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    I backstage di “Un pianeta a tavola”. Un libro dimenticato

    Le biblioteche che più mi piacciono sono quelle che consentono l’accesso diretto ai libri, in cui ci si può immergere in lunghe escursioni fra le file di scaffali, guardarsi intorno, scorrere i titoli sui dorsi dei volumi, lasciarsi guidare dall’intuito e, perché no, dal caso. Sono queste le biblioteche che aprono le porte alla scoperta fortuita, alla sorpresa, al contatto con l’insospettato che ben più difficilmente può venire dalla semplice consultazione di uno schedario cartaceo, meno che mai da un catalogo elettronico. È stato durante una di queste lunghe e silenziose passeggiate che mi sono imbattuto in un libro di cui ignoravo l’esistenza, di cui tutti oggi ignorano l’esistenza. Questa è una delle due ragioni per cui oggi ne scrivo; l’altra è che esso mi è stato molto utile nella realizzazione di Un pianeta a tavola.

    Stava in un fondo librario per il resto dedicato quasi totalmente alla storia dell’arte; unici testi affini, un paio di scaffali più in là, gli ormai storici primi studi del MIT per il Club di Roma. Quello di cui parlo è ancora anteriore, sia pur di non moltissimi anni; lo scrisse un ornitologo francese di nome Jean Dorst appena due anni dopo il ben più famoso Primavera silenziosa di Rachel Carson che nel 1963 pose per la prima volta in epoca recente, e in maniera forte, la questione ambientale. Il titolo che attrasse la mia attenzione è Prima che la natura muoia, anno di pubblicazione della prima edizione italiana: 1969, della seconda: 1988; riferimenti a esso nei decenni successivi, per quanto io ne sappia, nessuno. È un libro dall’imponente mole di quasi 500 pagine, che meriterebbe il rango di classico dell’ambientalismo (e fra l’altro una nuova ristampa) accanto a quello della Carson e forse anche di più perché mentre quest’ultimo  affronta l’analisi e la denuncia di un singolo argomento, i pesticidi, il testo di Dorst affronta la questione ambientale in tutti i suoi aspetti compreso quello, assente da troppi testi successivi, della sua genesi storica.

    Comincio, così come Dorst comincia, da quest’ultimo punto perché è oggi quello su cui meno si riflette, tanto che si è generalizzata la convinzione che questa sia una faccenda emersa solo negli ultimi decenni o al più con la rivoluzione industriale e che invece “prima” tutto andasse bene. Ne risulta l’immagine di un’umanità che per millenni vive in maniera sana, in perfetta armonia con la natura e che poi improvvisamente impazzisce e comincia a spaccare tutto. Un po’ inverosimile, non credete? Ebbene, nella prima parte del libro Dorst mostra nella sua analisi storica come noi del XX-XXI secolo stiamo semplicemente vivendo l’epilogo di un processo storico di lungo periodo che affonda le sue radici nelle prime società agrarie e pastorali. Se è vero che “l’economia di consumo” dei bianchi ha un ruolo devastante nella distruzione degli ecosistemi è anche vero che molte società tradizionali hanno dato, in tutte le epoche, il loro pesante contributo, tanto che, scrive Dorst, «l’umanità aveva in sé, fin dalla nascita, i germi della distruzione, meglio ancora, dell’autodistruzione, che si svilupperanno via via in modo drammatico nelle fasi successive della sua storia» (p. 43). «È certo che i problemi di conservazione delle risorse naturali si posero fin dagli albori dell’umanità» (p. 32). E cita regioni quali l’Indocina, la Malesia, le Filippine e naturalmente l’Europa e l’intero bacino del Mediterraneo dove, per citare un solo caso, «l’Attica era già completamente disboscata nel V secolo A. C.» (p. 47). La distruzione si concretizzò fin dalle origini nella trasformazione cruenta delle grandi foreste primarie in territori aperti idonei alla pratica dell’agricoltura ma soprattutto della pastorizia; e furono i pastori i responsabili dei maggiori scempi, non certo perché “più cattivi” ma per le enormi esigenze di territorio che la loro attività comporta. Possiamo oggi dire che furono loro a dare il via alla devastazione del pianeta. Si tende oggi a sostenere che «è tutta colpa della zootecnia intensiva» e che «bisogna riportare le mucche al pascolo». Sarà vero? Me lo domandavo nelle fasi iniziali della ricerca. L’analisi storica di Dorst mi pose sulla giusta strada, poi il rapporto FAO del 2006, un po’ di storia della pastorizia e, non ultima, la lettura di alcune pagine, non a caso oggi poco visitate, di Platone (sì, proprio lui), fecero il resto.

    Ma torniamo a Dorst. All’analisi storica segue un esame critico del presente di tale vastità e approfondimento da conferire al libro un carattere quasi enciclopedico: dall’erosione del suolo provocata dal disboscamento e dagli incendi all’inquinamento da rifiuti civili e industriali, allo sconvolgimento degli ecosistemi provocato dall’introduzione accidentale o, più spesso, deliberata, di specie vegetali e animali estranee, al saccheggio globale degli habitat marini; tutti argomenti che vengono trattati non solo in profondità ma anche con riferimenti specifici alle varie aree geografiche, dunque senza grossolane generalizzazioni.

