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    Lettera aperta a (e risposta di) Maurizio Pallante su Decrescita e Sviluppo Sostenibile

    Caro Maurizio Pallante,

    scusa se mi rivolgo a te in modo così diretto, ma vedendoti per la prima volta dal vivo, mi sei sembrato un tipo alla mano e che non si sottrae agli interlocutori per cui immagino vorrai accettare la forma dialogante in cui scrivo questo post che – sebbene mi interesserebbe vedere una risposta da parte tua – è comunque inteso a sottoporre un argomento a tutti i lettori del sito.
      Ho assistito alla tavola rotonda/dibattito che si è svolta sabato 9 a Perugia dopo il tuo intervento al meeting su “Progettare il futuro” e non mi sono sorpreso nel constatare come sia difficile far passare il messaggio della decrescita presso interlocutori dubbiosi ancorché non del tutto contrari, particolarmente politici, amministratori, professionisti e industriali; persone che pur avendo (ammesso e non concesso) sinceramente a cuore il benessere dei cittadini, sono pur sempre gente di partito o di azienda, portatori dunque di interessi ben inseriti nel sistema della crescita.  Capisco dunque che ci voglia un certo “tatto” nella scelta delle tesi da sostenere perché, certo, l’obiettivo è quello di incidere effettivamente sulla realtà e non semplicemente di arroccarsi su posizioni “dure e pure”.

      D’altra parte però, visto che si parlava di edilizia sostenibile, direi che un edificio – anche uno  teorico – non deve mancare di alcuna parte portante, dalla base alla cima, altrimenti è soggetto a barcollare sotto i colpi dei suoi detrattori.  E qui viene la riflessione che mi è sorta da questo incontro: chi non capisce il vero contenuto del messaggio della decrescita – o chi ha interesse a “disinnescarne” la potenziale radicalità – cade spesso nella con-fusione e nell’equivoco che, in buona o in cattiva fede, si presenta solitamente in due varianti: prima di capirla, la decrescita viene confusa con la recessione e, dopo averla “capita” , con lo sviluppo “sostenibile”.  Ai politici e gli amministratori specialmente “di sinistra” – che devono cercare di cavalcare ogni sorta di contraddizioni e rimanere comunque in sella – è soprattutto questo secondo tipo di equivoco ad essere indispensabile, perciò cercano spesso di minimizzarlo riducendolo a una disquisizione nominale, un po’ oziosa ed inutile, come di qualcuno che vuole pretestuosamente distinguersi da chi già è lì a fare il lavoro che va fatto, ovvero il cosiddetto “sviluppo sostenibile”.  L’altra sera mi è sembrato ci fosse chi arrivava quasi a rivendicare una sorta di “crescita della decrescita” pur di non lasciar passare un’accezione negativa del primo dei due termini. 

      Il fatto, dunque, di lasciar spazio a simili equivoci e confusioni, che siano ad arte o in buona fede, tra decrescita e sviluppo sostenibile (o varianti simili) non è un punto da poco: ne va, tra l’altro,  che la proposta della decrescita venga recepita col potenziale di alternativa a tutto tondo che ha o che si esponga costantemente al rischio di essere fatta rientrare nei ranghi del sostanzialmente innocuo.
      Ma, il punto critico su cui vorrei qui attirare la tua attenzione, è che a volte, mi sembra, nel modo in cui viene esposta, la proposta della decrescita porge effettivamente il fianco a questo tipo di confusioni.  Questo sarà senz’altro per evitare di spaventare più di quanto già non si faccia, ma mi pare che il risultato sia il ricorrere di questa confusione.

      Tu dimostri, dati alla mano, che la crescita non ha mai prodotto nuova occupazione e fai notare che potrebbe essere invece proprio la decrescita a crearne, abbassando la produzione/consumo di merci che non sono beni ed aumentando (nei limiti del necessario)  quella di merci che sono anche beni e quella di beni che non sono merci. Non solo non si perderebbero (sul totale) ma perfino si creerebbero nuovi posti di lavoro grazie ad una riconversione del modello di produzione/consumo in senso decrescente/sostenibile a partire dalla ricerca/implementazione di nuove soluzioni tecnologiche per il risparmio energetico nell’efficienza degli edifici, nei consumi termoelettrici e dei carburanti per autotrazione.  La via percorribile sarebbe una fase di riconversione tecnico/economica (oltre che culturale ecc…)  che durerebbe prevedibilmente alcuni decenni per realizzarsi nelle proporzioni dovute e, se il processo fosse guidato con pianificazione ed accortezza, questo non comporterebbe una recessione, ma, al contrario, un aumento dell’occupazione e del benessere complessivo.  Questo, però, non potrebbe essere chiamato “crescita” in quanto non consisterebbe in un incremento nei parametri che misurano il PIL, bensì in una loro diminuzione in quanto si tratterebbe di un risvolto virtuoso di una riduzione nei consumi e dei loro danni collaterali (che anch’essi innalzano il PIL). 
      Tutto bene e tutto vero: c’è un’enorme riconversione da fare e se questo farà perdere numerosi posti di lavoro (per il calo di determinati consumi) ne produrrà possibilmente anche di più in una sorta di soluzione “win-win” in cui saranno sia la società che l’ambiente a guadagnarci e questo con una diminuzione del PIL e non con un suo aumento, confutando così la “superstizione” della crescita.
      Benissimo.  Però, se il problema non è solo un errato sistema di calcolo e valutazione dello sviluppo/benessere col falso metro del PIL, ma si tratta di qualcosa di ben più sostanziale, allora la citazione di Latouche come fautore del “non-consumo” da parte di un architetto presente al dibattito, pur errata nella lettera (visto che la décroissance di cui parla Latouche è correttamente tradotta in italiano con decrescita), è vera nella sostanza.  Voglio dire che ciò che occorre è, almeno in prospettiva, una riduzione dei consumi in termini assoluti e non solo un cambiamento da un certo tipo di consumi/produzione/occupazione ad un altro.  Per riprendere un tuo paragone non c’è solo la differenza tra chi mangia meno per la scelta di fare una dieta salutare e chi non mangia perché non ne ha, ma anche la differenza tra chi si abbuffa di carote anziché di carne e chi decide di alimentarsi sobriamente.

