• Home ·
  • Cultura ·
  • Decrescita e democrazia nell’epoca della globalizzazione
  • 26lug

    Decrescita e democrazia nell’epoca della globalizzazione

    Il 28 maggio 2013 la società finanziaria J P Morgan Chase&Co, leader nei servizi finanziari globali con sede a New York, ha reso pubblico un documento di sedici pagine, intitolato Aggiustamenti nell’area euro, in cui alle pagine 12 e 13 vengono indicati i problemi che, secondo i suoi analisti, rendono difficile applicare nei paesi dell’Europa meridionale le politiche di austerity, che essi ritengono indispensabili per far ripartire la crescita.

     

    All’inizio della crisi si pensò che i problemi nazionali preesistenti fossero soprattutto di natura economica: debito pubblico troppo alto, problemi legati ai mutui e alle banche, tassi di cambio reali non convergenti, rigidità strutturali. Ma col tempo è divenuto chiaro che esistono anche limiti di natura politica. I sistemi politici dei paesi del sud e le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire una maggiore integrazione dell’area europea.

    I sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quell’esperienza. Le costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo.

    I sistemi politici e costituzionali del sud presentano tipicamente le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; il diritto di protestare se vengono proposte sgradite modifiche dello status quo. Le conseguenze di tale eredità politica sono state rivelate dall’incedere della crisi: i paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali perché i loro esecutivi sono limitati nella loro azione dalle costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), e dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia).

     

    La JP Morgan è stata una delle protagoniste dei progetti di finanza creativa che hanno provocato nel settembre del 2007 la crisi dei mutui subprime. Una crisi che, sebbene sia stata presentata come finanziaria, in realtà era di sovrapproduzione e derivava dal fatto che l’offerta di case era molto superiore alla domanda, per cui gli istituti di credito, per evitare fallimenti nel settore dell’edilizia che si sarebbero estesi a tutto il sistema produttivo, incentivavano a comprarle concedendo mutui anche a clienti che essi stessi classificavano nella categoria dei subprime, ovvero degli inaffidabili, perché erano stati protestati, o non avevano pagato bollette, o avevano fatto bancarotta. La crisi dei subprime è stata la causa scatenante della crisi economica che si è estesa a tutti i Paesi industrializzati a partire dal mese di settembre del 2008, ma le difficoltà del settore dell’edilizia riflettevano la situazione di tutto il sistema produttivo ed erano una conseguenza del processo di globalizzazione.

     

    La globalizzazione: l’ultima fase dell’economia della crescita

    La globalizzazione, cioè l’estensione a tutto il mondo del modo di produzione industriale,[1] costituisce l’ultima fase di una tendenza insita nella finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci. Per accrescere la produzione di merci è necessario ampliare progressivamente il numero dei produttori e dei consumatori di merci, che sono due aspetti della stessa figura sociale, perché i produttori di merci ricevono in cambio del loro lavoro un salario che li mette in condizione di comprare sotto forma di merci tutti i beni di cui hanno bisogno. Per ampliare il numero dei produttori/consumatori di merci le società industriali hanno incentivato e/o costretto quantità sempre maggiori di persone che autoproducevano gran parte dei beni necessari per vivere (i contadini), o producevano valori d’uso (gli artigiani), a trasferirsi dalle campagne e dai paesi nelle città, dall’agricoltura di sussistenza e dall’artigianato all’industria e ai servizi. Sin dai primordi la storia dell’industrializzazione è stata caratterizzata da flussi migratori che sono cresciuti in proporzione con la crescita della produzione industriale.[2] Poiché i produttori di merci non hanno la possibilità di lavorare per autoprodurre i beni di cui hanno bisogno, ma devono e possono comprarli sotto forma di merci, l’aumento del numero dei produttori fa aumentare sia l’offerta che la domanda di merci, ma non in misura proporzionale, perché contestualmente la concorrenza induce ad introdurre nei cicli produttivi innovazioni tecnologiche che aumentano la produttività, cioè la produzione nell’unità di tempo, riducendo l’incidenza del lavoro umano sul valore aggiunto. Pertanto, se l’adozione di queste tecnologie non viene accompagnata da riduzioni degli orari di lavoro, il numero degli occupati per unità di prodotto diminuisce e agli incrementi dell’offerta non corrispondono analoghi incrementi della domanda. Da ciò deriva una tendenza intrinseca alla sovrapproduzione, che nei trent’anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale è stata tenuta sotto controllo tenendo alta la domanda attraverso i debiti pubblici – le spese in deficit per i servizi sociali, l’assistenza, il sovradimensionamento del pubblico impiego, le pensioni di anzianità – e incentivando i debiti privati col credito al consumo. Ciò nonostante, il divario tra gli incrementi sempre maggiori dell’offerta e i più ridotti incrementi della domanda ha continuato ad aumentare. E ha ricevuto un forte impulso dall’aumento della concorrenza internazionale indotta dalla globalizzazione. Questa è la causa della crisi iniziata nel 2008, di cui dopo 8 anni non si intravede ancora la fine e non è escluso che possa ancora aggravarsi.
    La globalizzazione ha coinvolto in tempi brevi, sostanzialmente dall’abbattimento del muro di Berlino (ottobre 1989) e dalla fine del socialismo reale che ne è conseguita, alcuni Paesi in cui vive metà della popolazione mondiale, i cosiddetti BRICS: Brasile, Russia, India, Cina (e sud est asiatico), Sud-Africa. La diffusione del modo di produzione industriale in questi Paesi ha aperto nuovi mercati alle aziende multinazionali dei Paesi occidentali ed è stata indispensabile per consentire all’economia mondiale di continuare a crescere, ma ha creato al contempo una serie di problemi politici, economici e ambientali, che non solo rendono sempre più difficile all’economia di continuare a crescere, ma riducono la desiderabilità di un’economia finalizzata alla crescita della produzione di merci. Per sostenere la concorrenza esercitata dalle aziende industriali dei BRICS, dove le retribuzioni e le tutele sindacali sono inferiori a quelle dei Paesi di più antica industrializzazione, le aziende multinazionali che operano sul mercato mondiale hanno agito in tre direzioni:

    – hanno utilizzato l’informatica per sviluppare innovazioni tecnologiche che sostituiscono i lavoratori con macchine automatiche e robot;

    – hanno ridotto i salari e le tutele sindacali dei lavoratori dipendenti;

    – hanno delocalizzato gli impianti nei Paesi in cui il costo del lavoro e le tutele sindacali sono inferiori.

