• 21lug

    Anima Mundi

    Quando ci accorgeremo come umanità, del disastro pianificato, attuato, prodotto e perseguito negli ultimi 250 anni e con sempre maggiore intensità, negli ultimi 50-60 anni, sarà sempre troppo tardi. L’umanità ha sempre ragionato con gli occhi bassi. Ha saputo guardare solo ad un palmo del suo naso. Non ha avuto nella sua collettività lo sguardo umano, degno di tal nome, nel guardare lontano. Non ha avuto lo sguardo da aquila, capace di vedere lungo.

    I vantaggi del tempo presente, di ogni tempo presente, hanno sempre avuto la meglio sulla capacità di futuro degli altri. Dove per altri non intendo soltanto gli esseri umani, ma prima ancora, delle piante, del mare, degli animali, del cielo, dei fiumi, dell’aria. In una sola parola del mondo. E’ stato così dalla rivoluzione industriale in poi. Progresso spacciato sempre ed incondizionatamente come sinonimo di benessere.

    Ora se è vero che in alcuni casi i due termini hanno coinciso, resta pur vero – oggi molto più di ieri – che questa coincidenza non si verifica quasi più. Abbiamo e stiamo avvelenando terre, mari e cieli. Abbiamo messo in moto una macchina da guerra gigantesca, di cui abbiamo perso il controllo. O quantomeno di cui fatichiamo a riprenderne in parte il controllo. Senza trascurare il particolare che la guerra ce la siamo auto dichiarata.

    Abbiamo e continuiamo a pensare stupidamente, che tutte le nostre azioni siano distaccate le une dalle altre, e soprattutto che la loro influenza sul mondo e sui suoi abitanti siano pari a zero. Ed invece è vero proprio il contrario. Se è vero che oggi l’umanità è ammalata lo è principalmente perché il mondo naturale è stato ammalato da noi. E’ questa una delle amare verità.

    Il disfacimento ecologico, l’inquinamento ad ogni livello, il disgregarsi sociale, la mancanza di legami, l’insorgere sempre maggiore di paure, l’incapacità di futuro, l’assenza di serenità e armonia, sono dati di un bollettino medico quotidiano sullo stato di salute di tutti noi.

    Non è un caso che sia ancora la depressione, con tutte le sue svariate e mille forme, ancora la malattia del secolo attuale, come di quello scorso. Se è vero, come ci ha rivelato l’Istat, che la spesa per antidepressivi in Italia dal 2011 è paurosamente aumentata, questo non fa altro che confermare la diagnosi che ad essere malata è l’anima del mondo, anima mundi.

    Se l’aspetto economico è solo la causa ultima scatenante, la prima rintracciabile, non dobbiamo fermarci a questa solamente. Da essere umani è obbligatorio fermarsi a riflettere cosa c’è dietro tutto quello che – di generazione in generazione – abbiamo più o meno consciamente – messo su.

    Abbiamo messo al primo posto il guadagno. Lecito o meno, ma ha occupato sempre il primo posto, come unico metodo e modo per garantirsi futuro, salute, prosperità e felicità. Per corroborare questa tesi, abbiamo reso la necessità di avere un certo portafoglio quasi inevitabile. Costi alti in cambio di situazioni lavorative al limite (spesso valicato) della schiavitù umana.

    Prima ancora di arrivare all’incubo della precarietà, abbiamo vissuto anni in cui il verbo competere era un dogma di garanzia di qualità umana. E il suo gemello “vincere” era ed è il suggello, la firma per una vita degna di tale nome. A coloro ai quali questi due verbi non hanno potuto far visita per tutti gli svariati motivi di questo mondo, è stato trasmesso dal comune sentire, la sensazione mai velata, di essere persone di scarto, non utili, non di qualità. Se non produci, se non vendi, se non sai “aggredire” la vita e farti spazio anche con la forza, vali poco, non sei degno di tale mondo. Se non hai una laurea (cosa sempre buona averla) e un lavoro ben pagato, sei un cittadino di serie inferiore. Non stai contribuendo alla costruzione della società del benessere e del futuro. E le persone, pur di avercelo un lavoro, sono disposte ad accettarne di tanti, in cambio di una “sicurezza” apparente, il cui bisogno è diventato nel corso degli anni inevitabile.