      Mi sembra innegabile che, dopo un periodo, anche relativamente lungo, di riconversione (con tutto il dinamismo economico ed occupazionale che questa può dare), una volta che questa sarà avvenuta, si dovrà necessariamente approdare ad un modello economico più “circolare”, più tendente, se non proprio allo statico, ad una condizione di equilibrio, se si vorrà vivere in una dimensione rispettosa di ritmi propriamente umani e naturali nella quale si trovi effettivamente la “felicità” (a tutto tondo) sostenibile della decrescita. Se la riconversione sarà stata effettiva, molti dei posti di lavoro da essa creati saranno destinati ad un certo punto ad esaurirsi o a ridimensionarsi notevolmente (a meno che non continuino parallelamente – e in funzione complementare – le attività che abbisognano di riconversione).  Se i beni prodotti saranno più duraturi e meno impattanti i consumi in assoluto diminuiranno (e con loro gli addetti alla produzione e allo smaltimento) e  credo che neanche i beni/servizi immateriali potranno fornire occupazione retribuita oltre una certa misura certo non tale da interessare la gran parte dei cittadini. 
      In altre parole questo significa che, almeno in prospettiva, bisogna riconoscere che l’occupazione – a riconversione avvenuta e senza un nuovo ciclo di consumismo, magari di un altro genere di prodotti, ma a lungo andare con effetti analoghi – dovrà essere in gran parte una occupazione non retribuita (o solo in parte retribuita) ovvero un’occupazione di autoproduzione.  Una occupazione che occupa a tutti gli effetti e che produce beni (anche col forte elemento di creatività e soddisfazione che questo può dare), ma che non dà reddito in termini monetari.
      Ora, una società composta in larga misura da persone che si trovano, in un contesto ecosostenibile,  in questa condizione (almeno per una parte significativa della loro occupazione) non può essere che  una società di contadini o meglio – immaginandola in questa fase post-riconversione – di neo-contadini.  Il che naturalmente non significa che non sia anche composta da molte altre figure, ma neppure che in questi termini si possa pensare solo ad aziende agricole innovative-pilota modello, ma anche – e quantitativamente soprattutto – a semplici aziende individuali e piccolissime cooperative di persone che uniscono vari tipi di occupazione retribuita a percentuali sostanziose di autoproduzioni, non solo, ma soprattutto, agricole ed artigianali per il proprio sostentamento (pur comprensivo di una parte di scambio e vendita di prodotti ed eccedenze).

      Ciò che dunque voglio dirti, Maurizio, è che capisco che questo è un discorso di prospettiva e che oggi suona al grande pubblico come una di quelle eresie (o anche assurdità) come suonavano venti-trent’anni fa molte delle cose di cui parliamo adesso; capisco che non sia un argomento che spalanchi le porte  delle amministrazioni (e nemmeno delle opinioni) pubbliche, ma credo pure che la direzione della decrescita sia naturalmente lì che vada a parare e che la prospettiva di questo esito sia un po’ un pezzo mancante, che dovrebbe essere riconosciuto e reso più esplicito, dell’analisi decrescente nel suo insieme.  Al di là del richiamo un po’ generico a forme minime ed economicamente non strutturali di autoproduzione.
    Anche perché la differenza col cosiddetto “sviluppo sostenibile” altrimenti non appare nella sua chiarezza che invece c’è ed è fondamentale.
      Capisco pure che ci sia il rischio di passare per “ecofondamentalisti” (bé, a me questo non spaventa più di tanto visto che è il nome che ho dato al mio sito).  Ma, così come mi sembra che nelle presentazioni delle proposte “decrescenti” il richiamo all’autoproduzione (che pure c’è, senza dubbio) rimane spesso un po’ sul vago, nello stesso modo la prospettiva “neo-contadina” non necessariamente è destinata a restare – sebbene prospettiva – in termini generici e fumosi.