     

    Queste scelte comportano un peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro nei paesi industrializzati: oltre alla riduzione delle tutele sindacali e dei redditi degli occupati, un aumento del numero dei disoccupati, una maggiore precarietà nei rapporti di lavoro, sempre maggiori difficoltà dei giovani a trovare un’occupazione. Queste dinamiche inevitabilmente conflittuali non possono essere gestite esclusivamente a livello sindacale, ma richiedono il sostegno di interventi legislativi. In particolare le modifiche nella legislazione sul lavoro che peggiorano le condizioni dei lavoratori dipendenti possono essere attuate solo da un’alleanza strategica tra governi e associazioni imprenditoriali. In Italia nel biennio 2014-2015 è stato approvato da un governo sedicente di sinistra il jobs act, che ha abolito lo Statuto dei lavoratori in vigore dal 1970 introducendo criteri di flessibilità nei rapporti di lavoro, con la conseguenza di renderli più precari senza aumentare l’occupazione, come era stato sbandierato per agevolarne l’accettazione sociale. In Francia nel 2016 un governo altrettanto sedicente di sinistra ha proposto l’adozione di alcune misure legislative analoghe che, quanto meno per rispetto della propria lingua, sono state raccolte sotto la definizione di loi travail. La proposta di legge ha suscitato una forte resistenza sindacale, che si è manifestata con scioperi e mobilitazioni di piazza in tutto il Paese, senza tuttavia intaccare la determinazione dell’esecutivo, che l’ha fatta approvare ricorrendo tre volte al quesito di fiducia per evitare il voto del Parlamento.
    Contestualmente, per rilanciare la crescita le agenzie di rating, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Centrale Europea e l’Unione Europea hanno imposto agli Stati maggiormente indebitati di ridurre i loro debiti pubblici, che nel 2013 ammontavano da un minimo del 90,6 per cento del prodotto interno lordo in Gran Bretagna, a un massimo del 175,1 per cento in Grecia, riducendo la spesa per i servizi sociali, adottando criteri privatistici nella loro gestione e/o favorendone la privatizzazione per consentire nuove opportunità di profitto agli operatori economici. Le linee guida degli interventi che sono stati imposti ai governi nazionali per ridurre i loro debiti sono state le seguenti:

    – riduzione della spesa per i servizi sociali: pensioni, scuola, sanità, assistenza;

    • aumento dei carichi di lavoro e riduzione delle retribuzioni dei dipendenti pubblici;
    • – posticipazione dell’età pensionabile e riduzione dell’entità delle pensioni mediante il passaggio dal calcolo contributivo al calcolo retributivo;[3]
    • privatizzazione dei servizi pubblici locali;
    • introduzione di criteri di gestione privatistica nei servizi sociali: nella scuola, nella sanità e nei trattamenti pensionistici;
    • svendita di importanti settori del patrimonio pubblico.

    Il 29 settembre 2011 il presidente uscente e il presidente entrante della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet e Mario Draghi, hanno scritto al Presidente del Consiglio italiano una lettera, che avrebbe dovuto restare segreta (in nome della trasparenza e della democrazia?) in cui indicavano le misure a loro parere indispensabili per rilanciare la crescita economica:

     

    1.Vediamo l’esigenza di misure significative per accrescere il potenziale di crescita. […] Le sfide principali sono l’aumento della concorrenza, particolarmente nei servizi, il miglioramento della qualità dei servizi pubblici e il ridisegno di sistemi regolatori e fiscali che siano più adatti a sostenere la competitività delle imprese e l’efficienza del mercato del lavoro. a) È necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala. b) C’è anche l’esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione. […] c) Dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi.

    1. Il Governo ha l’esigenza di assumere misure immediate e decise per assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche.

    L’obiettivo dovrebbe essere […] un bilancio in pareggio nel 2013, principalmente attraverso tagli di spesa. È possibile intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità e riportando l’età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico. […] Inoltre, il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover e, se necessario, riducendo gli stipendi.

    Negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l’uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione). C’è l’esigenza di un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province) […]

    […] consideriamo cruciale che tutte le azioni elencate nelle suddette sezioni 1 e 2 siano prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare […]

     

    Queste misure concorrono a scaricare i costi della crisi e la riduzione dei debiti pubblici sui redditi delle classi lavoratrici e di ampi settori dei ceti intermedi. Nel loro insieme si configurano come un rilancio in grande stile della lotta di classe, condotta, al contrario di quanto ipotizzava il marxismo, dalle classi privilegiate contro le classi subalterne (con sviluppi che vanno oltre le analisi di Luciano Gallino, pubblicate nel libro La lotta di classe dopo la lotta di classe, Laterza, Roma-Bari 2012). Una lotta di classe che in Italia è stata aggravata da vere e proprie rapine dei piccoli risparmiatori da parte delle banche, con la complicità del potere politico. Il carattere di classe delle misure con cui sono stati scaricati sulle classi subalterne i costi di risanamento dei deficit pubblici, è stato occultato mediaticamente presentandole come le premesse per superare la crisi e rilanciare la crescita, mentre la riduzione dei redditi degli occupati con cui si è tentato di sostenere la concorrenza dei BRICS, è stata presentata come la premessa per affrontare il grave problema dell’occupazione giovanile. Queste linee sono state seguite senza sostanziali differenze da tutti i governi, indipendentemente dal fatto che fossero guidati da partiti di destra o da partiti di sinistra traslocati a destra.
    Destra e sinistra addio

