• 07nov

    L’albero di Natale? Facciamolo nel bosco!

    Non dimentichiamoci del Piemonte. Negli ultimi giorni le fiamme hanno dato tregue ai boschi e come spesso succede si rischia che la fine dell’emergenza spenga i riflettori. Facciamo in modo che ciò non accada. Sta a tutti noi coltivare la speranza e far rinascere quei boschi.

    Dopo due settimane di fiamme ininterrotte e oltre trecento incendi, oggi l’emergenza nelle province di Torino e Cuneo sembra alle spalle.

    Ma la ferita che si lascia dietro è davvero profonda: migliaia di ettari di bosco ridotti in cenere. Un danno non da poco sia per l’ambiente che per l’economia, per la salute, la sicurezza, il turismo e il lavoro. Le conseguenze sono incalcolabili.

    Molti abitanti della Valle Stura, Val Varaita, Pinerolese, Val di Susa e Locana sono stati costretti ad abbandonare la propria casa e a chiudere le proprie attività lavorative.

    Emissioni di Co2, fumo e polveri sottili, hanno reso l’aria irrespirabile, con conseguenze serie anche per la salute degli abitanti della zona.

    Molti animali hanno perso la vita. Basti pensare che un incendio in un ettaro può causare la morte di oltre 300 uccelli, 400 piccoli mammiferi e 5 milioni di insetti per avere un’idea dell’entità del danno. A cui si aggiungono effetti indiretti, anch’essi causa di aumento della mortalità, come gli spostamenti della fauna superstite verso altre aree, con fenomeni di sovraffollamento, sfruttamento intensivo delle risorse e di accentuazione della competizione alimentare e per gli spazi.

    Inoltre questi incendi avranno ulteriori ripercussioni, aumentando per esempio i rischi legati alle alluvioni. Una minore copertura forestale riduce, infatti, il tempo che la pioggia impiega a giungere ai fiumi che, sommato all’aridità, all’impermeabilizzazione dei terreni e alle forti precipitazioni concentrate, favorisce allagamenti e inondazioni.

    Proprio per questo, anche se grazie alle piogge di questi giorni l’emergenza sembra rientrata, non si può considerare risolta la situazione. Anzi, a questo punto il rischio più grande è proprio quello che si faccia calare il sipario su una tragedia che avrà strascichi per molto tempo. Oltre 15 anni, secondo i calcoli. Se tutto va bene e se ci si impegna fin da subito a riforestare.  

    E allora diamoci da fare! Intanto facendo girare l’informazione e non abbandonando questi luoghi. Già a livello mediatico e istituzionale questa emergenza sembra essere foderata da una sorta di silenziatore, ora che l’allerta non è più massima il rischio che insieme alle fiamme si spenga anche l’attenzione su questa strage è altissimo. Non permettiamo che ciò accada.

    E poi uniamoci alle tante iniziative a sostegno del rimboscamento che stanno partendo. Per aderire non è necessario essere fisicamente sui monti che bruciano, non c’è bisogno di sfidare le fiamme o di respirare la nube nera e rossa che avvolge quei paesi. Basta supportare chi vive quelle zone con i mezzi a disposizione.

    ALVISE Alpignano Vive Senza, un gruppo di freeconomy ed economia del dono, per esempio, ha lanciato un progetto di ri-fertilizzazione dei suoli per aiutare la terra a riprendersi dopo il duro colpo subito.

    E ancora, Claudio Chiarle, segretario generale della Fim-Cisl di Torino, ha lanciato un appello per il rimboscamento proponendo per il periodo natalizio di sostituire il proprio albero di Natale con un albero simbolico e piantare invece un albero “vero” nelle zone colpite dagli incendi.

    Insomma a Natale fate l’albero, ma sui monti! Il Piemonte e il pianeta vi ringrazierà!

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