    Il metro di misura per la qualità di una vita, è diventato nel corso degli anni, la capacità di possedere denaro, di poter dire ed ostentare una posizione sociale alta, o quanto più alta possibile. Il numero delle cose che uno può permettersi è sinonimo di vita riuscita, perché prima ancora di vita sicura. Ora, chi vive in questo stato di cose è sicuramente una persona ammalata, perché ha smarrito il senso di una vita autentica e sta trasmettendo tale sindrome a chiunque incontra. Ma ancor di più, il danno principale è fatto a coloro, la cui anima è più sensibile e fragile, e che di tale sistema non riescono a sorreggerne il peso. Vendere, produrre, competere, vincere, dimostrare di valere, guadagnare per avere un futuro…tutto questo ed altro, per alcuni significa morire. Significa accettare la schiavitù di un lavoro che occupa la maggior parte delle ore del giorno per alcuni mesi l’anno, rinunciando ad una vita sociale degna di questo nome. Vivere altri mesi nella precarietà della disoccupazione e nell’incubo di non farcela a sopravvivere al sistema messo su da chi ha creduto che soldi sia sinonimo di sempre e di benessere.

    Di tutto questo non possiamo attribuire colpe a coloro che tale sensazione e stato d’animo lo subiscono. Non possiamo perché questa è l’aria che respiriamo quotidianamente da almeno 60 anni. Si è inserita nei geni da padre e madre in figli. Anima mundi.

    Una situazione che, con la nascita e l’aggravarsi della crisi economica, ha determinato l’aggravarsi dello stato interiore delle persone. La difficoltà ad immaginarsi un futuro, la difficoltà nel fare i conti con le paure legate inevitabilmente alle questioni economiche, si riversano nell’ambito sociale, deteriorando rapporti e tessuti che nei tempi precedenti potevano essere un valido ammortizzatore.

    Ed ecco comparire la solitudine, altra compagna fedele di questi tempi. Solitudine non positiva (perché ve ne sono anche di positive e salutari) che estranea, trascina fuori da certe logiche ma spesso conduce in strade chiuse senza orizzonti e vie di fuga.

    Se l’anima del mondo si è progressivamente ammalata è perché l’uomo ha smarrito costantemente il suo rapporto intimo e fecondo con la natura, con la Terra e tutti i suoi abitanti. Smarrire questo contatto è smarrire le proprie radici, perdere il senso del proprio vivere, dimenticarsi da dove si viene. Ma principalmente è perdere la propria anima e la saggezza che essa condivide con il mondo intero. Perdere tale legame è invertire le priorità, è diventare schiavi del primo idolo che passa. E solitamente passa spesso quello del denaro e delle sue forme svariate. “Il cuore dell’uomo si corrompe facilmente” recita Tolkien nel suo capolavoro che è “Il Signore degli anelli” ed è una maledetta verità con cui fare i conti quotidianamente. E il cuore dell’umanità è stato corrotto dal desiderio di avere, possedere, crescere, nell’illusoria prospettiva di essere immortale e di garantirsi ogni bene. Ma questo mai è avvenuto nella storia del mondo. Fosse solo per il fatto che chi possiede tanto, perderà molto del suo tempo e della sua serenità e quiete nel dover difendere questi suoi beni.

    Il prezzo di tutto questo è il vedere lo svanire della natura,delle piante, degli animali, delle culture, dei popoli, dei linguaggi, lo scomparire dei mestieri, delle storie. Se vedo o meglio avverto nel mio cuore tutto questo, per forza devo provare sentimenti di perdita, solitudine, di isolamento, di lutto, di nostalgia e tristezza. E’ il riflesso in me di un dato di fatto che avviene nel mondo. E’ il riflesso in me dell’anima del mondo. E – paradossalmente – se non mi sento depresso, davanti a tutto questo, allora si che sono pazzo. Allora si che si è malati, perché sarei completamente escluso dalla realtà: la distruzione ecologica.