    Nel tentativo di tenere sotto controllo la conflittualità sociale che sarebbe derivata dall’adozione di queste misure antipopolari, le già elencate istituzioni sovranazionali, private e pubbliche, preposte al governo dell’economia mondiale, hanno affidato la loro gestione ai partiti della sinistra moderata nei Paesi in cui questi partiti avevano mantenuto un consenso di massa. In Gran Bretagna e in Italia hanno inserito ai loro vertici rappresentanti dei loro interessi: Tony Blair nel Labour Party e Matteo Renzi nel Partito Democratico. In Francia si sono limitati a manovrare il Presidente della Repubblica, nonché segretario del Partito Socialista, François Hollande, che per la sua inettitudine poteva essere tenuto facilmente sotto controllo. Non hanno avuto bisogno di usare i partiti di sinistra in Germania e in Spagna dove i partiti di centro-destra hanno mantenuto la loro presa sull’elettorato; né, per le stesse ragioni, in Gran Bretagna, quando la destra è tornata al potere dopo che il Labour Party aveva messo in minoranza il loro rappresentante al suo interno, Tony Blair, costringendolo alle dimissioni da primo ministro; né negli Stati Uniti, dove i già labili confini tra destra e sinistra si sono dissolti quasi del tutto.[4]

     

    In Grecia la gestione delle misure che, sotto l’etichetta apparentemente tecnico-economica dell’austerity, scaricano sulle classi popolari i costi del risanamento del bilancio statale, è stata affidata alternativamente alla destra e alla sinistra storiche, il partito liberal-conservatore Nuova Democrazia e il partito socialdemocratico PASOK, con scarsissima efficacia in un caso e nell’altro per l’incapacità di entrambi i raggruppamenti politici di stroncare le resistenze che hanno incontrato a livello sociale. Alle elezioni del 2015 la resistenza sociale alle misure antipopolari imposte dall’Unione Europea, dalla Banca Centrale Europea, dal Fondo Monetario Internazionale e dalle agenzie di rating ha dato la maggioranza a una nuova formazione politica di sinistra, Syriza, che, differenza del partito socialista, era dichiaratamente ostile alla loro applicazione. Dopo essere arrivato inaspettatamente al governo, il suo leader Alexis Tsipras le ha sottoposte a un referendum popolare che le ha respinte. In risposta, l’Unione Europea e le istituzioni bancarie sovranazionali lo hanno costretto a compiere una rapida mutazione genetica e a farle approvare dal parlamento, annullando l’espressione della volontà popolare espressa nel referendum.

     

    Nella fase della globalizzazione la crescita della produzione di merci richiede che vengano posti limiti alla democrazia

    Non era la prima, anche se è stata la più clamorosa attuazione delle indicazioni contenute nel documento in cui la J P Morgan ha sostenuto la necessità di porre limiti alla democrazia nei paesi in cui le costituzioni conferiscono alle istituzioni elettive, i parlamenti nazionali e regionali, o direttamente al popolo attraverso forme di democrazia diretta, il potere di impedire all’esecutivo l’attuazione delle riforme economiche e fiscali che la finanza internazionale, il grande capitale e le istituzioni sovranazionali ritengono indispensabili per superare la crisi, o in cui vigono «tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori» e «il diritto di protestare se vengono proposte modifiche sgradite dello status quo».

     

    Nel 2013 sono state avviate trattative segrete tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea per la definizione di un accordo denominato TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership, Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti) finalizzato a far crescere gli scambi commerciali e gli investimenti tra le aziende multinazionali dei due continenti al fine di dare impulso alla crescita economica.[5] La bozza dell’accordo prevedeva di togliere agli Stati il potere di applicare le norme legislative nazionali che costituissero degli impedimenti alla piena attuazione del trattato, ad esempio le normative sanitarie e ambientali più rigorose poste alle attività produttive in uno Stato europeo rispetto agli Stati Uniti. Evidentemente si tratta di un testo funzionale alla globalizzazione, che subordina la democrazia alle esigenze della crescita economica.

    In Italia nel 2011 un referendum popolare ha abolito le norme che consentivano alle aziende private la gestione dei servizi idrici a scopo di profitto, andando a colpire gli interessi delle aziende multinazionali del settore e delle società per azioni a prevalente capitale delle amministrazioni pubbliche locali: comuni, associazioni di comuni, province, regioni. Le più importanti di esse appartenevano a comuni amministrati da decenni dal Partito Democratico. Da allora all’esito del referendum non è ancora stata data attuazione, sia dalle amministrazioni di centro-destra, sia da quelle di centro sinistra, con le sole eccezioni di un capoluogo di regione e di un capoluogo di provincia, mentre almeno un’assemblea regionale ha votato una delibera che lo respinge.

    In Francia nel 2010 e in Italia nel 2015 sono state istituite le città metropolitane, che di fatto consentono alle principali città capoluogo di assumere decisioni vincolanti anche per gli altri comuni che vi sono inseriti, riducendo la loro autonomia. Sempre nel 2015 in Italia sono state abolite le elezioni provinciali e la scelta dei consiglieri provinciali è stata affidata ai consiglieri comunali tra i consiglieri comunali dei Comuni insistenti nel loro ambito territoriale. Nel 2016 il governo italiano ha invitato i cittadini a boicottare il referendum sulle trivellazioni petrolifere in mare e sulla terraferma, cioè a non esercitare un potere decisionale previsto dalla costituzione, per non interferire con le decisioni prese dal governo in base al potere che il popolo gli conferisce pro-tempore. La stessa volontà di esautorare la democrazia e di concentrare il potere nell’esecutivo, secondo le indicazioni della J P Morgan, caratterizza la riforma costituzionale approvata in Italia lo stesso anno, utilizzando forzature procedurali e la forza dei numeri a scapito non solo della ragione, ma anche, in molti passaggi, della razionalità e della logica. Lo scopo principale sembra essere arrivare nel più breve tempo possibile a mettere di fatto nelle mani del governo la composizione degli organi istituzionali a cui, in base al principio della divisione dei poteri, è demandato il compito di controllare il suo operato e di impedire che fuoriesca dai suoi limiti: il Parlamento, la Corte costituzionale, il Consiglio superiore della magistratura, la Presidenza della Repubblica. L’anno precedente era stata approvata una riforma elettorale che garantisce l’elezione dei capilista indicati dai partiti, riducendo drasticamente la possibilità da parte dell’elettorato di scegliere i suoi rappresentanti nel Parlamento, conferisce un premio di maggioranza esorbitante al partito che al ballottaggio riceva la percentuale più alta di voti senza indicare una soglia minima, esclude la possibilità di eleggere i senatori, che vengono scelti dai consigli regionali tra i consiglieri regionali e i consiglieri comunali dei Comuni insistenti sul territorio regionale.

     

    I tentativi di ridurre la democrazia nei Paesi in cui questa forma istituzionale si è affermata duecentocinquanta anni fa insieme al modo di produzione industriale, rispondono all’esigenza di superare le difficoltà poste dalla globalizzazione alla crescita delle loro economie dalla fine del secolo scorso e al superamento della crisi che li affligge dal 2008. Poiché la scelta fatta dagli organismi della finanza internazionale e delle aziende multinazionali per rilanciare la crescita in questi Paesi presuppone, come si è detto, che i costi del risanamento dei loro bilanci statali siano sostenuti da una riduzione delle spese per i servizi sociali, e che la concorrenza con i costi del lavoro molto inferiori dei BRICS sia sostenuta da una riduzione delle tutele sindacali e delle retribuzioni degli occupati, queste misure di politica economica, industriale, amministrativa e sindacale così penalizzanti per le classi sociali subordinate, possono essere adottate soltanto riducendo il potere delle istituzioni democratiche che consentono ad esse di opporsi. In realtà, in conseguenza di questi interventi non solo non si è aperta una nuova fase di crescita nei Paesi industrializzati, ma la domanda è diminuita e si è accentuata la tendenza alla sovrapproduzione, per cui la crisi anziché attenuarsi si è aggravata. In questa fase storica, in cui il modo di produzione industriale ha raggiunto il suo apice, la globalizzazione è necessaria per far crescere la produzione di merci, ma inducendo a ridurre le retribuzioni nei Paesi di più antica industrializzazione, incentivando la delocalizzazione delle imprese nei Paesi in cui il costo della manodopera è più basso e riducendo la spesa pubblica fa aumentare la domanda meno dell’offerta, per cui la strozza. Di conseguenza, le tradizionali misure di politica economica finalizzate a rilanciare la crescita non possono consentire di superare la crisi, nemmeno se la loro applicazione viene facilitata dalla limitazione degli spazi democratici. Il fallimento dei tecnocrati portati al potere negli ultimi anni, scavalcando le procedure democratiche, lo ha già dimostrato. Senza, naturalmente ridurre di una briciola la loro supponenza.

     

    L’economia della crescita ha bisogno delle migrazioni

    Una conseguenza ancor più devastante della globalizzazione è stata l’attivazione d’imponenti flussi migratori dai Paesi dell’Europa dell’est, dell’Africa e del Medio Oriente verso i Paesi dell’Europa occidentale. Innanzitutto perché, come si è già detto, la crescita della produzione di merci richiede un aumento del numero dei produttori e dei consumatori di merci, che si può ottenere soltanto con forti trasferimenti di popolazione dalle campagne alle città, dall’economia di sussistenza all’economia mercificata. Anche in questa fase, come nelle precedenti, sono state utilizzate le due leve della persuasione e della costrizione. Per incentivare, soprattutto le fasce giovanili dei Paesi in cui ancora persistono ampie situazioni d’economia di sussistenza, a emigrare in cerca di fortuna nei Paesi industrializzati, sono stati utilizzati in maniera massiccia i mezzi di comunicazione di massa. Le reti televisive, soprattutto private, dei Paesi dell’Europa occidentale hanno svolto nei confronti di quelle popolazioni lo stesso ruolo del cinema americano nei confronti dei popoli europei alla metà del secolo scorso, diffondendo il desiderio d’imitazione degli stili di vita consumistici e disinibiti delle società industriali. Insieme a questo potentissimo strumento di persuasione, lo strumento di costrizione principale sono state le guerre combattute, direttamente o indirettamente, dai Paesi occidentali contro i Paesi in cui si trovano i giacimenti di fonti fossili e di altre materie prime indispensabili alle loro economie per crescere. Quando non intervengono con i loro eserciti supertecnologici, i Paesi occidentali fomentano le ostilità tra le differenti etnie, o confessioni religiose, che nel secolo scorso hanno incluso forzatamente all’interno degli stessi confini, per costringerle in uno stato di conflittualità permanente. La loro politica estera viene dettata dalle esigenze delle società multinazionali dell’energia, delle armi e dell’edilizia (che interviene per ricostruire quanto viene distrutto dalle guerre), quando non è gestita direttamente dai loro manager, e utilizza in maniera spietata la violenza e il terrorismo di massa per mantenere alti i profitti aziendali, garantire sostanziosi dividendi agli azionisti, consentire alle popolazioni di continuare a mettere benzina nelle loro automobili e trascorrere le domeniche nei centri commerciali.

     

    Attratti dalle sirene di un consumismo di cui, a parte casi eccezionali, raccolgono solo le briciole, o costretti a fuggire dalle atrocità delle guerre, gli immigrati che arrivano nei Paesi europei, quando trovano un lavoro regolare svolgono le mansioni meno qualificate e meno retribuite, fanno crescere il prodotto interno lordo di questi paesi e non il benessere di quelli in cui sono nati, con i contributi sulle loro retribuzioni consentono di pagare le pensioni dei nativi. Una serie di vantaggi che sarebbe insensato rifiutare, come dicono i sostenitori di un’accoglienza tutt’altro che disinteressata. Ma molti lavorano in nero come schiavi e s’accampano in bidonvilles, o vivono di espedienti, non sempre legali, e trovano sistemazioni precarie per le strade e in edifici abbandonati dei quartieri periferici delle grandi città, aggravandone il degrado a cui già sono ridotti dal disinteresse delle amministrazioni comunali. Tra gli abitanti di quei quartieri, dove la sofferenza sociale raggiunge i picchi più elevati, l’inserimento di gruppi di immigrati in condizioni precarie provoca tensioni e acuisce il risentimento per le differenze crescenti tra le pessime condizioni in cui sono costretti a vivere e il benessere delle classi sociali privilegiate che abitano nei quartieri dove quei problemi non esistono.[6] Rimaste prive di rappresentanza politica dalla mutazione genetica dei partiti di sinistra, che condividono con quelli della destra moderata la valutazione della globalizzazione e, quindi, delle migrazioni, come fattore di crescita, progresso, modernità e ricchezza culturale, inevitabilmente queste classi sociali si sono rivolte alle formazioni politiche, in particolare le destre xenofobe, che le valutano negativamente e cercano di contrastarle, facendo leva cinicamente sulla paura e alimentando l’odio verso lo straniero, spesso nelle maniere più becere, per accrescere il loro consenso elettorale.

