• 22ago

    Compagni, l’Ozio è un diritto

    «O Ozio, abbi pietà della nostra lunga miseria! O Ozio, padre delle arti e delle nobili virtù, sii il balsamo delle angosce umane!» invoca nel 1880 Paul Lafargue nel suo pamphlet Il diritto all’ozio appena ripubblicato da La Vita Felice (Pp. 124; euro 10,50). Non esiste migliore viatico all’agosto che da pochi giorni ha schiuso le sue porte. Non mancano certo i critici all’indolenza estiva che fa capolino e reclamano qualche percentuale in più di Pil. Soprattutto ora che la crisi economica addenta le caviglie dell’Europa. Ma forse costoro dimenticano che più del portafoglio pesa, per l’uomo, una vita degna di essere vissuta. E questa non passa solo sotto il vaglio di un bilancio contabile. Se ne accorse nell’ultimo scorcio dell’Ottocento proprio Lafargue, genero di Karl Marx, già discepolo di Proudhon e fondatore con Jules Guesde del Partito operaio francese.

     

    Dimostrando forte indipendenza dal determinismo economicista perorato dal suocero ritenne che non fosse il lavoro a garantire la libertà e pensò di difendere l’ozio dagli strali degli economisti. Forse lo fece perché nel 1842 nacque a Cuba, dove il clima predispone a sognare a occhi aperti adagiati su un’amaca all’ombra di una mangrovia o perché per sfuggire alla repressione dei comunardi attuata dal repubblicano Thiers riparò nel 1871 in Spagna, dove i pregiudizi economici non avevano ancora sradicato il disprezzo del lavoro? Sarà. Ma mentre sul Vecchio Continente si reclamava il “diritto al lavoro”, Lafargue denunciò la follia a cui il lavoro sottopone l’uomo.

     

    «Se, sradicando dal suo cuore il vizio che la domina e ne avvilisce la natura, la classe operaia si levasse con la sua forza terribile non per reclamare i Diritti dell’uomo, che altro non sono che i diritti dello sfruttamento, non per reclamare il Diritto al lavoro, che altro non è se non il diritto alla miseria, ma per forgiare una legge bronzea che proibisse a ognuno di lavorare più di tre ore al giorno, la Terra, la vecchia Terra, fremente di gioia, sentirebbe un nuovo universo nascere in sé…».

     

    Con vivace verve Lafargue sferza la morale utilitarista che condanna l’uomo al rango di macchina per la produzione al punto da diventare, secondo Armando Torno che firma la prefazione del libello, un antesignano della decrescita. Sull’argomento il genero di Marx ci ritornerà in un bellissimo saggio del 1886 ancora inedito in Italia dove, alla stregua del romantico Johann Jacob Bachofen, canterà l’importanza della maternità e il ruolo del femminile in una società sottratta ai dettami dell’economia: solo una perversa svista avrebbe pensato che l’emancipazione della donna sarebbe provenuta dal suo inserimento nel mercato del lavoro.

     

    Eppure in questa critica al culto del lavoro il genero di Marx non si vuole un innovatore. «I Greci – scrive nel pamphlet sull’ozio – nell’epoca del loro splendore non avevano che disprezzo per il lavoro, solo agli schiavi era permesso di lavorare: l’uomo libero conosceva esclusivamente gli esercizi ginnici e i giochi dello spirito. Era questa l’epoca in cui si viveva e si respirava in mezzo a un popolo di Aristoteli, di Fidia, di Aristofani; erano questi i tempi in cui un pugno di valorosi travolgeva a Maratona le orde di quell’Asia che di lì a non molto Alessandro avrebbe conquistato».

     

    Non solo in Attica si disprezzava la fatica. Che il lavoro anziché liberare l’uomo lo incatenasse alle esigenze della produzione violandone così la natura secondo Lafargue lo si ritrovava anche nei testi sacri. «Cristo, – continua Lafargue – nel discorso della montagna, predicò l’ozio: “Guardate i gigli del campo, essi non lavorano né filano, eppure io vi dico che Salomone in tutto il suo splendore non poteva essere meglio vestito”. E Geova, il dio barbuto e arcigno, fornì ai suoi adoratori il supremo esempio dell’ozio ideale; dopo sei giorni di lavoro, si riposò per l’eternità». Ma alle parole della Sacra Pagina gli uomini preferirono prestare orecchio alle illusioni menzognere degli economisti, dedicandosi al «vizio del lavoro e precipitando l’intera società in quelle crisi industriali di sovrapproduzione che sconvolgono l’organismo sociale. Allora, dal momento che vi è pletora di merci e penuria di acquirenti, le officine chiudono e la fame sferza la popolazione con la sua frusta dalle mille code».

     

    Insomma la religione del lavoro, lungi dall’affrancare l’uomo, finirà col condannarlo ancora una volta alla miseria. Per nulla succube di Marx, e pur patendo i tic ideologici anticristiani di parte del movimento socialista del tempo, Lafargue sa bene che in gioco nella società capitalista non c’è solo la sopravvivenza dell’uomo. La partita è ben più alta. All’alienazione economica tanto cara ai marxisti contrappone perciò un’alienazione metafisica. « Dare del lavoro ai poveri: meglio sarebbe seminare la peste – ammonisce -, avvelenare le sorgenti piuttosto che erigere una fabbrica in mezzo a una popolazione rustica. Introducete il lavoro di fabbrica e addio gioia, salute, libertà; addio a tutto ciò che rende la vita bella e degna di essere vissuta».

    Fonte: Avvenire.it

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