• Libri della decrescita felice

    La decrescita felice,  Nuova Edizione 2011

    La decrescita felice Nuova Edizione 2011

    I segnali sulla necessità di rivedere il parametro della crescita su cui si fondano le società industriali continuano a moltiplicarsi: l’avvicinarsi dell’esaurimento delle fonti fossili e le guerre per averne il controllo, i mutamenti climatici, lo scioglimento dei ghiacciai, l’aumento dei rifiuti, le devastazioni e l’inquinamento ambientale. Eppure gli economisti e i politici, gli industriali e i sindacalisti con l’ausilio dei mass media continuano a porre nella crescita del prodotto interno lordo il senso stesso dell’attività produttiva. In un mondo finito, con risorse finite e con capacità di carico limitate, una crescita infinita è impossibile, anche se le innovazioni tecnologiche venissero indirizzate a ridurre l’impatto ambientale, il consumo di risorse e la produzione di rifiuti. Queste misure sarebbero travolte dalla crescita della produzione e dei consumi in paesi come la Cina, l’India e il Brasile, dove vive circa la metà della popolazione mondiale. Né si può pensare che si possano mantenere le attuali disparità tra il 20 per cento dell’umanità che consuma l’80 per cento delle risorse e l’80 per cento che deve accontentarsi del 20 per cento. Forse è arrivato il momento di smontare il mito della crescita, di definire nuovi parametri
    per le attività economiche e produttive, di elaborare un’altra cultura, un altro sapere e un altro saper fare, di sperimentare modi diversi di rapportarsi col mondo, con gli altri e con se stessi. Per saperne di più clicca qui.

     

    Debiti pubblici, crisi economica e decrescita felice

    Debiti pubblici, crisi economica e decrescita felice

     Il sistema economico finanziario fondato sulla crescita e schiacciato dai debiti pubblici è entrato definitivamente in crisi.

    Cercare di uscire dalla crisi stimolando la crescita è come cercare di rianimare un moribondo a bastonate perché la crescita non è la soluzione ma la causa della crisi.
    È ora di voltare pagina, di cambiare strada, di fare reset, per passare dalla crescita insostenibile alla decrescita felice.
    L’alternativa non è fra crescita e decrescita ma fra decrescita e disastro.
    Non ci resta molto tempo e dalle nostre scelte di oggi dipende il futuro dei nostri figli e dell’umanità. Per saperne di più clicca qui.

     

    Sono io che non capisco

    Prefazione di Paolo Portoghesi

    […] Con disarmante chiarezza Maurizio Pallante individua in questo pamphlet i nessi che legano l’arte moderna alla società attuale e illustra i paradossi di una cultura artistica che pretende di essere alternativa al sistema mentre ne ha subíto l’influenza fino a diventarne lo specchio.
    […] Gli aspetti della società consumistica che hanno plagiato l’arte contemporanea, messi in rilievo da Pallante, sono principalmente il mito del nuovo fine a se stesso, l’esasperato individualismo, la distruzione della memoria, la sottrazione della produzione artistica alla preparazione tecnica che legava arte e artigianato, la liberazione dell’arte quindi dal lavoro paziente che ne era alimento essenziale, la rimozione del concetto di bellezza e la tendenza a fare dell’operazione artistica un semplice riconoscimento del valore concettuale attribuibile a oggetti esistenti elevati al rango di opere d’arte.
    […] L’invito che scaturisce dalle riflessioni di Pallante è quello, rivolto agli artisti, di liberarsi «dai vincoli imposti all’espressione artistica dall’arte di regime». «Poiché nei sistemi economici finalizzati alla crescita questa è l’arte riconosciuta ufficialmente, sostenuta finanziariamente e imposta dal Potere» la critica a questo genere di arte «assume la valenza di una rivoluzione culturale» e il suo abbandono darà «un contributo imprescindibile al processo di liberazione dal sistema di valori su cui l’economia della crescita sta clonando da alcune generazioni quote sempre piú ampie della popolazione mondiale. […]

     

    La decrescita, i giovani e l’utopia

     

    Essere giovani, oggi, è un’impresa colossale. A sedici anni ci si ritrova soli a fare i conti con il senso della propria esistenza e con un mondo che cade a pezzi, in uno scenario in cui il futuro da “terra promessa” si è trasformato in minaccia. Sradicati dal proprio passato, senza la possibilità di proiettarsi in un qualche futuro, senza guide, è quasi impossibile trovare la propria strada e non si può che brancolare nel buio in un eterno presente, facili prede del mercato e dei suoi miraggi.

