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    Delfina, Totò e i movimenti in visita al Papa

    Canosio, 17 novembre 2014

     

    Caro Totò,

    Oggi vorrei farti partecipe delle riflessioni che ha suscitato in me il grande incontro mondiale dei movimenti popolari, organizzato dal 27 al 29 ottobre in Vaticano dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace e dalla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, a cui ha partecipato Papa Francesco, che ha sintetizzato con queste parole i temi in discussione: «Nessuna famiglia senza tetto. Nessun contadino senza la terra. Nessun lavoratore senza diritti. Nessuna persona senza la dignità del lavoro». