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    Arun Sundararajan: «Sharing economy, vi spiego perché tutto ruota intorno alle startup»

    «L’economia della condivisione non è una novità, ma le startup sono essenziali per lanciare idee e implementare quelle che funzionano», dice a EconomyUp il docente della New York University esperto del tema. Che aggiunge: «In futuro per vivere si dovrà costruire qualcosa di proprio»

    L’intervista

    di Luciana Maci
    “Quanto influirà la sharing economy sul futuro di mia figlia di 12 anni? Molto probabilmente, quando ne avrà 20 o 30, lei e la maggior parte dei suoi coetanei non saranno lavoratori dipendenti ma saranno abituati a creare qualcosa di proprio per vivere. Forse non avrà un’automobile di proprietà e, per quell’epoca, i film di James Bond, dove l’agente 007 gira a bordo della sua fiammante auto, saranno preistoria. Forse avrà ancora una casa di proprietà, ma nelle città aumenteranno la condivisione o lo scambio di spazi abitativi. Tutto sommato sarà meno sola: la sharing economy è la prima tecnologia che consente di connettersi realmente con le altre persone”. Così dice a EconomyUp Arun Sundararajan, descrivendo lo scenario economico e sociale che potrebbe emergere con la completa affermazione della sharing economy, l’economia della condivisione della quale è uno dei massimi esperti mondiali. Il docente alla Stern School of Business della New York University, che di recente è stato anche in Italia per il Festival della Sharing Economy organizzato da Altroconsumo, ha pubblicato un libro intitolato appunto “The Sharing Economy- The End of Employment and the Rise of Crowd-Based Capitalism”. Dove si parla del nuovo capitalismo “basato sulle folle”, nel quale le startup stanno facendo e faranno la parte del leone.La sharing economy è nata dalle startup o viceversa?
    Molta innovazione è venuta dalle startup: penso a una realtà come AirBnb, la piattaforma per l’affitto temporaneo di stanze o case che ha contribuito a sconvolgere le modalità dell’offerta alberghiera. L’idea in sé non era rivoluzionaria: da sempre le persone hanno condiviso spazi abitativi per necessità o diletto. Ma c’era bisogno della giusta innovazione da parte della giusta azienda. Le startup svolgono un ruolo fondamentale nel lanciare l’idea e implementare quella che funziona. Da dove può venire l’innovazione se non dalle startup? Le università svolgono le loro attività di ricerca, i governi possono finanziare piani ad hoc ma la cosa importante è che le aziende mettano in pratica le soluzioni innovative.

    Sharing economy è un termine omnicomprensivo che abbraccia realtà anche molto diverse tra loro. Lei preferisce parlare di crowd-based capitalism. Perché?
    Il crowd-based capitalism, “capitalismo basato sulle folle”, è l’etichetta che ho scelto per definire questo fenomeno: indica come l’organizzazione delle attività economiche si stia trasferendo dall’imprenditore alle ‘folle’, ovvero come l’imprenditoria sia distribuita tra la popolazione. Continuo ad usare questo termine perché sono un professore universitario, ma il mio editore mi ha chiesto di intitolare il libro “Sharing Economy” perché è la parola conosciuta dalla maggior parte delle persone, che le coinvolge di più e che loro riconoscono quando si parla di questi temi.

    La sharing economy ci sta rendendo più ricchi o più poveri?
    Quello che emerge dai dati è che i più ricchi non sono molti attivi nelle condivisioni. Sono in maggioranza i membri della classe media coloro che aderiscono alla sharing economy perché uno dei suoi obiettivi è fornire anche alla gente comune servizi e soluzioni prima ritenute appannaggio dei benestanti. Un esempio in questo senso è Drivy, startup nata in Francia nel 2010 che consente di dare a noleggio la propria vettura o noleggiarla da altri. Ebbene, risulta che una delle vetture maggiormente prese a noleggio siano i veicoli di Tesla Motors, particolarmente prestigiosi e costosi perché sfornati da una azienda estremamente innovativa. Chi noleggia la Tesla, non se lo sarebbe mai potuto permettere senza Drivy. Quando crei un mercato di questo tipo stai dando potere alle persone di prendere possesso, sia pur temporaneo, di beni altrimenti irraggiungibili.

