• 21mar

    Che fatica decrescere!

    In questo articolo vorrei riflettere su quali possano essere le basi per creare una società basata sulla decrescita. Aldilà delle utopie, vorrei proporre alcune misure che penso sia necessario adottare affinché la decrescita venga percepita come una normale integrazione dell’individuo  al cambiamento sociale, piuttosto che come un’imposizione forzata legata alla crisi economica e/o a cambiamenti politici.

    Partirei dagli effetti benefici, ampiamente condivisi, che la decrescita apporta alla società: cooperazione e solidarietà, convivialità, valorizzazione del tempo libero e dello sviluppo personale, miglior benessere, nonché  medicina che prediliga, dove possibile, terapie basate sul cambiamento degli stili di vita piuttosto che sull’uso dei farmaci e aggiungerei, medicina che guardi al paziente come persona e non come malato.

    Rifletto però che tali effetti benefici siano di fatto dei presupposti per la decrescita. Infatti  relazioni di equilibrio ecologico fra l’uomo e la natura, nonché di equità fra gli esseri umani stessi richiedano un cambiamento culturale basato appunto sulla cooperazione, sulla convivialità…

    A pensarci bene, diversi elementi ostano la decrescita. Infatti, mi chiedo:

    –        Come è possibile cooperare ed essere solidali in un sistema competitivo e capitalista?

    –        Come è possibile essere conviviali se spesso negli ambienti di lavoro mancano degli spazi comuni dove ritrovarsi, durante le pause per consumare e/o condividere cibi preparati in casa?

    –        Come è possibile trovare un buon bilanciamento tra lavoro e tempo libero se il precariato e la paura di perdere il posto di lavoro ci costringono a subordinare il nostro tempo e la nostra vita privata alle esigenze dell’azienda?

    –        Come possiamo pensare al benessere e non al ben-avere se la nostra cultura e il nostro sistema sono imperniati sul possesso e sulla proprietà privata?

    –        Come possiamo prediligere il cambiamento di uno stile di vita ai farmaci in mancanza di informazione trasparente sugli effetti dannosi dei farmaci? Come può un medico proporre al paziente un cambiamento dello stile di vita invece che la somministrazione di un farmaco, in presenza di pressioni da parte dei pazienti stessi o da parte delle case farmaceutiche?

    –        Come può un medico curare la persona e non la malattia quando le diagnosi si basano su dati numerici, esiti di esami clinici e non sull’ascolto del paziente e della sua storia di malessere?

    Pertanto affinché la decrescita non sia pura utopia, occorre un cambiamento radicale. Molte persone, ragionevolmente, alla luce degli interrogativi precedenti potrebbero dichiararsi scettiche alla decrescita. Altre potrebbero dimostrare apparente interesse, che poi svanisce con l’autoconvinzione e la rinuncia “vorrei, ma non posso”. La situazione è analoga alla posizione sul volontariato: nessuno è contrario, ma solo alcuni lo sostengono.

    Aldilà delle chiacchiere e dei buoni propositi, vorrei dare alcuni suggerimenti riguardo ad alcune proposte che potrebbero porre le basi per una società della decrescita.

    Riguardo al primo interrogativo, penso che una cultura solidale e cooperativa debba essere insegnata sin dall’infanzia. L’insegnamento cattolico e la pura esaltazione alla fratellanza, all’uguaglianza e alla solidarietà sono ipocrisia se non accompagnate da usi e consuetudini. Come si può favorire una società collaborativa e partecipativa se fin da piccoli i bambini crescono in un ambiente competitivo che li valuta solo per mezzo delle votazioni scolastiche conseguite e non per le loro capacità di apprendimento, per la loro creatività e per il loro potenziale?

    Pertanto un passo avanti verso la decrescita potrebbe essere quello di eliminare i voti scolastici,

    Il voto scolastico infatti induce all’accumulo dei punti anziché all’acquisizione e alla condivisione di conoscenze: i bambini (o i ragazzi alla scuola dell’obbligo) studiano per i voti e non per imparare qualcosa. Di fatto è come un capitalismo che porta all’ossessione del risultato “monetario” piuttosto che al percorso di accrescimento, valorizzazione e, se vogliamo, benessere individuale. Così come PIL elevato non vuol dire elevato benessere, allora neanche voto elevato significa necessariamente intelligenza, creatività. Pertanto, se lo studente non venisse fin da bambino stressato a portare a casa dei risultati, anziché a padroneggiare e condividere le conoscenze, potrebbe mirare a “far meglio” anziché a“far di più”.

