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  • 06mar

    La decrescita come contro-potere sociale

    Qualche settimana fa, Manuel Castelletti ha scritto un articolo per DFSN dal titolo emblematico L’unica vera forma di decrescita possibile è quella individuale. Manuel, senza troppi fronzoli, ha presentato una delle due posizioni fondamentali sull’implementazione della decrescita, quella per cui “gli unici che possono fare qualcosa per invertire tutto questo ed evitare il peggio per sé, i propri figli e il proprio pianeta sono i singoli individui, i liberi pensatori, in poche parole gli uomini e le donne che hanno conservato ancora qualcosa di ‘umano’. L’unica vera forma di decrescita che ritengo possibile è quella a livello individuale o di piccoli gruppi di ‘illuminati’, perché la decrescita presuppone un certo livello di consapevolezza, che l’umanità sembra aver smarrito in questa folle corsa verso la propria distruzione”. Tale visione è sostanzialmente condivisa dal Movimento per la Decrescita Felice, da Maurizio Pallante e  Paolo Ermani.

    Il laboratorio politico Alternativa, presieduto da Giulietto Chiesa, ritiene invece che la decrescita debba consistere in uno sforzo concordato tra società e Stato; e in un’intervista concessa a Lettera43, Latouche, dopo aver espresso alcune considerazioni abbastanza benevole nei confronti dell’estrema destra, sostiene che per attuare la decrescita può andar bene anche “una politica che corrisponde al bene comune, alla volontà popolare, anche se si tratta di una dittatura o di un dispotismo illuminato”.

    Il terreno comincia a farsi minato: da una rivendicazione quasi in spirito anarchico, si passa bruscamente a ipotesi più ‘burocratiche’ se non apertamente autoritarie. E il banner pubblicitario di Forza Nuova sul mio profilo Facebook che mi invita a votare un programma basato “sulla sovranità monetaria, la lotta alle delocalizzazioni e il rilancio dell’agricoltura” mi fa capire che urge quanto mai distinguere la paglia dal fieno (e nel caso mi leggesse qualche dipendente di Facebook, magari è il caso di dare anche una ricontrollata ai software per il marketing individualizzato, e non solo per quanto concerne le mie presunte simpatie per il neofascismo).

    Senza scadere nell’ideologismo, bisognerebbe banalmente chiedersi se il moderno Stato centralizzato, cioé quel soggetto politico nato in Europa tra il XIV e il XV secolo, sia compatibile o meno con la decrescita. Non si tratta assolutamente di un discorso ozioso, dal momento che le sue origini sono strettamente legate alla nascita della società della crescita successiva alle grandi conquiste geografiche; senza lo Stato centralizzato non sarebbero stati possibili il mercantilismo, il fenomeno delle enclosures, il liberismo, il keynesismo, il neoliberismo e neppure il socialismo reale e i vari ‘miracoli economici’ asiatici; senza avallo dello Stato ben difficilmente sarà attuabile la green economy o le varie declinazioni dello sviluppo ‘durevole’ o ‘sostenibile’.

    Un ridimensionamento dell’economia, come prospettato dalla decrescita, andrebbe di pari passo con quello del potere politico, tutto questo nell’epoca in cui oramai si teorizza la ‘post-democrazia’ come fine della sovranità popolare in favore dell’oligarchia di potentati politici ed economici, dove il lobbysmo ha raggiunto livelli tali che i ristretti consigli di amministrazione di aziende transnazionali costituiscono i veri gangli del potere. Se poi aggiungiamo anche le degenerazioni in senso elitario della politica – credo sia superfluo ricordare gli scandalosi privilegi della famigerata ‘casta’ – ogni diffidenza nei confronti delle istituzioni è assolutamente giustificabile.

    D’altro canto, le soluzioni basate esclusivamente su azioni a livello individuale o comunitario suonano se non proprio velleitarie quantomeno insufficienti. Come sviluppare l’utopia concreta della decrescita qui ed ora sotto il giogo della crisi economica, dei delicati equilibri internazionali, delle guerra, delle istituzioni nazionali e transnazionali? Contro tutto questo basterebbe trasformarsi in una nazione di downshifter (ammesso che venga concessa questa possibilità)? Probabilmente no.
    Il problema è altamente complesso  e non esistono quindi soluzioni semplicistiche. Possiamo però provare ad abbozzare delle ipotesi, e in questo ci può tornare di aiuto Latouche, che in una intervista successiva a quella a Lettera43 non solo è ‘rinsavito’ da certe prese di posizione ambigue ma ha addirittura evoluto la sua concezione della decrescita, che  ha ridefinito da progetto politico a contropotere sociale; personalmente trovo questa nuova elaborazione molto convincente.

    I nove punti del programma politico della decrescita restano validi (qui per chi non li conoscesse) in particolare se integrati con la lotta alla privatizzazione dei beni comuni; ma queste azioni non rappresentano più ‘la decrescita’ in sé – e infatti potrebbero essere condivise anche da persone di sensibilità molto differenti –  bensì un humus fecondo su cui porre i semi per la sua diffusione (1).

