva mai
    chiesto di abolire perché non è mai stato un ostacolo agli investimenti esteri; lui che ha precarizzato gli
    operai come dimostra il calo verticale delle assunzioni e l’aumento dei licenziamenti, finiti gl’incentivi alle
    imprese.
    Qualcuno, più gigione di altri, aggiunge che «abbiamo buttato all’aria 300 milioni», senza nemmeno
    scomodarsi a pensare che se, come sarebbe stato suo dovere, Renzi avesse accorpato il referendum alle
    regionali, si sarebbero non solo risparmiati più soldi, ma si sarebbe giocato più pulito e il quorum sarebbe
    stato raggiunto. La perdita dei 300 milioni è da addebitare a lui e solo a lui e dovrebbero sborsarla tutti i
    membri del governo, cui bisogna aggiungere il silente e silenziato presidente della Repubblica che avrebbe
    dovuto imporre l’accorpamento e non subire l’offuscamento della democrazia con l’umiliazione del
    referendum.
    Speriamo che le denunce dei radicali e di altri contro il presidente del consiglio dei ministri,
    «pubblico ufficiale … [il quale] abusando delle proprie attribuzioni … si adopera … a indurre
    all’astensione» (D.P.R. 361 del 30 marzo 1957) vada avanti fino in fondo e spero che Renzi venga
    condannato al massimo previsto dalla Legge: tre anni di reclusione con in più il pagamento della multa e
    delle spese processuali.
    Qualcuno conclude che «ormai votiamo per le cause perse». In democrazia non è sufficiente vincere
    a qualsiasi costo, ma è molto più importante decidere e agire con senso di legalità, in coerenza di Diritto,
    fedeltà alla Costituzione e secondo la propria coscienza informata. No! Non abbiamo perso una causa,
    abbiamo vissuto un momento altissimo di vita civile e senso democratico. Vi pare poco in questi tempi di
    «accorciamento» dei diritti e della democrazia? Io sono orgoglioso di avere votato SI. Nonostante Renzi. Chi
    non ha votato per qualsiasi ragione perde il diritto di lamentarsi e di protestare contro le ingiustizie del potere
    perché ne sono complici e fautori. La «servitù volontaria» o l’ignavia non sono mai obbligatorie.

    Paolo Farinella

    Fonte: mauriziopallante.it

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