    È possibile uscire da questo vicolo cieco? Un sentiero percorribile vi sarebbe ed è quello tracciato dalla decrescita. I giovani sono, però, sordi ai nostri richiami. I pensatori della decrescita si sono, infatti, focalizzati per lo più sull’analisi della realtà degli adulti e, sebbene le cause dei problemi siano simili, il mondo dei giovani risulta, però, essere completamente diverso. Diverso è, quindi, il percorso da delineare. Questo è ciò che tenta di fare Jean-Louis Aillon in questo saggio, attraverso un’attenta analisi psico-sociale e culturale del disagio, cercando di scandagliare l’universo giovanile attraverso la lente della decrescita, alla ricerca di nuovi possibili orizzonti. Se abbiamo gli strumenti e il coraggio per guardare in faccia la realtà, questa si trasforma. La “nostra” crisi diventa, allora, un’opportunità per comprendere noi stessi e il mondo che abbiamo di fronte. Riprendiamo, quindi, in mano le redini del nostro futuro, ritorniamo protagonisti e… l’utopia può diventare realtà.

    Un programma politico per la decrescita

    Un programma politico per la decrescita

    Quasi tutti i peggioramenti della nostra vita hanno un’unica causa: troppa economia. Troppa energia, troppo petrolio, troppi materiali, troppo inquinamento, troppi rifiuti, troppa pubblicità, troppa corruzione, troppo stress, troppo lavoro. Contro questi eccessi bisogna agire subito. Il risultato dovrebbe essere: meno economia, piú vita. Se usassimo meno energia e meno materiali, ci basterebbe lavorare meno e vivremmo meglio. Faremmo meno danni e risparmieremmo milioni di ore di lavoro, che oggi usiamo per rimediare a quei danni. L’economia servirebbe a far star bene le persone, non il contrario. Oggi consumiamo per poter vendere, vendiamo per poter produrre, produciamo per poter lavorare. È il contrario di come hanno funzionato finora tutte le civiltà. Spendiamo in pubblicità mille miliardi di euro all’anno per convincere persone che non ne hanno i mezzi a comprare cose di cui non hanno bisogno. Il programma si può riassumere in una parola: meno. Meno energia, meno materiali, meno lavoro. Per saperne di più clicca qui.

    Dall’economia all’eutéleia: scintille di decrescita e d’anarchia

    Dall’economia all’eutéleia è, in primo luogo, un manifesto rivoluzionario, utopico e non violento che guarda all’eutéleia come a un nuovo modo di concepire le relazioni umane, sociali, politiche e comunitarie. Relazioni orizzontali e libertarie che legano gli uni agli altri in un abbraccio fraterno, grazie al quale è possibile sciogliere i risentimenti particolari, gli egoismi e le avide miopie: sí che alla fine lo spazio umano liberato dalla razionalità dell’homo homini lupus non è più luogo di competizione, ma ambito di convivialità e di rispetto, sia per l’Altro, sia per la natura circostante. E il rispetto contempla la misura, l’ordine, il limite che l’homo consumisticus (abitatore del nostro tempo) punta invece sempre a valicare, producendo di continuo ciò che deve essere acquistato e consumato a velocità sempre maggiore.

    Manifesto per un mondo senza lavoro

    Manifesto per un mondo senza lavoro

    Uno spettro si aggira per il mondo: la disoccupazione.
    Semina disagio in giovani parcheggiati in scuole inutili ad affinare competenze per un mercato che non può assorbirle; annichilisce la stima e il rispetto di sé in persone mature e ancora valide ma non più necessarie ad aziende costantemente in fase di «ristrutturazione» e non più in grado di competere con successo per i pochi posti disponibili; atterrisce e ricatta chi ancora il lavoro ce l’ha, costringendolo a patti vergognosi; fa esplodere di incontenibile rabbia chi il lavoro non l’ha mai avuto e vede il treno della vita passargli accanto senza poterci mai salire, senza poter alzare gli occhi con decoro di fronte ai propri figli o senza poterli mai avere, quei figli. Per saperne di più clicca qui.