    È anche vero che il libro non è privo di limiti ma, non dimentichiamolo, siamo nel 1965, in un momento in cui la questione ambientale si è appena affacciata all’orizzonte ed è ovunque generale l’osanna verso i “nuovi ritrovati della tecnica” e le “immense” prospettive di crescita e dominio sulla natura che da essi deriveranno. Si può dunque ben scusare qualche errore di valutazione come le posizioni possibiliste, oggi non più attuali, che Dorst sostiene su temi come l’energia nucleare e i pesticidi. Così come poco sensata mi pare la sua proposta di risolvere la questione zootecnica ricorrendo allo sfruttamento tramite caccia controllata dei grandi mammiferi selvatici in zone quali la savana africana, una proposta che, per stessa ammissione di Dorst, presenta notevoli problemi pratici per la cui soluzione egli auspica non meglio identificate soluzioni tecnologiche future, una storiella del resto che mi sembra di aver già sentito altrove, in tempi ben più recenti e meno scusabili.

    Dove invece Dorst sostiene una posizione pienamente attuale è nell’esaminare la questione demografica. Nel descrivere la situazione alimentare, già grave in quegli anni, di molti paesi di Asia, Africa e America Latina, egli avverte che essa non è causata da un eccesso di popolazione bensì da «profondi squilibri sociali, economici e politici esistenti tra i diversi paesi e perfino all’interno di questi.» (p. 157) Ovvero, se la sottonutrizione è un fenomeno così diffuso non è perché loro sono troppi bensì perché noi pesiamo (traduco: arraffiamo) troppo. Un concetto indubbiamente “sgradevole” che bisognerà aspettare tempi molto più recenti per veder finalmente riproposto.[1]

    Allo stesso tempo però, consapevole di come anche in campo demografico valga la regola secondo cui niente può crescere infinitamente, egli sottolinea l’esigenza che anche nel fenomeno dell’espansione umana si acquisisca un giusto senso del limite e prende le distanze dalle farneticazioni del “solito” Colin Clark il quale già nel 1963 affermava che la Terra sarebbe in grado di produrre cibo per 45 miliardi di esseri umani. Pur ammettendo infatti la possibilità (tutt’altro che indubbia) di dilatare oltre misura i limiti ecosistemici, a essi si sovrappongono limiti sociali non meno pressanti: il proliferare della popolazione conduce infatti al gigantismo che trasforma inevitabilmente il vivere comunitario in amorfa esistenza di massa con tutte le conseguenze che oggi, mezzo secolo dopo, sono ormai conclamate.

    L’ultima parte è infine dedicata agli aspetti propositivi, cioè a cosa quel fantasma di nome buon senso infinite volte evocato e mai materializzatosi dovrebbe indurci a fare. Sarebbe interessante esaminare questa parte punto per punto alla luce del presente ma sarebbe necessario uno spazio in questa sede eccessivo. Mi limito allora a citare quello che credo si possa definire uno dei temi centrali del libro, la cui attualità si è non mantenuta bensì drammaticamente amplificata nei decenni trascorsi: l’importanza irrinunciabile delle foreste la cui tutela, ben lontana dall’essere un capriccio da “ambientalisti cittadini” è una fra le priorità assolute in ogni tempo e in ogni luogo. Cito qui un solo dato fra i molti che Dorst espone: negli USA si è osservato che l’erosione di uno strato di 20 cm di suolo richiede 174.000 anni se esso è coperto di foreste, 29.000 anni, cioè sei volte di meno, se è una prateria. (p. 172). E legato a quello delle foreste, il tema, con cui concludo, della necessità di mantenere e riportare ampie zone del pianeta allo stato naturale, ovvero escludere da esse qualsiasi ingerenza di quelle che oggi chiamiamo attività antropiche. E non certo per compiacere qualche “animo nobile” o per buon cuore da boy scout ma semplicemente perché è così che funziona la biosfera. È un concetto di ampia portata perché implica la comprensione di quanto sia farneticante e autodistruttiva la pretesa che ogni pertugio della Terra sia fatto per essere sfruttato dall’uomo. Implica l’accettazione, oggi mille miglia lontana dal senso comune, del fatto che esistono luoghi, molti luoghi che sono casa altrui, delle altre specie viventi del pianeta e che il rispetto di questa palese evidenza è un prerequisito essenziale affinché la vita sulla Terra possa continuare a esistere.

    Jean Dorst, Prima che la natura muoia, Ed. Labor, Milano, 1969. Ristampato da Muzzio nel 1988 con una presentazione di Fulco Pratesi.

    Filippo Schillaci


    [1] Vedi M. Pallante, La decrescita felice, Edizioni per la Decrescita Felice, Roma, 2011, p. 157 e seg.

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