     

    La resistenza alle limitazioni della democrazia nell’epoca della globalizzazione

    Nel pieno dell’offensiva finalizzata a ridurre gli spazi della democrazia per imporre le scelte di politica economica che la finanza internazionale e le società multinazionali ritengono necessarie per rilanciare la crescita, due scadenze elettorali nel mese di giugno del 2016 hanno dimostrato che la strategia messa in atto per applicarle incontra forme di resistenza inaspettate e rischia di provocare un effetto Wile Coyote.[7] In Italia, il Partito Democratico, che da difensore degli interessi dei lavoratori si è trasformato in docile esecutore delle volontà del capitale internazionale, è stato sconfitto inaspettatamente alle elezioni amministrative della città di Torino e in misura inaspettata alle elezioni amministrative della città di Roma, dal Movimento 5 Stelle, un soggetto politico dalla fisionomia non del tutto definita, ma sicuramente alternativa ai due schieramenti di destra e di sinistra, su cui si è articolata la dialettica politica nel novecento fino all’abbattimento del muro di Berlino, che ormai rappresentano due sfumature parzialmente differenti del pensiero unico dominante in tutto il mondo. In Gran Bretagna la maggioranza della popolazione ha inaspettatamente votato di uscire dall’Unione Europea in un referendum promosso dal primo ministro per consolidare il suo consenso politico, in cui la quasi totalità dei principali esponenti dei partiti di destra e di sinistra avevano sostenuto la necessità di restare. In Francia la contrapposizione tra la popolazione e il blocco dei partiti di destra e di sinistra si è manifestata a livello politico con il consenso elettorale crescente al partito nazionalista di estrema destra Front National, a livello sociale con gli scioperi di massa e le manifestazioni di piazza contro la loi travail. In Spagna, nel bipolarismo tra il Partito Popolare di centro-destra e il Partito Socialista di centro-sinistra, che si era formato dopo la fine della dittatura franchista, si è introdotto inaspettatamente con un peso elettorale equivalente a quello dei due partiti storici, il movimento politico Podemos, che si è fatto interprete delle istanze espresse dalle grandi manifestazioni di massa, per lo più giovanili, degli indignados contro la classe politica. In Grecia l’esito politico delle manifestazioni di piazza contro le politiche di austerity imposte dall’Unione Europea è stata la vittoria elettorale del partito di sinistra Siryza, immediatamente stroncata dall’intervento congiunto di Unione Europea, Banca centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale.

     

    La città di Torino è stata governata dal 1993 al 2016 da un blocco di potere in cui sono confluite le componenti politiche di centro-sinistra che hanno faticosamente costituito il Partito Democratico, le associazioni imprenditoriali, il mondo della finanza, le istituzioni culturali pubbliche e i mass media.[8] Nello stesso periodo un blocco di potere analogo, con un sostegno mediatico analogo, ha governato la città di Roma, con l’interruzione degli anni 2008-2013, quando il centro-sinistra è stato temporaneamente sostituito dal centro-destra, senza che il blocco di potere subisse modificazioni e mutassero gli orientamenti amministrativi. L’unica differenza rilevante tra le due esperienze, durate quasi un quarto di secolo, è stato un sostanziale rispetto della legalità nella gestione amministrativa della città di Torino, mentre la gestione amministrativa di Roma è stata pesantemente infiltrata dalla malavita organizzata. Alle elezioni del 2016 il Partito Democratico ha superato il 50 per cento dei voti solo nei quartieri ricchi delle due città e ha registrato le percentuali più basse nei quartieri popolari, dove la sinistra era sempre stata maggioritaria. Sarebbe miope vedere nella sua sconfitta ai ballottaggi con Movimento 5 Stelle, che si è ripetuta in altri 17 comuni per un totale di 19 su 20, solo una bocciatura della politica perseguita dalle amministrazioni comunali di centro-sinistra. A Roma questa motivazione ha avuto certamente un suo peso, che a Torino è stato molto minore. Nell’orientamento dell’elettorato hanno influito due fattori di carattere generale. In primo luogo il voto per il Movimento 5 Stelle è stato motivato non solo dal dissenso nei confronti delle politiche amministrative locali, che hanno perseguito la riduzione dei deficit tagliando soprattutto le spese per i servizi sociali, le manutenzioni, il decoro e la vivibilità dei quartieri periferici, ma dalla consapevolezza che quelle scelte erano l’applicazione a livello locale della strategia seguita dal Partito Democratico a livello nazionale, di ridurre il debito pubblico scaricandone i costi sulle classi popolari, in ottemperanza alle direttive delle istituzioni politiche, economiche e finanziarie internazionali. E il Movimento 5 Stelle si è presentato come l’alternativa politica al Partito Democratico, non solo nelle amministrazioni locali, ma anche livello governativo. Inoltre nella scelta elettorale ha influito l’indignazione per il divario crescente tra i disagi sempre maggiori in cui gli abitanti dei quartieri periferici erano costretti a vivere in conseguenza di quelle decisioni, e i privilegi di cui continuavano a godere gli appartenenti ai blocchi di potere che le avevano assunte. Significativamente l’ex sindaco di Torino, sconfitto alle elezioni, ha sostenuto che il voto al Movimento 5 Stelle sia stato dettato dall’invidia sociale. Qualche giorno dopo l’ex sindaco di Milano, Gabriele Albertini, in un dibattito televisivo ha usato la stessa locuzione di invidia sociale per definire l’indignazione suscitata dall’assunzione del fratello del Ministro dell’Interno alle Poste, senza concorso e con una retribuzione annua lorda di 160 mila euro all’anno.[9] Gli esponenti dell’ancien régime non avrebbero usato parole diverse.[10]

     