    Una delle critiche più frequenti è che l’avvento dell’economia della condivisione stia causando la perdita di posti di lavoro o li stia rendendo precari. È così?
    Dipende dal tipo di azienda. Per esempio, nel settore dei trasporti, negli Stati Uniti, sono molti i lavoratori che apprezzano la flessibilità. Da una ricerca è emerso che due driver di Uber su tre non desiderano un lavoro fisso, ma un’entrata supplementare: per esempio sono genitori single che necessitano di denaro per sostentare il nucleo familiare ma anche di tempo per occuparsi dei propri figli. In ogni caso, più andiamo avanti più dovremo smettere di pensare alle nostre entrate come uno stipendio erogato da un datore di lavoro. Presto la maggior parte dei lavoratori dipendenti non sarà più full time. E non parlo solo dei cosiddetti lavoretti, dall’idraulico al falegname. Esistono già piattaforme per avvocati, o agenti commerciali, dove i professionisti mettono a disposizione i propri servizi. In Italia è nata CoContest, la startup che ha sviluppato un portale online dedicato alla ristrutturazione di abitazioni attraverso gare tra architetti e professionisti del settore organizzate in crowdsourcing. Questo è il futuro. Il problema è che le persone sono ancora abituate a pensare in termini di stipendio, protezione, assicurazione sanitaria e di impiego full time. Nei secoli scorsi la situazione dei lavoratori era terribile, poi sono venute le battaglie sindacali e tutto è cambiato. Adesso siamo di fronte a un mondo nuovo. Dobbiamo fare quello che è stato fatto in passato: creare un contratto sociale per questa nuova modalità di lavoro. Riguarderà buona parte dell’economia. Ma non è che possiamo rifiutare in blocco il nuovo modello perché non abbiamo ancora previsto le tutele sociali.

    Quali strumenti formativi dovranno avere le nuove generazioni per affrontare questa rivoluzione?
    La formazione è di cruciale importanza, perché in futuro serviranno nuove skills. Innanzitutto dovranno studiare imprenditoria, perché dovranno imparare a gestire le proprie idee e trasformarle in business. Altra materia fondamentale sarà il design thinking, modello manageriale di gestione aziendale nato intorno al 2000 a Stanford, California, particolarmente adatto a trattare problemi complessi. Per esempio i founder di AirBnb hanno utilizzato il design thinking: non erano immobiliaristi né architetti, ma semplici studenti, e hanno valutato l’importanza dello spazio, hanno studiato come proporlo, si sono occupati di una varietà di questioni, dalla creazione della piattaforma alla gestione del servizio. Una sorta di pensiero strutturato e omnicomprensivo.

    Disruption può significare molte cose: cambio delle regole, crisi occupazionale, stravolgimenti sociali: siamo pronti per tutto questo?
    Penso che innanzitutto sia necessario riscrivere le regole, alcuni governi lo stanno già facendo. Non siamo ancora pronti al cambiamento sociale. Nelle varie epoche storiche le comunità erano rappresentate dal villaggio, dalla chiesa, oggi per molti la community di riferimento è l’azienda. Da qualche anno si sta cominciando a creare una nuova struttura comunitaria. Una comunità nell’ambito della quale ognuno sarà più indipendente per quanto riguarda la propria carriera. Ma anche una comunità dove i contatti con gli altri sono reali. I social network stabiliscono relazioni virtuali, attraverso una startup come BlaBlaCar accetti passaggi in auto da perfetti sconosciuti con i quali ti relazioni in modo reale.

    Conosce l’ecosistema della sharing economy in Italia? Cosa manca e cosa invece c’è di valido?
    La cultura italiana si adatta bene all’economia della condivisione, tanto che ritenevo che AirBnb sarebbe stato primo al mondo nel vostro Paese. Ci sono grandi città ma anche molte zone agricole e piccoli centri dove un’offerta come quella di AirBnb è particolarmente azzeccata, quindi c’è grande potenziale. Però esistono barriere legate alla regolamentazione. Ogni città o regione italiana ha le proprie regole e il governo è lento nell’emanarne di nuove. Inoltre ogni settore è regolamentato in modo diverso: Uber per esempio lo è in modo differente da Google. Personalmente giro il mondo per incoraggiare i governi a rendersi conto che il vecchio modello di regolamentazione non funziona più e che, se non ne creeranno uno diverso, i servizi non partiranno. Ma se non partono, non si crea lavoro e l’economia ne risente.

    FONTE: ECONOMYUP.IT

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