     

    Il mondo alla rovescia

    Il mondo alla rovescia

    Michele Buono e Piero Riccardi ci accompagnano in un viaggio paradossale sul nostro pianeta attraverso due inchieste parallele e convergenti.

    • Quali sono le conseguenze di una crescita incontrollata su un pianeta dalle risorse non infinite? I consumi di energia fossile crescono anno dopo anno insieme a gas serra e polveri sottili. Ha senso un modello di sviluppo basato sulla crescita illimitata, in cui anche traffico, rifiuti e malattie fanno crescere il pil? È possibile ri-orientare l’economia e pensare a un nuovo modello di sviluppo che impieghi meno risorse e produca piú benessere? Se si rovescia la piramide i consumatori potrebbero diventare anche produttori e l’energia si consumerebbe e si scambierebbe. Come con l’informazione in internet. Risultato? Le fonti di energia rinnovabile diventerebbero protagoniste e marginali le fossili.

    • Chi produce piú gas serra, responsabili dei cambiamenti climatici, trasporti o agricoltura? Se avete pensato trasporti siete in errore l’agricoltura e le attività connesse al cibo contribuiscono per il 30% ai gas serra totali prodotti da attività umane, i trasporti per il 13,1%. La ragione potremmo forse trovarla tra i banchi dei supermercati e ipermercati che non si svuotano mai, dove l’enorme quotidiana montagna di cibo ha finito per somigliare sempre piú e solo a una merce. Attorno al cibo infatti si gioca una partita decisiva, anche per la nostra salute e quella del pianeta. L’obesità, la malnutrizione, i pesticidi nel piatto o nei fiumi, quanto incidono in termini di costi sociali e ambientali? Un modello di agricoltura che inverta questa rotta, un cibo pulito e di qualità per tutti è possibile ma vuol dire ripensare il senso del cibo e questo chiama in causa anche noi che ogni giorno lo acquistiamo.

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    Vivere la decrescita

    Una felice esperienza di autoproduzione
    Vivere la decrescita

    Nella primavera del 1996 Filippo Schillaci, tecnico informatico presso un ateneo romano, lascia il suo appartamento e va a vivere in campagna. Dietro questo passo non c’è né un ossequio alle mode né una scelta estrema di «esistenza selvaggia» ma la semplice decisione di non basare più la propria vita interamente sul denaro. L’autore comincia così ad affiancare alla propria convenzionale attività retribuita l’autoproduzione di beni di uso quotidiano; impara a coltivare un orto, a curare gli alberi da frutto, poi a costruire e riparare da sé semplici oggetti o anche parti della casa. Il libro, alternando e fondendo narrazione e riflessioni, racconta le tappe di questa esperienza e le idee, gli obiettivi che l’hanno motivata e guidata.
    È una sorta di diario di viaggio ma anche una discussione sulla concreta possibilità per ognuno di migliorare il proprio stile di vita qui e adesso, senza impegnarsi necessariamente in «ardimentose» avventure alternative bensì semplicemente mutando la propria percezione di alcuni concetti chiave della vita di ogni giorno: benessere, divertimento, lavoro, tempo libero. E mutando di conseguenza le proprie scelte in ciascuno di tali campi.

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    Pilli, Silvia e la Decrescita Felice

    Pilli, Silvia e la Decrescita Felice

    Il libro è una favola che, tramite un serie di incontri tra Pilli, l’ape simbolo della decrescita felice, e Silvia, una bambina dei giorni nostri, descrive le alternative al nostro attuale modo di vivere basato sulla crescita e sui consumi.

    Silvia passerà non solo dalla non conoscenza dei problemi che ci affliggono alla progressiva consapevolezza, ma saprà convincere il papà riluttante a cambiare il suo stile di vita. Una serie di schede, scritte con un linguaggio accessibile agli adolescenti, approfondisce le tematiche della narrazione. Il libro include una serie di illustrazioni relative ai vari temi affrontati. Fondamentale per comunicare ai ragazzi la necessità di cambiare prima che sia troppo tardi. Per saperne di più clicca qui.