    Promuovendo un referendum popolare sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Europea, il primo ministro inglese David Cameron era sicuro della vittoria dei favorevoli, tra cui si annoverava insieme a tutta l’élite economica e finanziaria. Era convinto di rafforzare in questo modo il suo consenso e di ridimensionare il peso politico di coloro che sostenevano la necessità di uscirne, in particolare il partito nazionalista dell’eurodeputato Nigel Farage. La vittoria dei contrari è stato un fulmine a ciel sereno che ha suscitato reazioni isteriche da parte dei perdenti. La maggioranza dei mass media ha improvvisato un’analisi del voto sostenendo che i fautori dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea erano stati gli anziani, le persone con bassi livelli culturali e gli abitanti delle zone rurali, mentre a favore della permanenza avevano votato i giovani, le persone colte e gli abitanti delle grandi città. I dati utilizzati per costruire la storia della contrapposizione generazionale erano il risultato di una indagine condotta da YouGov tra il 17 e il 19 giugno, una settimana prima del voto, su un campione di 1652 persone, di cui appena 73 sopra i 65 anni. Sulla base di questi elementi, su cui nessuna persona che si proponga di capire le dinamiche sociali in corso farebbe il minimo affidamento, i mass media hanno scatenato una campagna di stampa accusando i vecchi di essere egoisti, raccontando di lacerazioni all’interno delle famiglie tra genitori chiusi mentalmente e figli aperti alle innovazioni e al futuro. Alcuni sono arrivati a mettere in discussione il diritto di voto su questioni così delicate a persone ignoranti e arretrate culturalmente, come notoriamente sono i contadini. L’economista di fama internazionale Mario Monti, ex presidente dell’Università Bocconi, più volte commissario europeo, nominato senatore a vita dall’ex Presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano, ex presidente del Consiglio, socio dei più importanti consessi finanziari internazionali, lo ha detto con estrema chiarezza: «Non sono d’accordo con chi dice che questo referendum sia una splendida forma di espressione democratica. Sono contento che la nostra Costituzione, quella vigente e quella che forse verrà, non prevede la consultazione popolare per la ratifica dei trattati internazionali».[11] Gli hanno fatto eco autorevoli giornalisti, mettendo in discussione il suffragio universale e paventando sfracelli economici e sociali in conseguenza della confusione della democrazia col populismo (uno di loro è arrivato a scrivere che con l’esito del referendum l’Inghilterra era tornata a essere un’isola!). È stata avviata una raccolta firme per rifare la consultazione, a cui i giornali hanno dato per giorni un rilievo straordinario come se fosse possibile e facendo sparire di colpo la notizia quando l’assurdità dell’iniziativa è diventata palese.

    Un’analisi dei dati provenienti dai seggi dopo le operazioni di conteggio dei voti ha dimostrato che in realtà le decisioni degli elettori erano riferibili, nell’ordine, al loro livello scolastico, allo status sociale e alla ricchezza pro-capite.[12] Dalle sintesi grafiche pubblicate sul Guardian è risultato che il voto contrario alla permanenza nell’Unione europea proviene dalle zone in cui vivono le classi lavoratrici, anche nelle grandi città. A Londra ha prevalso nei quartieri periferici, mentre i favorevoli hanno prevalso nei quartieri centrali. E così è avvenuto anche Manchester, Liverpool e in tutte le principali città del Regno Unito. La similitudine con quanto è avvenuto nelle elezioni amministrative in Italia 15 giorni prima è troppo evidente per non essere presa in considerazione.

    Il 27 giugno 2016, all’incontro annuale del comitato Bretton Woods il vicedirettore del Fondo Monetario Internazionale David Lipton ha detto senza mezzi termini che l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea decretata dal risultato del referendum è «l’inizio della fine della globalizzazione». Probabilmente si tratta dell’interpretazione più adeguata di quanto è avvenuto, che spiega anche le motivazioni di tanto accanimento contro l’esito referendario e la proposta indecente di ridurre la democrazia, impedendo alle classi subordinate dei Paesi industrializzati di dire no alle scelte con cui il potere economico e finanziario pretende di scaricare su di loro i costi necessari a sostenere l’illusione di rilanciare la crescita mediante la globalizzazione.

     

    Wile Coyote

    La cesura storica segnata dall’abbattimento del muro di Berlino ha sancito che il capitalismo è il sistema di gestione del modo di produzione industriale più efficiente, cioè più adeguato a far crescere la produzione di merci. Di conseguenza i partiti di sinistra, che hanno condiviso con i partiti di destra l’identificazione del progresso con la crescita della produzione di merci, chiamata anche pudicamente sviluppo, hanno abbandonato ogni riferimento al socialismo e si sono progressivamente spostati a destra, aderendo all’ideologia liberista. Con estremo sprezzo del ridicolo, alcuni dirigenti dei partiti di sinistra hanno rivendicato di averla sempre condivisa, anche mentre la combattevano! In conseguenza dello spostamento della sinistra a destra, il capitalismo ha ritenuto di aver stroncato ogni alternativa,[13] senza rendersi conto che le ingiustizie sociali e i problemi ambientali causati dalla finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci avrebbero fatto emergere altri antagonisti, diversi e più radicali, perché, a differenza della sinistra, non si sarebbero limitati ad avversare la gestione di un modello economico e produttivo di cui condividono le finalità, ma avrebbero visto nel modello in sé stesso la causa dei problemi da risolvere. Problemi che non investono soltanto le relazioni degli esseri umani tra loro, che tutto sommato si possono affrontare anche tentando di ridurre a forza gli spazi della democrazia, ma coinvolgono il rapporto della specie umana con l’ecosistema terrestre, dove le prove di forza politiche e militari non possono essere utilizzate. Nella critica alle conseguenze negative che la globalizzazione ha prodotto nei paesi industrializzati e nell’ecosistema terrestre, sono confluite sensibilità e orientamenti politici molto diversi: il rimpianto delle fasce anziane delle popolazioni per la perdita della sicurezza sociale e la riduzione del benessere, l’angoscia dei giovani che non trovano lavoro e dei ceti medi per il peggioramento delle loro condizioni lavorative e retributive, la preoccupazione per la gravità della crisi ecologica derivante dall’estensione di un modello economico e produttivo che ha già superato i limiti della compatibilità con le risorse della terra, la paura del terrorismo, la difesa delle identità nazionali minacciate dai flussi migratori, la difesa dei beni comuni, la lotta contro l’aumento delle diseguaglianze sociali, contro la riduzione della democrazia, contro il potere della finanza internazionale e delle società multinazionali. Uno schieramento composito e disomogeneo, che sta frapponendo una resistenza inaspettata alle scelte politiche funzionali alla globalizzazione e sta riproponendo la valorizzazione delle economie locali, anche se in due prospettive molto diverse tra loro: una prospettiva finalizzata a soddisfare la maggior parte delle esigenze vitali dei gruppi umani con le risorse degli ambienti in cui vivono, senza eccedere il valore 1 dell’impronta ecologica, e una prospettiva nazionalistica, che ripropone rapporti conflittuali e di prevaricazione tra i popoli. In relazione ai Paesi europei queste due tendenze sono rappresentate da chi dice no a questa organizzazione dell’Unione Europea e da chi dice no all’Unione Europea. La storia induce a credere che la seconda abbia più possibilità di affermarsi, ma solo la prima ha capacità di futuro ed è anche in grado di recuperare in positivo le pulsioni che l’altra tende a indirizzare in senso distruttivo, come la valorizzazione delle identità culturali di ogni popolo, ovvero dei modi in cui le generazioni precedenti si sono rapportate con i luoghi in cui vivevano, hanno organizzato le relazioni umane e rapporti sociali, hanno elaborato il sistema dei valori, i modelli di comportamento, il rapporto col sacro. Non perché si ritengano superiori ad altri modi, ma perché le società si organizzano in modi differenti in relazione alle differenti caratteristiche dei territori in cui vivono.