      Ci sarebbero molte possibilità di campagne di opinione, proposte di legge (un esempio quello di www.agricolturacontadina.org ), punti programmatici da inserire nel contesto della decrescita che potrebbero essere volti a favorire chi volesse fin da subito (e magari fin da giovane) rivolgersi alla vita in campagna e all’autoproduzione contadina preparando così il terreno per quando questa prospettiva sarà più largamente riconosciuta e credibile.  C’è da pensare a normative facilitate per i piccoli produttori agricoli biologici sia in termini legali/fiscali che di regole igienico-sanitarie che attualmente li strozzano mentre favoriscono la grande distribuzione con la qualità che sappiamo; ci sarebbe da istituire una categoria professionale ad hoc per i produttori che per dimensioni di attività e di reddito  oltre che per sistemi di lavorazione si possano considerare “ecosistemici” e che andrebbero premiati e favoriti per questo svolgendo un ruolo utile per l’intera collettività; ci sarebbe da fare pressioni perché le amministrazioni pubbliche usino il potere che il federalismo demaniale gli conferisce per destinare ad un recupero bio-contadino case coloniche e terreni abbandonati di loro proprietà anziché venderle come si accingono a fare per riaggiustare i loro bilanci di cassa (più modestamente un altro esempio da parte mia:   www.ecofondamentalista.it/bozzaproplegge.htm ).

      L’Umbria, regione dove si svolgeva quell’incontro, non è solo la vetrina verde d’Italia, ma anche una regione dove in tanti hanno scelto da decenni di sperimentare forme di sussistenza felice e decrescente che con un po’ di aiuto pubblico (anche solo legislativo e non finanziario) sarebbero alla portata di molti di più.  Sono forme di sussistenza che hanno comportato un notevole impegno finanziario e lavorativo per un certo numero di anni (come sarebbe per una riconversione su scala molto più grande) ma che dopo sono generalmente in grado di mantenere un livello abbastanza costante ed equilibrato di economia grazie al fatto di reggersi (non del tutto, ma) in parte importante su un’occupazione autoproduttiva, non retribuita e dunque su una ricchezza non monetaria che è cioè non solo denaro risparmiato, ma denaro non-prodotto.
    Una ricchezza che è sempre stata (anche nelle forme di epoche precedenti) la ricchezza contadina.
    La ricchezza a cui credo la prospettiva della decrescita dovrà necessariamente approdare e che forse potrebbe essere rivendicata a volte in modo più esplicito (per quanto eretico e poco presentabile) come uno importante fra gli elementi che distinguono la decrescita da prospettive antitetiche di crescita illimitata, per quanto spacciata come sostenibile.

    Un carissimo saluto con sincera stima e gratitudine per il tuo lavoro

    Sergio Cabras
    www.ecofondamentalista.it 

     
    Caro Sergio,
    ti ringrazio per la tua lucidissima sintesi della nostre proposte. Concordo totalmente con te. La fase della riconversione, una fase di transizione da un modello a un altro, non può che portare a un’economia più circolare, senza crescita, con una diminuzione in valori assoluti dei consumi. Penso, anzi, che questa parola vada abolita perché veicola una concezione distruttiva del fare. Io non mi sento consumatore ma utilizzatore e utente. Le risorse naturali trasformate in beni dal lavoro umano, sia nel caso in cui vengano autoprodotti, sia nel caso in cui vengano acquistati sotto forma di merci, non sono da consumare, ma da utilizzare con consapevolezza e sobrietà. Penso che il lavoro finalizzato alla produzione di merci in cambio di un reddito monetario, dovrà impegnare non più della metà del tempo attuale (un capitolo del mio primo libro, Le tecnologie di armonia, pubblicato da Bollati Boringhieri nel 1994, si intitolava: "Se quattro ore vi sembran poche"). Penso che quella contadina sia l’unica civiltà: qualche tempo fa ho firmato un manifesto in proposito, assieme a Giannozzo Pucci, Vandana Shiva e Wendell Berry, che puoi trovare sul nostro sito. Ma a questo obbiettivo non si può giungere, se mai si giungerà, se non attraverso tappe intermedie: la dimensione della politica, la capacità di attrarre consenso. Se non si vedono queste tappe intermedie, ma solo gli obbiettivi finali, si è presbiti. Se si vedono solo le tappe intermedie, ma non le si collocano all’interno di un percorso indirizzato a una meta, si è miopi. Sarebbe bene evitare entrambi gli errori. Sulle tematiche che tu sollevi MDF è ancora debole. Del resto è nato meno di tre anni fa. Vuoi darci una mano? Se accetti, la tua scelta mi farà piacere e ti metteremo in contatto con chi di noi si occupa di tematiche affini a quelle di cui tu ti occupi.
    Un abbraccio
    Maurizio Pallante

     

     

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