     

    Malati di Farmaci

    Perché l’industria farmaceutica vende farmaci dannosi, inventa malattie e specula sul cancro
    Malati di farmaci

    • Le persone sono convinte che il loro benessere si identifichi col possesso di cose e la soddisfazione che ne ricevono non dura, tutta la loro vita sarà una rincorsa continua di un obiettivo che non raggiungeranno mai (…) si confonde il ben essere col tanto avere, il tanto avere produce mal essere.
    • A questo mal essere generale la crescita della produzione di merci aggiunge un malessere specifico in due ambiti strettamente legati tra loro: l’alimentazione e la salute umana. (…) per riuscire a vendere le quantità crescenti di cibo le grandi aziende del settore hanno indotto una crescita dei consumi superiore al fabbisogno fisiologico, da cui sono derivati una serie di gravi problemi alla salute: dalla diffusione dell’obesità, al diabete, alle malattie cardiovascolari. Il tanto avere si è trasformato in mal essere.
    • Non potendo sottrarsi alle dinamiche della crescita economica, nel momento in cui la produzione e l’offerta di farmaci sono diventate superiori alla domanda espressa normalmente dalla società, le  aziende farmaceutiche hanno dovuto crearsi una domanda aggiuntiva. A tal fine hanno indotto ad abbassare progressivamente le soglie degli indicatori di alcune malattie, trasformando in patologici alcuni valori precedentemente considerati normali.
    • L’industria farmaceutica può essere interessata alla prevenzione delle cause di malattie per cui produce le medicine? La logica della crescita non lo consente. La domanda di medicine deve crescere e non diminuire e affinché cresca deve aumentare il senso di insicurezza che le persone hanno nei confronti della propria salute,deve aumentare la paura di essere malati.
    • Tutti questi aspetti sono analizzati nel libro di Mauro Di Leo con l’estremo rigore di chi sa quanto sia grande la responsabilità di un medico (…) ma soprattutto di chi, nonostante tutto, continua a collocare nella sua scala di valori al posto più alto gli esseri umani e non le ragioni dell’economia. (…) se di farmaci dannosi o inutili venduti per incrementare i profitti ci si può ammalare e ci si ammala, l’unica maniera per non ammalarsene, è conoscerli e ridurne il consumo. Meglio meno, ma meglio. Per saperne di più clicca qui.

    Ritorno al passato

    La fine dell’era del petrolio e il futuro che ci attende
    Ritorno al passato

    I giacimenti di petrolio si stanno rapidamente esaurendo. Quali saranno le conseguenze di questo accadimento sulle nostre vite? Perché la nostra economia crollerà e che ne sarà della grande distribuzione, dei supermercati, dei viaggi aerei, delle vacanze e dei trasporti? Come saranno l’istruzione e la sanità, che importanza rivestirà la religione? Come saranno le città in cui ci troveremo a vivere? Torneremo a lavorare nei campi? Quali saranno i nostri rapporti con l’Islam? Perché le energie alternative non ci salveranno? E soprattutto, quale impatto avranno il riscaldamento globale e i danni ambientali in genere provocati dall’uomo? L’autore, nel corso di una conversazione con il saggista e romanziere statunitense James Howard Kunstler, dà risposta a tutti questi quesiti e ad altri ancora, descrivendoci così il futuro che ci attende e che nessuno si aspetta.

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    Alla città nemica

    Diario di una donna di campagna
    Alla città nemica

    «Alle dieci di mattina, che sarebbero le nove per il sole e la terra, ci sono ventisei gradi all’ombra. Qui, su questo cocuzzolo esposto a tutti i venti, ma i venti non ci sono, a più di cinquecento metri d’altezza sulle colline della Toscana. Tutt’intorno i cipressi, sempre più secchi. Ogni sera cerco di annaffiarne qualcuno, mentre dò l’acqua al giardino: agli arbusti, ai vasi coi fiori ma anche alle erbe spontanee, persine ai piccoli rovi superstiti. Questo, non l’avevo mai fatto prima. Ma prima non c’era mai stato un tale caldo. Mio figlio, mentre passa e mi vede bagnare i cipressi ogni giorni più secchi, mi grida: – Non sprecare l’acqua! -Forse ha ragione ma a me non sembra uno spreco: ogni goccia d’acqua che faccio cadere sulla terra so che nutre e disseta. Piante, erbe, insetti, batter!; e tutti loro sono la vita. In quest’estate micidiale, ogni piccola erba e pianta che riesce a sopravvivere mi sembra un aiuto alla nostra salvezza. […] Intanto che annaffio, che consento a tutte queste piante di sopravvivere un altro giorno, che mantengo quest’oasi di verde e relativa frescura in mezzo alle colline polverose e aride, passa ogni tanto nel cielo sopra di me qualche elicottero privato. Passa qualche aereo da guerra. Passano gli aerei di linea con la gente che in aereo va in vacanza o lo preferisce al treno per recarsi al lavoro. Passano i nemici». Per saperne di più clicca qui.