     

    I limiti che i sostenitori della globalizzazione vogliono porre alla democrazia, accentrando il potere negli esecutivi e riducendoli a esecutori di decisioni prese da organismi internazionali non elettivi che rappresentano gli interessi del grande capitale, sono la risposta all’inaspettata resistenza sociale incontrata dalle misure di politica economica finalizzate a rilanciare la crescita mediante l’estensione del modo di produzione industriale in tutto il mondo. Ma questa strategia si basa su un errore di fondo e può dare un esito opposto a quello che si propongono i suoi promotori.

    L’errore di fondo consiste nel credere che gli ostacoli alla globalizzazione provengano principalmente dalle resistenze delle classi sociali che dovrebbero pagarne i costi, che pure non possono essere sottovalutate. In realtà sono costituiti da due fattori oggettivi che non dipendono dalla volontà degli esseri umani e, quindi, non sono gestibili né politicamente, né militarmente. In primo luogo, come si è ripetuto più volte, la globalizzazione potenzia la tendenza, insita nel modo di produzione industriale, a far crescere la domanda meno dell’offerta e, quindi a determinare crisi di sovrapproduzione, che sino ad ora sono state superate grazie alla progressiva estensione dell’economia di mercato a paesi in cui l’economia era ancora fondamentalmente di sussistenza. Con la globalizzazione questi margini stanno per finire. In secondo luogo il sistema produttivo industriale ha già superato la capacità dell’ecosistema terrestre di fornirgli le risorse di cui ha bisogno per continuare a crescere e la sua capacità di metabolizzare gli scarti, liquidi, solidi e gassosi che emette. Questi margini sono finiti. La crescita della produzione di merci non può che aggravare entrambi i problemi e portare in tempi più brevi di quanto si immagini all’autoannientamento dell’umanità.

    Il risultato molto diverso da quello sperato che possono dare le misure finalizzate a ridurre la democrazia e ad accentrare il potere politico nell’esecutivo è costituito dal già citato effetto Wile Coyote. Non è detto che i risultati elettorali diano la maggioranza ai partiti che vogliono concentrare in questo organo costituzionale un potere incontrollabile dal potere legislativo e dal potere giudiziario. Gli esiti delle elezioni amministrative in Italia e del referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Europea sono un’anticipazione di ciò che può accadere. Non si può escludere che nella trappola preparata per gli oppositori finiscano coloro che l’hanno predisposta con cura. Come succede a Wile Coyote, che finisce con l’essere regolarmente vittima degli attentati che prepara al road runner Beep Beep.

    Se la volontà di porre limiti alla democrazia risponde a una necessità intrinseca della crescita nell’epoca della globalizzazione, come testimoniano il documento della J P Morgan, la lettera di Trichet e Draghi al presidente del Consiglio italiano, l’intervento della Troika per annullare l’esito del referendum in Grecia, il TTIP, la riforma del sistema elettorale e della Costituzione italiana, le proposte di limitare il diritto di voto, il jobs act, la loi travail e tutti gli altri interventi nell’ottica della decostituzionalizzazione e della deparlamentarizzazione, per usare le definizioni du Barbara Spinelli, allora la difesa della democrazia diventa un tassello della rivoluzione culturale della decrescita.[14] In un tornante della storia in cui l’umanità, appiattita sulla dimensione materialistica e accecata dall’avidità, ha posto le premesse del suo autoannientamento, l’accusa di voler imporre scelte esistenziali basate sul pauperismo e sulle rinunce che alcuni sostenitori della crescita rivolgono a chi ritiene che solo una decrescita felice, cioè selettiva e governata, ci può salvare, acquista connotazioni grottesche, perché sono stati i sostenitori della crescita a uniformare i modelli di comportamento di massa usando spregiudicatamente la pubblicità, sono i sostenitori della crescita a cercare oggi di ridurre gli spazi democratici, mentre le persone libere, autonome e orgogliose di esserlo fino all’irriverenza, che si rifiutano di subordinare le loro scelte esistenziali al pensiero unico e agli imperativi del consumismo, non possono non essere democratiche. E oggi non possono non schierarsi tra coloro che difendono la democrazia da chi, nella vana speranza di rilanciare la crescita, sta usando tutti i mezzi di cui dispone per ridurne i poteri.