    Riguardo al secondo interrogativo, proporrei alle aziende private e pubbliche, di istituire ciò che all’estero chiamano “common rooms”, ossia degli spazi, dotati di salotto, cucina, frigorifero, TV, libri dove persone dello stesso ufficio o di uffici diversi possono ritrovarsi, nelle pause, per consumare e condividere il cibo preparato in casa. In tal modo non si obbligano i lavoratori a dover uscire dall’ufficio e consumare giornalmente cibi preparati in locali pubblici, spesso di fretta, per paura di non riuscire a rientrare in tempo in ufficio. Certo, si potrebbe obiettare che i locali non ne trarrebbero beneficio, ma il lavoratore potrebbe beneficiarne in salute, grazie ad uno stile  di vita migliore e in relazioni sociali. In alternativa i locali limitrofi all’azienda, potrebbero direttamente proporsi di offrire tale servizio.

    La soluzione al terzo quesito è quella che più dipende dalla regolamentazione pubblica. Infatti il lavoratore, per quanto possa dare importanza ai propri hobbies, è indotto a rinunciarvi se esigenze di lavoro lo richiedono, poiché ha faticato molto a trovare tale impiego e difficilmente potrebbe trovarne un altro se lo perdesse. Pertanto, affinché si possa bilanciare tempo libero e lavoro, occorre una certa stabilità lavorativa o altrimenti una flessibilità lavorativa che giovi al lavoratore, senza però svantaggiare il datore di lavoro (ad esempio consentire, quando possibile, il telelavoro). Anche in questo caso, ci sarebbero miglioramenti sulla qualità di vita, sul benessere e la salute del lavoratore (meno stress legato ai trasporti …) ma anche sulla qualità del lavoro, grazie alla miglior produttività del lavoratore.

    Molti sono gli esempi che ci fanno capire quanto la società sia basata sul possesso delle cose anziché sull’esperienza umana e, di conseguenza, sul ben-avere anziché benessere. I genitori si preoccupano di più se il figlio non ha buone votazioni piuttosto che se non è ben integrato e non sta bene in classe. Ci si preoccupa di avere un buon curriculum, piuttosto che di essere dei professionisti. Per un posto di lavoro si viene selezionati per l’immagine che si ha piuttosto che per come si è. Durante il colloquio di lavoro spesso non vengono poste domande tecniche del tipo: “se lei avesse questo problema, come lo risolverebbe?”, ma piuttosto si chiede “perché ha cambiato città o lavoro?”. E, infine, l’atteggiamento di possedere il proprio corpo anziché essere il proprio corpo, in maniera tale da spingersi ad affidarlo completamente nelle mani di chi può ripararlo, quando sta male. E da qui si spiega il business delle case farmaceutiche. Quindi il quarto e il quinto interrogativo richiedono un complesso cambiamento culturale e in più, per il quinto quesito, anche una regolamentazione pubblica che vieti l’abuso dei farmaci e la mancanza di informazione trasparente sui loro effetti collaterali.

    L’ultimo punto richiede un diverso approccio di cura, basato sull’ascolto o sulla narrazione della storia del paziente, che implica la valutazione dell’individuo per la persona che è nel complesso e non per i sintomi e la patologia che ha. La soluzione può essere data dalla cosiddetta Medicina Narrativa (http://www.iss.it/medi/chis/cont.php?id=79&lang=1&tipo=10) che, come studi dimostrano, migliora il rapporto tra medico e paziente e forse potrebbe indirizzare sia il medico che il paziente verso la soluzione che spesso è la migliore per risolvere un problema di salute: cambiare stile di vita piuttosto che assumere farmaci.

    E se la malattia fosse dovuta proprio alla crescita?