    La decrescita vera e propria assurge invece a  contro-potere democratico inteso come processo comunitario di riconciliazione con la natura, che favorisca la libertà e l’autonomia dei cittadini riducendo le differenze politiche, economiche e sociali; del tutto a ragione  Pallante la ritiene un distacco sia dal mercato sia dallo Stato, e potrebbe anche configurarsi come un rimedio contro l’invadenza della biopolitica (2) focaultiana. Riutilizzando una frase di Gustav Landauer riguardo l’anarchismo, la decrescita è “la realizzazione e la ricostituzione di qualcosa che c’è sempre stato e che esiste parallelamente allo Stato, benché sepolto e straziato” e che quindi non può svilupparsi per opera dello Stato.

    La mera speculazione teorica diventa questione strettamente pratica. Se la via della decrescita non passa per lo Stato, le politiche per la decrescita inevitabilmente incontrano sul loro cammino le istituzioni politiche ed economiche esistenti. Siccome l’obiettivo finale non è un’illusoria presa del potere di bolscevica memoria, restano sostanzialmente due opzioni tra loro complementari: un atto di consapevolezza di tipo zapatista-gandhiano, oppure un’azione ‘lillupuziana’ per imbrigliare il Leviatano del potere e costringerlo a sempre maggiori concessioni.

    Cerchiamo quindi di non concentrare la nostra attenzione solo laddove può arrivare la salvezza, cioé noi e le comunità più o meno grandi attorno a noi, ma anche – e forse soprattutto, almeno in questa fase storica – laddove, molto più lontano, può sopraggiungere il disastro definitivo.

    (1) Curiosamente il Movimento 5 Stelle, ossia l’unica formazione politica che presenti nel suo programma – alla cui stesura ha collaborato anche Maurizio Pallante – delle proposte ispirate alla decrescita, evita accuratamente di nominarla. Ciò sembra rafforzare l’idea che la decrescita non sia una categoria politica (a differenza ad esempio della ‘sostenibilità’) e ne spiegherebbe il suo carattere di parola tabù nel dibattito politico anche più radicale ed eterodosso.

    (2) Per Foucault la biopolitica è il terreno in cui agiscono le pratiche con le quali la rete di poteri gestisce le discipline del corpo e le regolazioni delle popolazioni. È un’area d’incontro tra potere e sfera della vita, che si realizza pienamente nell’epoca capitalista.

    Igor Giussani

    Fonte: Decrescita Felice Social Network

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Discussion 3 Responses

  1. 6 marzo 2013 alle 19:09

    Bell’articolo davvero! Personalmente condivido la vostra idea che la decrescita non debba politicizzarsi, per il semplice motivo che la popolazione in gran parte non la capirebbe… D’altro canto molte delle sue proposte sono attuabili ed è possibile farle entrare in un programma politico (come per m5s) perchè sono proposte semplici e ragionevoli…

  2. 7 marzo 2013 alle 09:13

    Ho già avuto modo di sottoscrivere, molto modestamente, la versione 2.0 di Igor della decrescita (se Igor mi passa l’espressione), come evoluzione da pratica personale ad abbraccio sociale. Un po’ credo si stia già assistendo ad un’estensione “spaziale” della filosofia della decrescita, o quantomeno si è manifestata una certa curiosità verso la decrescita proprio grazie al M5S che sul blog di Messora – “Difesa critica del M5S” di Li Vigni – viene citata come fonte d’ispirazione in risposta alle accuse di derive di destra del movimento (la parola felice ovviamente è ancora omessa). Del resto, Pallante a Ballarò ne è il riflesso. Credo che estendere alla società il concetto del “meno, laddove il meno è meglio” sia anche un atto di profonda responsabilità…e con questo, nel mio piccolo, tento di dare nuovo respiro a questa parola così brutalmente violentata in questi giorni. Riguardo le forme di inveramento sociale della decrescita, beh, con molta umiltà, sento di dovermi affidare a chi ne sa più di me. E questo presuppone molto senso critico, nel senso più antico e più pieno di scelta e separazione, quantomeno dei concetti ispiratori di base.

  3. 12 marzo 2013 alle 18:20

    Articolo molto bello, però n on credo che solo un movimento sociale, senza prospettive politiche (nel senso di politica istituzionale, in quanto ogni movimento sociale è anche politico) non sia in grado di catalizzare appieno le richieste che arrivano dall’universo decrescista. scontrarsi continuamente contro un muro di gomma e dover portare tutte le volte una pressione sociale per ottenere qualcosa, porta ad una situazione di rivoluzione e contrasto permanente con le istituzione, contrasto che, storicamente, ha portato alla dissoluzione “per stanchezza” dei movimenti.
    Procedere invece secondo una normalizzazione delle richieste appoggiandosi ad una rappresentanza politica interna alle istituzione, permetterebbe di modificare le istituzioni e di procedere in maniera più automatica verso le richieste della decrescita.
    Tale processo istituzionale ha però uno svantaggio, anch’esso già espresso dalla storia: l’assorbimento dei rappresentanti all’interno dei giochi di potere e il distaccamento con le richieste della base. un processo solo sociale non avrebbe questo svantaggio, ma rimarrebbe “puro” fino in fondo. forse è meglio trovare una giusta via di mezzo: ovvero una rappresentanza che sia controllata dal movimento sociale (senza esserne soffocata) in modo tale da portare avanti le istanze del movimento all’interno di una normalizzazione istituzionale, senza rischiare che i rappresentanti si perdano. la pressione che viene così esercitata dalla società risulterebbe meno gravosa, più semplice e più efficace.
    insomma, rinunciare alla rappresentanza politica mi sembra una mossa un po’ troppo azzardata che rischia di svuotare di energie il movimento decrescista.

    Michele

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