     

    Maurizio Pallante

    fonte: www.mauriziopallante.it

     

     

     

     

     

    [1]             Nel modo di produzione pre-industriale il lavoro è finalizzato a produrre beni per soddisfare dei bisogni, sia nel caso in cui vengano prodotti per autoconsumo (i contadini), sia nel caso in cui siano prodotti per essere venduti a clienti che li richiedano (i prodotti artigianali e le eccedenze agricole rispetto al fabbisogno dei contadini). Pertanto il denaro è un mezzo di scambio. Nel modo di produzione industriale il lavoro è finalizzato a produrre merci, cioè oggetti e servizi da vendere, allo scopo di ricavare più denaro di quanto ne sia stato investito per produrle. Pertanto il denaro diventa il fine della produzione e la misura della ricchezza. L’indicatore con cui si misura il benessere di una nazione diventa il prodotto interno lordo, ovvero il valore monetario delle merci a uso finale prodotte e comprate in un periodo di tempo determinato.

    [2]             Questo processo è iniziato in Inghilterra nel Settecento con le leggi sulla recinzione dei campi e la privatizzazione delle terre comuni, che hanno impedito ai contadini di continuare a praticare un’economia di sussistenza e li hanno costretti a diventare operai nelle fabbriche. È proseguito con la concorrenza esercitata dalle prime fabbriche tessili nei confronti degli artigiani. Da allora si è esteso progressivamente. Su questo tema, di cui analizzo brevemente le caratteristiche attuali in un capitolo di questo libro, mi permetto di rimandare al mio pamphlet Decrescita e migrazioni, Edizioni per la decrescita felice, Roma 2009, e al mio libro Destra e sinistra addio, Lindau, Torino 20016, capitolo 3: La guerra ai contadini, agli artigiani e alle comunità, pagg. 49-81.

    [3]    In Italia le modifiche al regime pensionistico sono state introdotte dalla legge Fornero (gennaio 2013)

    [4]    A questo proposito mi permetto di rimandare al mio libro Destra e sinistra addio, Lindau, Torino 2016

    [5]             «L’obiettivo del TTIP è far crescere il commercio e gli investimenti tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti, da cui ci si aspetta il risultato di creare occupazione e crescita economica su entrambe le sponde dell’Atlantico. Dato questo obiettivo, in primo luogo valutiamo l’impatto economico derivante dal TTIP. Ci sono alcuni studi sull’impatto economico del TTIP. Il principale, preparato per l’EC, è il CEPR (2013), che stima, quando il TTIP sia a pieno regime, una crescita del PIL tra lo 0,3 e lo 0,5 per cento in più rispetto a quella che si avrebbe se il TTIP non fosse in vigore». Un incremento davvero strepitoso. Il testo è tratto dal documento Initiating a public dialogue on environment protection in the context of the Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP negotiations). Background Report. AAVV. Institute for European Environmental Policy. April 2016

    [6]   Dopo aver perso le elezioni, l’ex sindaco PD di Torino Piero Fassino ha detto di aver verificato per esperienza diretta che l’immigrazione è problema «più sentito nella aree a maggiore sofferenza sociale, dove gli immigrati sono visti in competizione per la casa, il lavoro, il welfare. Si tratta delle stesse aree nelle quali abbiamo avuto i risultati peggiori. Per esempio nell’assegnazione delle case popolari, il criterio basato sulla composizione dei nuclei familiari premia sempre più spesso le famiglie immigrate, che fanno più figli. Bisogna domandarsi fino a quando la graduatoria unica è sostenibile. Questo per non alimentare conflitti tra chi quel diritto lo esige». Repubblica Torino, 9 luglio 2016

    [7]    Personaggio di un fumetto che, per catturare il suo antagonista, il road runner Beep Beep, escogita una serie di trappole, per lo più a base di esplosivi, di cui finisce regolarmente per essere vittima. È stato evocato in un dibattito televisivo dall’onorevole Gianni Cuperlo del Partito Democratico, per commentare la sconfitta del suo partito e la vittoria del Movimento 5 Stelle alle elezioni amministrative del 2016, paventando che un risultato analogo possa ripetersi al referendum sulla riforma costituzionale, voluta a tutti i costi dal primo ministro italiano Matteo Renzi per rafforzare il suo potere politico e annullare quello dei suoi avversari. L’immagine si attaglia perfettamente anche al primo ministro inglese David Cameron, che ha promosso il referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Europea convinto di vincerlo e di indebolire strategicamente i suoi avversari antieuropeisti, col risultato di aver subito una sconfitta che ha concluso anzitempo la sua carriera politica.

    [8]    Alle elezioni comunali del 1993 la sinistra moderata sostenuta dal grande capitale e dalla finanza si presentò con una lista alternativa a una lista di sinistra impedendole di eleggere il sindaco al primo turno e superando di poco, inaspettatamente, la lista di centro-destra. Al ballottaggio con la lista di sinistra, che al primo turno aveva ricevuto quasi il doppio dei suoi consensi, raccolse i voti del centro-destra ed elesse il sindaco.

    [9]    La retribuzione annua lorda di un insegnante di scuola media con 35 anni di servizio è circa 26.000 euro.

    [10] In un’intervista rilasciata a Sebastiano Messina e pubblicata su Repubblica on line il 21 giugno 2016, Piero Fassino ha dichiarato: «Il Movimento 5 Stelle ha la responsabilità di aver alimentato l’invidia sociale, in questi anni». Gabriele Albertini ha usato le stesse parole il 7 luglio nella trasmissione televisiva Omnibus sulla rete 7.

    [11]  Dichiarazione rilasciata al quotidiano La Stampa il 18 giugno 2016.

    [12] Andrea Coccia, Altro che la guerra vecchi contro giovani raccontata dai giornali. Il conflitto che emerge dalla brexit non è generazionale, ma di classe. E per non farlo esplodere dobbiamo saperlo vedere, Linkiesta, 29 Giugno 2016

    [13]  È nota l’affermazione di Margaret Tatcher, primo ministro inglese dal 1979 al 1990: There is no alternative, entrata nel linguaggio politico con l’acronimo TINA.

    [14]          Barbara Spinelli, L’apatia della democrazia, in Il Sole 24 Ore, 27 febbraio 2015

    The following two tabs change content below.

    Questo articolo è stato curato dalla nostra redazione nazionale. Se siete un blogger, un circolo o fate parte di una associazione e volete contribuire con dei vostri articoli scrivere a : mdfredazione@gmail.com

Leave a Reply