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  • 05giu

    Indaffarati. Ovvero postumani!

    Siamo costantemente indaffarati, pieni di impegni lavorativi, ansiosi di informarci e condividere, connessi full time. In questa nostra epoca non c’è più spazio per l’essere umano, per i suoi sogni, per i suoi slanci e utopie? Non è detto. Una riflessione a partire dal libro di Filippo La Porta, “Indaffarati”.

    Il nostro è un tempo vorticoso. Schiacciato da bi-sogni – o si dovrebbe forse dire bi-incubi? – sempre nuovi. Dal lavoro che manca. E che quando c’è è mortale. Dai social e dagli amici virtuali. Di quelli che vedi una volta e poi basta, di altri che nemmeno conosci, e che quindi non ami. E se non li ami non possono esserti amici: è una questione di lingua. Di etimologia. Ma andiamo così di fretta che non c’è tempo per niente. Neppure per le parole che usiamo ogni giorno.

     

    A guardarsi attorno, sembra la fine del mondo: o qualcosa che le somiglia. Eppure non è tutto perduto. Almeno questa è la tesi sostenuta da Filippo La Porta, nel suo ultimo saggio: Indaffarati. Libro necessario, perché ci aiuta a capire chi siamo e dove stiamo andando. O come ci stiamo sfinendo fra pranzi e cene di lavoro, connessioni continue, relazioni virtuali. Sempre attivi e pronti a rispondere a qualsiasi sollecitazione provenga dall’esterno. Salvo poi mostrarsi fragili e spesso incapaci di riflessioni profonde, di analisi meditate, di cultura. D’altronde la cultura non è altro che riflessione: abitudine a pensare da soli, a pensare criticamente. Non ha una dimensione quantitativa, e non si misura in libri letti. Piuttosto somiglia a una capacità spirituale, a una vibrazione del sapere che tenta di accogliere la realtà complessa, poliedrica, che fatalmente la eccede.

     

    a dov’è finita la cultura, oggi? E cos’è cultura? In un certo senso, ha ragione La Porta a notare come la nostra non sia affatto un’epoca incolta. Né tanto meno lo sono i giovani, che appaiono, casomai, indaffarati. Sempre con l’acqua alla gola, stressati, ma vogliosi di vita. Di averla tutta. Magari in un palmo di mano. Per poterle rubare il segreto…

     

    Ne abbiamo discusso più volte, anche in questa rubrica. Essere impegnati è trendy. Perché si ha l’impressione che se non si vive fra pranzi e cene di lavoro non si è nessuno. Mentre l’uomo alla moda vuole essere (convintamente) qualcuno. Ha bisogno di scalare la piramide sociale, per trovarsi magari da solo, ma al vertice.

     

    Questa ossessione ha determinato una mutazione antropologica generale. E ha ragione La Porta a notare che «non solo le nuove generazioni ma ciascuno di noi è continuamente ‘indaffarato’, intento a inviare o decifrare ansiosamente un messaggio, a dialogare e informare, a connettersi full time, a verificare una notizia, a cercare un riscontro, a controllare una citazione. (…) Rischiamo così di perdere la fondamentale esperienza della solitudine e dell’ozio contemplativo (…), subiamo ritmi imposti dall’esterno diventando forzati della comunicazione (…). Ci mostriamo indaffarati anche perché impegnati nel fare concreto, nello scambiare e nel condividere, nel collaborare e nel cooperare».

    Time

    Non c’è più spazio per l’essere umano? Per i suoi sogni, per i suoi slanci e utopie? Non è detto. «L’umanesimo, suggerisce La Porta, svuotato dal secolo breve delle guerre mondiali e dei genocidi pianificati, può essere collaudato – a volte inconsapevolmente – nella vita quotidiana, e le sue promesse sono scritte sui muri della metropolitana, negli androni dei palazzi, o sussurrate nel suono del silenzio».

     

    Resta quindi una speranza. Un barlume dal fondo che consente di pensare al nostro come al tempo della pausa fra due note. La storia è una sinfonia: noi ci troviamo all’intersezione fra due accordi diversi, magari fra loro persino dissonanti. Che non consentono esclamazioni, ma solo utopie sussurrate a mo’ di domanda: «E se l’umanesimo – ormai estenuato, tradito da se stesso in innumerevoli situazioni – e cioè il legame insopprimibile con la tradizione culturale (…) – si esponesse oggi a un oscuramento solo provvisorio, o meglio a una trasmissione inedita, a una consegna spiazzante ma forse temporaneamente necessaria?

    Alessandro Pertosa

    Lucillo Santoni

    Fonte: Italiachecambia.org

     

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