    Stefania Di Gangi

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Discussion 12 Responses

  1. 21 marzo 2013 alle 10:02

    Tutto molto condivisibile e sfidante. Io avrei un suggerimento, vista appunto la società attuale, i valori, non userei il temine decrescita, è visto troppo negativamente per riuscire poi ad entrare nei dettagli. Troviamo un altro termine: Progresso Intelligente, Crescita bilanciata, sforziamoci, le parole sono importanti.

    • 21 marzo 2013 alle 12:24

      Hai proprio ragione. Bisogna creare strategie per far sì che la gente si interessi. Oltre a cambiare il termine, si potrebbe promuovere l’idea in maniera più didattica per richiamare l’attenzione di ogni genere di persone. Cioè, attraverso azioni popolare come concerti ed eventi.

    • 21 marzo 2013 alle 14:48

      Bell’articolo, condivido il metodo costruttivo e non distruttivo, dobbiamo cambiare mentalità, cultura ed abituduini, è questione di decenni di impegno ma il tempo non è sprecato, è la nostra vita che da subito può diventare migliore

      • 21 marzo 2013 alle 16:34

        Cara Stefania, condivido la tua analisi quasi in toto ed alcune proposte di cambiamento utili a raggiungere uno stato di benessere che tutti desideriamo, ma in pochi – ma credo e spero sempre di più – cerchiamo sul serio. ho lavorato 26 anni in un’amm.ne pubblica e in diverse occasioni si è parlato di “benessere del lavoratore” Erano open-space promossi dal Min. della Funzione pubblica. Sembra che gli enti locali,-Almeno al sud sia i politici che i dirigenti siano sordi a promuovere iniziative volte a migliorare alcuni aspetti dell’organizzazione perché essi stessi attanagliati da logiche di potere e produttive . Evitano, quindi, di capire quanto le buone relazioni tra i colleghi e condizioni di agio, possano favorire anche il rendimento “efficiente ed efficace” che tanto si proclama!
        Ho scelto da anni uno stile di vita in armonia col creato, soprattutto cercando di conoscere e scoprire patrimoni naturali. Da anni mi curo con la medicina cinese, che fa parte di quella “olistica” che guarda alla persona e non al sintomo. Credo inoltre che il vero insegnamento cattolico l’abbiano dato un Francesco d’Assisi.. e tanti uomini e donne consacrati e non che sull’insegnamento di Gesù hanno dato e continuano a dare una spinta altra, che ha bisogno di motivazioni profonde convinzioni radicate per non soggiacere ai ritmi aggressivi, barbari del nostro tempo. Vedo e credo che in molti siamo nella rotta giusta…altri dovranno ancora rompersi il cuore o l’anima per orientarsi al meglio ,tutti compresi.

    • 22 marzo 2013 alle 13:42

      sono d’accordo con Marco, assolutamente da cambiare il termine e girarlo in positivo, anche perchè è realmente positivo il concetto.

  2. 21 marzo 2013 alle 18:45

    “Se la malattia fosse dovuta alla crescita”, la cura non può che essere la decrescita. Finora non siamo riusciti a trovare un nome migliore, perchè cambiarlo? Ormai sta entrando nell’immaginario collettivo, come il termine nonviolenza. Analogamente al termine decrescita, anche per il termine “nonviolenza” non si è riusciti a trovarne un altro che esprima meglio il concetto e quindi, proprio perchè il nome è importante, teniamoci il nome DECRESCITA, naturalmente FELICE! :)

