• 24giu

    Il caffè sospeso

    Napoli, fredda mattina di marzo, le otto e un quarto. Arrivo in centro assai in anticipo rispetto al mio orario di lavoro. E insieme a un caro amico e collega ci concediamo un caffè in una delle più belle caffetterie della città. Mentre sorseggio dalla tazzina, fino in fondo, pensando che questi pochi minuti sarebbero stati l’ultima nota di colore prima del grigiore dell’ufficio, noto una piccola locandina: “Qui si può lasciare un caffè sospeso”. Mi chiedo cosa sia: pur essendo napoletana e frequentando il centro della città da sempre, non ne ho idea. Me lo faccio spiegare. Affascinata.

    Nel dopoguerra, quando davvero per molti era un lusso potersi concedere un caffè al bar (in genere – racconta Eduardo De Filippo – il caffè si comprava fresco, perché costava meno, e tramite “abbrustulatura” si tostava in casa, profumando i vicoli napoletani), chi era più fortunato pagava un caffè per sé e un altro per chi sarebbe entrato dopo nel bar. Era – dice Luciano De Crescenzo – “un caffè offerto all’umanità”. Perciò c’era sempre chi entrava nel locale e chiedeva “C’è un sospeso?”.

    Navigando poi sul web, scoprirò che questa pratica non soltanto ogni 10 dicembre viene ricordata da diversi anni in moltissimi bar cittadini, ma che è diventata anche celebre in tutto il mondo, dove, a seconda di dove ci si trovi, è possibile chiedere un’”empanada pendiente” o la tradizionale tazzina di caffè già pagata.

    Lascio allora un caffè sospeso con grande gioia: mi sembra, in un grigio giovedì mattina, un semplice, ma fiducioso gesto di condivisione coi miei simili. Non è certo il costo del mio espresso a fare la differenza, ma sapere che una tazzina di caffè possa tener alta la speranza di sentirsi fraternamente connessi agli altri, che non serve conoscere la persona che berrà il nostro “sospeso”, né il gestore del bar, perché si potrà aver fiducia nel fatto che nessuno approfitterà della nostra buona fede. Un tempo era un punto d’onore riservare il caffè sospeso a chi davvero ne avesse bisogno e un fatto di lealtà chiederlo solo se necessario.

    caffè sospeso

    Se Pino Daniele vedeva nella nostra “tazzulella ‘e cafè” una variante del tirare a campare, del non voler vedere come unica difesa contro gli indifendibili, contro imbrogli e mistificazioni di quelli che, senza orgoglio né onore, distruggevano (e distruggono) la città, stamattina un caffè è diventato il simbolo di un’umanità che si specchia nell’onestà  e nella fiducia reciproca, respingendo l’abbrutimento dei cuori e l’individualismo legato al produttivismo.

    È un caso, ma nel bar adesso suona un’antica canzone napoletana, autentica poesia. Mi ricorda che nel profondo di ogni essere umano, per quanto amara e spessa possa essere la sua corazza, può scoprirsi un po’ di “zucchero” e che questo, girando girando, col cucchiaino giusto, può arrivare fino alle labbra e addolcire la vita. Zucchero che stamattina arriva fino a me grazie a un solo, semplice, caffè sospeso. E perfino l’ufficio mi sembra un posto migliore.

    Miriam Corongiu

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    Il blog “Georgika” nasce per vivere, riflettere e parlare del rapporto sempre più complesso e stratificato che insiste fra noi e il mondo. Le radici che un tempo ci ancoravano saldamente al nostro territorio vengono ogni giorno spezzate da politiche ambientali insensate e di induzione al consumo sfrenato, col triste risultato che tutti possiamo vedere, mentre la logica del produttivismo e del profitto a tutti i costi azzera l’uomo e ne distrugge i sistemi di riferimento.
    Quando si parla di ambiente, perciò, non si può prescindere dal contesto socio-economico-politico in cui siamo strettamente incardinati perché, per poterlo difendere, è con le regole calate dall’alto che dobbiamo misurarci ogni giorno.
    Georgika è, però, anche un sentiero di campagna: scopriamolo insieme. In questa lunga passeggiata, avrete sempre la possibilità di dire la vostra o di fermarvi semplicemente ad osservare il paesaggio. Se trovate un fiore, coglietelo pure e portatelo con voi. E se sono spine quelle che vedete, non arrendetevi: insieme possiamo renderle meno pungenti e, in questo modo, ogni passo che faremo sarà un pezzetto di terra strappato al deserto che c’è.
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