• 07mar

    La condivisione

    Una distorta visione della povertà in campo cristiano ha visto storpiare questo grande valore lungo la storia. Esso si é ridotto a pauperismo dove a farne da padroni sono la bruttezza e la miseria. Eppure cosi’ non deve essere. Gesù é stato povero ma mai straccione. Non é nato in una famiglia poverissima (se avesse voluto sarebbe nato in una famiglia di schiavi) ma in una famiglia del ceto medio. Probabilmente appartenente all’ultima scala del ceto medio. Dagli studi si evince che fosse un teknon cioè un artigiano. Doveva procurarsi il lavoro e molto probabilmente andò in giro con suo padre Giuseppe per guadagnarsi la pagnotta. Dai suoi viaggi avrà imparato il greco e appreso l’arte del dialogo e scrutato per bene la realtà. Anche una volta abbandonato il mestiere di artigiano, non ha sposato il pauperismo che vediamo qua e là nella chiesa nè lo sfarzo di certi palazzi. ( li ha lasciati ad Erode). Egli infatti abitava una casa di amici strettissimi. Il suo gruppo aveva una cassa per le loro spese. Accettava volentieri gli inviti a cena e a pranzo a tal punto che qualche volta – vedi Zaccheo – si autoinvitava. Non sol, ma i suoi avversari più duri, per metterlo in cattiva luce , lo chiamavano “mangione e beone” una sorta di scroccone moderno. Alla fine cosa vuole dirci Gesù con tutto questo? Semplice che Dio non vuole gli uomini poveri, sporchi, puzzolenti e sotto i ponti. No! Egli vuole uomini dignitosi di tal nome e per fare questo occorre la vera povertà di Gesù che in realtà é condivisione. Si Gesù ha condiviso tutto dai beni materiali a quelli personali fino alla vita! E’ questa la vera povertà cristiana e i veri discepoli e i santi lo hanno ben capito e vissuto sempre. Basta dare una lettura intelligente alle loro vite e ai loro scritti per capirlo.

    E noi?

    Anche noi siamo chiamati a condividere quello che abbiamo e possiamo farlo quando capita oppure come stile di vita. Possiamo condividere il pane che facciamo in casa con chi fa la pasta o l’olio. Possiamo condividere il tempo se ne abbiamo in più costituendo le banche del tempo. Possiamo condividere un sapere e farne partecipi chi ne volesse imparare l’arte. Possiamo condividere ben sapendo che possiamo e dobbiamo saper ricevere anche da altri. Lo scambio del dono resta sempre uno dei capisaldi del vero cristianesimo ed i cristiani dovrebbero saperlo vivere ed assumere come habitus come stile normale e normante. Come si potrebbe infatti testimoniare un amore reciproco se questo non è visibile prima di tutto tra i cristiani stessi. Oggi certo le comunità cristiane non possono essere identiche a quelle primitive ma certamente devono trovare nuove forme attuali per incarnare lo stile del loro maestro. Lo stile del dono reciproco – che oggi ritroviamo anche nella decrescita – resta essenziale e può essere tranquillamente messo in pratica ovunque “vi siano due o tre riuniti nel suo nome” che a detta dello stesso Gesù sono in sua compagnia e formano la Chiesa! Anche queste cose andrebbero dette e ridette maggiormente nelle assemblee liturgiche o negli incontri di formazione dei cristiani. Pena il restare solo nell’ambito della teoria e il non “fare la Parola”- come ammonisce l’apostolo Giacomo nella sua lettera ai cristiani di Gerusalemme. Non a caso si è sempre fatta moltissima fatica nella Chiesa nel leggere gli scritti di Giacomo. Ma le esortazioni in tal campo non mancano davvero e soprattutto se si ritorna alle fonti, non mancano tra i grandi Padri della Chiesa. Penso ad Ambrogio, Agostino, Cipriano, Origene, Giovanni Crisostomo, Girolamo, Massimo di Torino etc etc. Sono innumerevoli i testi con cui i Padri della Chiesa hanno esortato alla condivisione al mettere in comune i propri beni materiali e spirituali. Ne cito solo alcuni: “ Invano si credono innocenti coloro che si appropriano i beni che Dio ha reso comuni” ( Gregorio Magno); “ Questo significa diventare veramente figli di Dio attraverso la nascita spirituale: imitare l’equità di Dio padre seguendo la legge che proviene dal cielo. Appartengono a tutti i beni di Dio che sono in nostro uso. Nessuno deve essere allontanato dai suoi benefici e dai suoi doni. Tutto il genere umano deve godere in eguaglianza della bontà e generosità di Dio” ( Cipriano, le buone opere e l’elemosina 25); “ Dio ci diede la terra in comune, non perché un’avarizia irritante e spietata si manifestasse, e qualcuno fosse privato di ciò che era a disposizione di tutti, ma perché gli uomini vivessero in comunità…Quando gli uomini si allontanarono da Dio sparì la comunanza primitiva e si violò il patto della società umana. Da allora cominciarono a venire alle mani, a tendersi insidie gli uni agli altri, a vantarsi dell’effusione del sangue umano”. (Lattanzio, Istituzioni divine); Si potrebbe continuare davvero per molto tempo e restare su ognuno di questi passi per ore e da questi fermentare all’interno di se stessi e poi come comunità un germe nuovo, una spinta nuova come un lievito nuovo e bello che sia di giovamento per tutti. Credo che la crisi del cristianesimo che sta (per fortuna!) attraversando le nostre terre sia una vera occasione per ritrovare e riscoprire il vero senso dell’essere credenti e dell’esserlo nel mondo di oggi. Come dice Gesù : «Per questo ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13, 52)

    Termino con una citazione di Giovanni Crisostomo tratta da una sua omelia : “Il “mio” e il “Tuo” non sono altro che parole prive di fondamento reale. Se dici che la casa è tua, dici parole inconsistenti perché l’aria, la terra, la materia sono del Creatore, come pure tu che l’hai costruita, e così tutto il resto. Se poi è vero che l’hai in uso, esso tuttavia è incerto e non solo a causa della morte,ma, oltre che per la morte, anche per l’instabilità delle cose…Ringraziamo sempre, dunque, con o senza i beni di questo mondo, e non siamo schiavi di ciò che passa e non è nostro.”

    Fonte: www.ladecrescita.wordpress.com

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