• 13set

    Mica siamo pinguini, noi!

    Trovati 62 pinguini sulla spiaggia di Buzios (Brasile). Morti. Sembra che abbiano nuotato per 3000 Km e poi siano andati a morire su una spiaggia del Brasile. Si spera nelle autopsie: si spera, cioè, che siano eseguiti gli esami del caso per accertare la causa di quella morte di massa. E’ indispensabile capire perché e come i pinguini sono morti. Indispensabile per loro e, soprattutto, per noi. Questi animali sono dei marker ecologici e, se la loro morte è dovuta a fattori ambientali, è imperativo che quei fattori noi li conosciamo. Loro sono fatti per vivere in ambienti incontaminati. Anche noi, naturalmente. Invece molto spesso questo è sempre meno vero. Per la sopravvivenza di tutti gli abitanti di questo pianeta non possiamo non sapere se ci sono dei pericoli che ci minacciano e quali.

    Sono però sicura che la notizia, così com’è apparsa, svanirà nel disinteresse generale. Lo fu per quella del 12 luglio 2012 in cui s’informava il pubblico che a Tramandai e Cidrera (Rio Grande do Sul, due spiagge diverse del Brasile) 500 pinguini erano stati trovati morti. L’unica conclusione cui arrivò qualche scienziato tra i pochissimi che s’interessarono del caso è che non vi era presenza di petrolio nel loro corpo. Le indagini si erano poi subito fermate, e per un motivo molto semplice: chi paga le ricerche su pinguini morti? Nessuno, naturalmente. Allora il mistero rimane irrisolto.

    Il fenomeno si è ripetuto anche quest’anno. Chissà, qualcuno, magari qualche multimiliardario annoiato o un pensionato d’oro, categoria di cui noi abbiamo una discreta abbondanza, finanzierà qualche scienziato che s’impegni a cercare di capire. A me, se non chiedo troppo, piacerebbe pure sperare che gli “scienziati” ci risparmino una delle spiegazioni in linea con una certa moda del momento: morte da stress per aver nuotato 3000 Km.

    E’ indispensabile che ci si renda conto di come noi e i pinguini siamo coinquilini dello stesso pianeta: se loro muoiono, anche noi potremmo tranquillamente fare la stessa fine. Qualcosa nell’ambiente. Qualcosa nel cibo. Se non si cerca, non si trova.

    Mi piacerebbe che non si fosse tanto ingenui da credere che prima o poi ciò che sta nell’atmosfera che respirano i pinguini, nell’acqua in cui nuotano, nella catena alimentare in cui quelli s’innestano non tocchi anche noi. Il Pianeta è molto più piccolo di quanto noi non vogliamo percepire e le barriere geografiche sono a dir poco labili. Insomma, la possibilità, o forse il rischio, di condividere il pranzo con i pinguini sono molto più reali di quanto non c’illudiamo che siano.

    Anche se storciamo il naso, questa è una regola che non ammette deroghe. Il nostro organismo – così come, in misura diversa ma non troppo, quello di tutti gli esseri terrestri – vive danzando su di un filo. Cambiamenti chimici e fisici dell’aria e del suolo, cambiamenti nella microflora e nella microfauna, cambiamenti apparentemente anche minimi, possono danneggiarci tutti fino alla morte, fino alla scomparsa della specie come è già accaduto nessuno può dire quante volte, ma tante. A molti sembrerà strano, ma noi – e con noi intendo tutti i viaggiatori su questa pallina blu che solca l’Universo – possiamo tollerare deviazioni e fluttuazioni che siano davvero minime dall’equilibrio delicato caratteristico della Terra di oggi. Mille altri equilibri sono ovviamente possibili, ma nessuno compatibile in toto con la Natura terrestre che conosciamo. Lo so: questo stride con il senso di semionnipotenza umano, ma è un dato di fatto basato su leggi che nessun politico può presumere di abrogare, anche se i tentativi, nella loro ingenuità, sono a dir poco quotidiani. E il “politico” è espressione unica dell’Homo sapiens, unica tra gli esseri dotati di vita.

    Da questo si può desumere che, tra gli animali, l’uomo è il più stupido. Non solo sporca e avvelena il territorio in cui vive, ma distrugge e sfrutta in modo demenziale le sue risorse, mettendo a rischio il futuro suo ma, soprattutto, quello della sua progenie.

    Leggendo il giornale di qualche giorno fa, sono inciampata nella notizia, anzi, la non-notizia, secondo cui le risorse del Pianeta stanno finendo: “Ieri si sono esauriti ufficialmente i beni naturali che il Pianeta è in grado di rigenerare in un anno.” Siamo arrivati a consumare più del 50% delle risorse della Terra. L’abbiamo fatto in un lampo. E’ come se andassimo in macchina, a tutta birra. Asciugato il serbatoio, la macchina resta ferma e non si muove più. Non esiste alcun distributore fuori dal nostro pianeta cui far rifornimento.

    Nessuno mi dica che queste banalità noi non potevamo immaginarle: sono facilmente desumibili da qualunque manuale scolastico. C’è qualcuno a livello governativo, allora, che sia capace di mettere insieme qualche semplice operazione matematica, e, quindi, d’intervenire con leggi adeguate per salvare il nostro pianeta e, con il nostro pianeta, l’umanità che lo abita?

    C’è da dire che nella sua stupidità l’uomo ha già trovato qualche soluzione. Prima che le risorse siano finite, cominciamo a sfoltire la popolazione. Perché no? In fondo, meno persone ci sono cui dar da mangiare, da bere e da respirare, più allunghiamo l’agonia. Come si fa? Inquinando aria, suolo, acqua. C’è chi lo fa in grande come le petroliere che si spezzano qua e là o le piattaforme petrolifere che, più o meno tutte, perdono petrolio nel mare. O le centrali nucleari che scaricano in mare acqua radioattiva (notizia di ieri). Qui potrei compilare un elenco interminabile. Ma c’è anche chi s’impegna con del piccolo cabotaggio. Posso citare, al proposito, la messa in commercio di cibo avariato come, ad esempio, frutti di bosco congelati con virus di epatite A (notizia di ieri), o come vegetali coltivati su terreni su cui sono stati sversati rifiuti tossici. Chi la fa da padrone, comunque, sono i camini giganti che ammorbano l’aria, vedi, tra i tanti, quelli degli inceneritori di rifiuti. Senza aria (pulita) si muore prima.

    Antonietta Gatti

    Fonte: La Stampa

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