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  • 07gen

    Cancun, la Bolivia chiede l’annullamento degli accordi

    La popolazione di Chuquisaca, regione meridionale della Bolivia, ha redatto un documento nel quale si schiera al fianco del proprio presidente, Evo Morales Ayma, che in una recente conferenza stampa  ha annunciato ufficialmente che si rivolgerà alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja affinché gli Accordi di Cancún vengano annullati.

    La decisione di far invalidare dal tribunale internazionale gli atti finali della sedicesima Conferenza delle Parti (COP16) dipende dal fatto che la documentazione è stata adottata senza il consenso di tutte le Parti, cioè senza rispettare le procedure previste dalla Convenzione Quadro sul cambiamento Climatico delle Nazioni Unite (UNFCCC) e che gli accordi in essa contenuti costituiscono una seria minaccia per la sopravvivenza del pianeta.

    La decisione della Bolivia di ricorrere al tribunale internazionale dell’Aja era stata ventilata sin dallo scorso 10 dicembre 2010 da Pablo Solón, ambasciatore boliviano presso le Nazioni Unite e delegato al COP16, quando si era rifiutato di sottoscrivere gli Accordi di Cancún (o Cancún Agreements).

    In quell’occasione Solón aveva denunciato come la Conferenza messicana abbia di fatto consolidato le decisioni prese a Copenhagen nel 2009, ignorando totalmente le istanze presentate dai paesi in via di sviluppo, i quali, pur non avendo contribuito ad inquinare il pianeta, sono costretti a pagarne le conseguenze. Istanze che erano emerse ad aprile 2010 a Cochabamba e Tiquipaya durante la prima Conferencia Mundial de los Pueblos sobre el Cambio Climático y los Derechos de la Madre Tierra.

    Il manifesto del popolo Chuquisaca presentato nell’ambito del primo Vertice sull’Ambiente, l’Acqua e la Madre Terra, sottolinea come l’obiettivo degli Accordi di Cancún di contenere l’innalzamento della temperatura del pianeta di 2° centigradi riducendo le emissioni inquinanti solo del 13-17% non sia accettabile, poiché rischia di provocare la scomparsa di interi stati insulari (ad esempio Tuvalu) e la riduzione del 50% dei ghiacciai mondiali, con conseguenze disastrose sull’accesso all’acqua potabile, la produzione di cibo e la desertificazione del pianeta. Per non parlare dello spostamento di intere popolazioni da uno Stato all’altro, costrette ad emigrare a causa dei cambiamenti climatici.

    Gli accordi messicani contemplano anche l’istituzione di un ‘fondo verde’ e lo stanziamento di oltre 100 miliardi di dollari a partire dal 2020. Nei primi 3 anni il denaro verrà stanziato dalla Banca Mondiale – un’istituzione che, secondo la Bolivia, non rispecchia in modo obiettivo ed imparziale gli interessi dei paesi in via di sviluppo – mentre non viene indicato chi finanzierà il fondo in seguito, aprendo la strada a scenari imprevedibili.

    Gli Accordi di Cancún non solo hanno ignorano la richiesta boliviana che il ‘fondo verde’ fosse finanziato con una parte del bilancio che i paesi industrializzati ogni anno destinano alla difesa e alla guerra (che incide pesantemente sul cambiamento climatico), ma prevedono anche che tutti i paesi sottoscrittori accettino gli obiettivi elencati in un documento – chiamato FCCC/SB/2010/INF.X – che ancora non esiste e che sarà redatto dai soli paesi industrializzati. A tutto ciò si aggiunge il fatto che non esiste alcuna garanzia che venga rispettato il Protocollo di Kyoto per il secondo periodo (Kyoto 2) e che, al contrario, si incoraggi la compravendita di ‘quote’ di emissioni di carbonio tra i paesi del sud del mondo e quelli industrializzati, invece di spingere questi ultimi ad agire in modo più responsabile.

    Per tutti questi motivi il popolo Chuquisaca disconosce gli Accordi di Cancún, ribadisce che “la Madre Terra non è in vendita” e sostiene l’operato del proprio presidente, che ha respinto tali accordi, rifiutandosi di “firmare un assegno in bianco”.

    Gli Accordi di Cancún, secondo Evo Morales Ayma, sarebbero peggiori dell’Accordo di Copenhagen. Nel 2009 in Danimarca, infatti, al fine di contenere l’innalzamento della temperatura di 2° centigradi, era stata fissata una riduzione delle emissioni che andava dal 23 al 40%. La riduzione dei nuovi accordi, invece, pari al 13-17%, corrisponderebbe ad un innalzamento della temperatura globale compreso tra i 3° e i 4° gradi centigradi.

    Ma non è tutto: non essendo stato raggiunto il consenso di tutte le Parti, il Copenhagen Accord del 2009 non aveva trovato applicazione, poiché il regolamento della Conferenza delle Parti prevede che i documenti redatti vengano applicati solo se tutte le singole Parti sono favorevoli.

    In Messico, invece, nonostante il parere contrario della Bolivia (unico paese su 194 partecipanti), il presidente del COP16, Patricia Espinosa Cantellano, ha dichiarato gli Accordi di Cancún approvati e quindi applicabili. Da qui la decisione di Evo morales Ayma di appellarsi al tribunale dell’Aja e la decisione del primo Vertice sull’Ambiente, l’Acqua e la Madre Terra di sostenere il presidente.

    Il Vertice ha sollecitato Evo Morales Ayma a convocare nel corso del 2011 la seconda Conferencia Mundial de los Pueblos Sobre Cambio Climático y Derechos de la Madre Tierra (CMPCC).

    Il presidente, dal canto suo, ha espresso profondo rammarico per tutti quei paesi che a Cochabamba avevano sottoscritto le istanze da presentare al COP16 e che, solo pochi mesi dopo, hanno votato in favore degli Accordi di Cancún. Evo Morales Ayma, tuttavia, si è detto fiducioso che numerosi capi di stato tornino ad ascoltare le richieste dei popoli di tutto il mondo e che possano fare un passo indietro rispetto al COP16, perché “gli esseri umani non possono vivere senza il pianeta, ma il pianeta, la Madre Terra, può esistere anche senza esseri umani”.

    Fonte:

    Il Cambiamento

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