    Riprendere i contatti con se stessi, significa principalmente riprendere contatto con la natura e farsi carico di tale impegno. La posta in gioco non è la semplice salvaguardia di questo o quella specie animale, o di questa o quella pianta. La posta in gioco è la salute e la vita di tutti quanti.

    Si, è da dentro che partono le scelte coraggiose che possono cambiare in profondità le cose. Un “dentro” mai isolato ma sempre con gli altri, connnesso con un tutto che è il mondo, l’Anima del mondo.

    Alessandro Lauro

    The following two tabs change content below.

    Questo articolo è stato curato dalla nostra redazione nazionale. Se siete un blogger, un circolo o fate parte di una associazione e volete contribuire con dei vostri articoli scrivere a : mdfredazione@gmail.com

    Ultimi post di Team Redazionale Mdf (vedi tutti)

Discussion 2 Responses

  1. 22 luglio 2014 alle 11:48

    È un bell’articolo, che pone fra l’altro quello che è forse il tema più centrale che oggi possa essere posto: la connessione irrinunciabile fra le specie viventi del pianeta. Devo però notare una pecca, il parlare del “disastro pianificato, attuato, prodotto e perseguito negli ultimi 250 anni e con sempre maggiore intensità, negli ultimi 50-60 anni”.
    Cito dalla recensione del libro “Prima che la natura muoia” di Jean Dorst apparsa pochi giorni fa:

    “Si è generalizzata la convinzione che questa sia una faccenda emersa solo negli ultimi decenni o al più con la rivoluzione industriale e che invece “prima” tutto andasse bene. Ne risulta l’immagine di un’umanità che per millenni vive in maniera sana, in perfetta armonia con la natura e che poi improvvisamente impazzisce e comincia a spaccare tutto. Un po’ inverosimile, non credete? Ebbene, nella prima parte del libro Dorst mostra nella sua analisi storica come noi del XX-XXI secolo stiamo semplicemente vivendo l’epilogo di un processo storico di lungo periodo che affonda le sue radici nelle prime società agrarie e pastorali. Se è vero che ‘l’economia di consumo’ dei bianchi ha un ruolo devastante nella distruzione degli ecosistemi è anche vero che molte società tradizionali hanno dato, in tutte le epoche, il loro pesante contributo”.

    Insomma, attribuire alla sola rivoluzione industriale la responsabilità dell’attuale disastro è un falso storico dal quale dobbiamo prendere con decisione le distanze sia per correttezza teorica, sia perché esso conduce a equivoci di natura nettamente pratica, come quello di avallare come “sostenibili” pratiche al contrario devastanti quali la pastorizia, accettate in quanto “tradizionali” e dunque per definizione “buone”.
    Decrescita e culto acritico della “tradizione” sono due cose ben diverse essendo la prima piuttosto caratterizzata da quell’atteggiamento di razionale equidistanza critica fra tradizione e innovazione guidato dal criterio delle capacità di futuro, più volte ricordato da Pallante.

    • 22 luglio 2014 alle 15:08

      Ti ringrazio Filippo, sia per l’apprezzamento e soprattutto per l’appunto.
      Riflettendoci hai ragione e mentre leggevo il tuo commento, mi venivano in mente alcuni brani tratti da diversi scritti cristiani, dove si ammonivano gli uomini dallo sfruttare la terra.
      Esemplare è questo testo di Alano di Lille, siamo nel 1100, : ““Uomo, ascolta che cosa dicono contro di te gli elementi della natura, ma soprattutto la terra che è tua madre: ‘Perché offendi me, tua madre? Perché fai violenza a me che ti ho partorito dalle mie viscere? Perché mi violenti con l’aratro, per farmi rendere il centuplo? Non ti bastano le cose che ti do, senza che tu le estragga con la violenza?’ ”. Parole che sentiamo contemporanee nei nostri tempi di globalizzazione, di impero del dio mercato, di sfruttamento di una terra sempre più esausta… ”

      Grazie Filippo del contributo
      Alessandro Lauro

Leave a Reply