  3. 22 marzo 2013 alle 01:41

    Ritengo tutto giusto, e anche il tema principale della decrescita al quale chiedo scusa ma mi sto avvicinando in maniera più dettagliata solo da pochissimo, forse minuti, perciò non so ancora bene di cosa si tratti, ma in in ogni caso accanto ad una sensazione per il momento molto positiva, c’è una cosa che non mi convince, perchè tutto questo accento sul biologico, e sull’ eco-sostenibile come se il problema principale della fecilità delle persone fosse legato a mangiare bene e a avere un ambiente pulito? ma come si può spiegare questo a chi non riesce più nemmeno a tirare avanti una famiglia, a mangiare? forse dico cose prive di fondo, ma non conoscendo bene il tema mi interessa solo approfondirlo. Poi c’è un altra cosa , non lo so ma una società fondata sul dono più che sul lavoro o sull’interesse economico come fattori di spinta, mi sembra un mondo in cui manchi un fattore di spinta, e che quindi non tende al progresso, mi sembra che possa tendere a ristagnare, a essere alla fine triste. Certo tutti al presupposto di tornare a aspetti come quelli in cui si lavora di meno, si ha più tempo,in cui si dà poco importanza alla produzione e alla spinta data dal capitale o dal lavoro, può apparire più rilassante, senza spinta indubbiamente ci si rilassa non bisogna rincorre il progresso, ma se la spinta no c’è più, tutto è basato solo sullo scambio o dono dell’esistente, delle tradizioni accumulate, questo pone problemi alla creatività e forse all’intelligenza, che per me restano necessitanti di stimolo. Insomma da un lato mi sembra , questa teoria un evoluzione del principale nemico della crescita capitalistica negli anni precedenti, il comunismo , dall’altro mi sembra un evoluzione in un certo senso contagiata e corrotta dall’ormai affermazione netta nei modi di vivere e pensare del capitalismo stesso, una sorta di teoria da intelletualoidi, molto sofisticata tipica di tutte le evoluzioni raziocinanti dei nostri tempi, ma un po da sfigati, da intellettuali che vivono fuori dal mondo. Quello che voglio dire è che mentre il comunismo come reazione contro quella crescita nasceva dal cuore e dall’esperienza della gente , questa sembra nascere dalla mente di persone comodamente sedute a tavolino e che hanno risorse e soldi, proprio perchè dimentica a mio parere l’elemento fondamentale su cui insistere. La convivialità o la felicità non si misurano solo nell’intervento nel biologico e nell’ecosostenibile, ma primadi tutto nell’uguaglianza econommica, nell’abolizione della proprietà capitalistica dei mezzi di produzione, nel comunismo, che a mio parere è la faccia dimenticata sul piano politico ed economico di quello che la decrescita è oggi intesa sul versante come dire biologico.

    • 22 marzo 2013 alle 11:05

      Grazie a tutti per i commenti costruttivi. Vorrei rispondere a kokling, su alcuni punti. Cercherò di essere sintetica, perchè se argomentassi come vorrei mi richiederebbe troppo tempo (e troppo tempo per chi legge) e non vorrei scrivere un poema.

      Innanzitutto ti consiglierei, se ti interessa l’argomento, di leggerti alcuni libri sulla decrescita (vedi per es. bibliografia essenziale su questo sito).

      Premetto che decrescita non vuol solo dire mangiare bene, avere un ambiente pulito e tanto tempo per rilassarsi. Quelle semmai sono le conseguenze di una vita migliore in seguito ad rivalutazione della società in tutti i suoi aspetti: economia, lavoro, cultura, salute … e non solo quello ambientale.

      Perchè pensi che la creatività e l’intelligenza vengano meno senza la spinta del capitale? Il capitalismo ci illude di poter far ciò che si vuole, ma in realtà ci rende schiavi delle condizioni che impone: concorrenza, regole di mercato … Di fatto non lascia spazio alla creatività. Anche i regali che facciamo spesso sono privi di creatività e di interesse verso ciò che stiamo comprando: sono spesso indotti dal marketing e basta “aprire il portafoglio” piuttosto che dedicare il nostro tempo e le idee a pensare a che cosa farebbe veramente piacere ad un altro ricevere (ciò richiede creatività, empatia e intelligenza sociale).

      Riguardo al fatto che la decrescita sia pensata da intellettuali, beh! considera che adesso cani e porci (senza offese per gli animali) si laureano, ma pochi hanno il coraggio di sostenere le proprie idee e di rischiare di uscire dal mercato per guardare aldilà degli schemi ed essere coerente con i propri valori. Quindi non lo vedo come un lato negativo. Chi ha studiato spesso mette a servizio del mercato le proprie competenze, avendo come unico obiettivo solo la carriera e disinteressandosi persino della propria vita. Chi è disperato, deve pensare solo a sopravvivere e non può permettersi di pensare. E’ un bene per la società che esistano persone che pensino e guardino oltre, non credi?