     

    Decrescita e migrazioni

    Decrescita e migrazioni

    Un sistema economico fondato sulla crescita del prodotto interno lordo deve aumentare in continuazione il numero dei produttori e consumatori di merci. Ovvero, indurre, con le buone o con le cattive, con la persuasione o con la forza, un numero crescente di contadini tradizionali ad abbandonare l’autoproduzione di beni, cioè l’agricoltura di sussistenza dove la vendita è limitata alle eccedenze, per andare a produrre merci e guadagnare in cambio il denaro necessario a comprarle. Questo passaggio implica l’abbandono delle campagne e il trasferimento nelle città con costi sociali e ambientali elevatissimi. Uno stile di vita non omologato sui modelli consumistici, oltre a migliorare la qualità della vita di chi lo pratica, può contribuire a rimuovere le cause che inducono a emigrare in misura superiore a quanto comunemente si pensi. Il volume fornisce delle immediate «risposte», pur nella sua sinteticità, a queste problematiche epocali.

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    La scuola agra

    La scuola agra

    Questo libro parla della scuola, oggi, in Italia. Un tentativo di rintracciare le cause che fanno sì che lo stato delle nostre scuole sia quello che è attualmente. Contro ogni “didattica breve”, contro ogni contaminazione tra scuola e lavoro, contro un sapere atomizzato e utilitaristico queste pagine sostengono la necessità dei tempi lunghi e gratuiti dell’apprendimento e il bisogno dell’avere maestri che rendano memorabile per chi impara ciò che essi insegnano. Come nei più paurosi film dell’orrore la crisi della civiltà abita in casa nostra, nelle nostre aule in cui la tensione cresce, in cui si impara sempre di meno mentre, all’esterno, il mondo diventa sempre più complesso.

    L’illusione tecnologica, la cui manifestazione più vieta è una sorta di ebbrezza faustiana da supermercato, ha fatto sì che, parallelamente al diffondersi di una tecnologia sempre più pervasiva e sempre meno controllabile da parte di chi la usa, si affermassero il “nuovo” e il “moderno” come concetti buoni in sé e, in quanto tali, da perseguire. Per saperne di clicca qui.

    Per maggiori informazioni: http://www.editoririunitiuniversitypress.it/collane/biblioteca_mdf.php

    Un pianeta a tavola

     

    Questo libro parla delle azioni che vengono compiute sul mondo quando la merce che noi acquistiamo è il nostro cibo e cerca di individuare delle vie affinché esse siano il più possibile leggere e affinché i loro effetti collaterali siano tali da rendere migliore, cioè più verde e vivo, il pianeta. Dati numerici ed esperienze concrete ci mostreranno che imprimere alle nostre scelte in campo alimentare una direzione che riesca a rendere il mondo migliore è, almeno secondo ragione, effettivamente molto più facile di quanto non si immagini e soprattutto di quanto «loro» non vogliano farci credere. Convincersene significa essere già oltre la metà del cammino. Vediamo ora di percorrerlo tutto

    […] Senti spesso parlare dell’enorme potere delle multinazionali. Ma in cosa consiste questo potere? Dove sono i carri armati di Monsanto? Dove sono i bombardieri di McDonald’s? Non esistono. Il loro potere, dirai tu, sta nei soldi, un’enorme quantità di soldi. Giusto. Ma da dove vengono questi soldi? Ovvio: dalle tue tasche. Ecco dunque in che mani è l’enorme potere delle multinazionali: nelle tue.