      Riguardo alla politica, io credo che finchè un gruppo, una casta o quello che vuoi aspira ad avere di più, ci saranno sempre disuguaglianze sociali. Il comunismo non garantisce tale uguaglianza, nè men che meno la valorizzazione dell’individuo e della sua “umanità” all’interno della società (cosa in cui io credo aldilà di ogni mito, schema …)

      Spero di non aver divagato. Ti ringrazio comunque per il tuo commento.

      • 23 marzo 2013 alle 15:45

        Ringrazio te per la risposta, come avevo detto il mio interesse di fondo resta quello di approfondire un tema rispetto al quale mi sono sforzato di esprimere le prime sensazioni, che ovviamente peccavano molto di superficialità, ma credo che il tuo commento sia stato molto illuminante in merito. Devo dire che sempre proseguendo su un discorso molto più grande di me e delle mie sensazioni iniziali, c’è solo una cosa su cui non sono ancora del tutto convinto, e cioè non mi convince che sul piano politico il comunismo non possa essere la strda per ridurre disuguaglianze sociali e concentrarsi sull’umanità e la valorizzazione delle persone, ovviamente non riferendosi alla degenerazione che di questo è stato fatto nei paesi dell’ex unione sovietica. Non sò perchè, ma continuo a vedere questo come la versione radicale e sostianzale di lotta al capitale, e a considerare la decrescita come una versione più abbellita, o più complice se si vuole dell’individualismo indotto dal capitalismo stesso, il fatto che gli intellettuali possano pensare di più rispetto a chi non può non implica che pensino cose giuste , la costruzione teorica del capitalismo mi dava la parvenza di essere di più al servizio del popolo, questa mi sembra più distaccata dalla realtà, una sorta di pensiero al servizio del pensiero stesso. Ma ripeto sono impressioni dettate da superficilità forse

  4. 23 marzo 2013 alle 15:48

    Ops, la costruzione teorica del comunismo intendevo dire…:-)

  5. 23 marzo 2013 alle 18:17

    Caro kokling, apprezzo il fatto che tu esprima le tue sensazioni ed idee. Idealmente, il comunismo ha i vantaggi che dici tu. Il punto e’ che, aldila’ del fatto che in pratica si sia rivelato un regime, nel comunismo come nel capitalismo, l’uomo viene percepito come “consumatore” e di fatto soggetto a manipolazioni. Che tutti possano consumare la stessa quantita’ di merce, non vuol dire che i loro consumi siano effettivamente legati ai loro bisogni individuali e quindi indenni da sprechi. Pero’ certo, nella teoria, almeno non ci sarebbero disuguaglianze. Ma l’uomo sarebbe comunque alienato.

    Riguardo agli intellettuali, anche se non sono disperati come il “popolo” non e’ detto che non sposino le idee del “popolo” e non empatizzino il loro malessere. Certo, come dici te, il fatto che si abbia tempo per pensare non garantisce di pensare la cosa giusta. Grazie per le tue riflessioni

  6. 26 marzo 2013 alle 09:32

    Articolo interessantissimo, dissento solo sull’abolizione del voto ma se ne potrebbe discutere più approfonditamente.
    Permettetemi una riflessione personale:pensavo al fatto che la piccola azienda per cui lavoro é in crisi come tante altre… In vista di licenziamenti abbiamo proposto il part time (al 60-80%) per tutti. L’idea di stare a casa due giorni mi spaventa per le minori entrate economiche ma vedo anche in questo passaggio la possibilità di affrontare all’atto pratico la decrescita felice per come l’ho intesa finora, compensando in benessere familiare, il malessere economico. Sono sulla frequenza giusta del concetto?
    Poi diciamo la verità: con il tasso di disoccupazione femminile in Italia mi sembra evidente che a far quadrare bilancio e serenità familiare siano proprio le donne o sbaglio? Probabilmente le donne hanno sempre applicato la decrescita felice a modo loro, senza pensarci troppo su. Voglio solo dire che con maggiore informazione e organizzazione si potrebbero ottenere risultati straordinari a partire proprio da donne e famiglia. Continuerò a seguirvi e a pensarci su. Buon proseguimento.

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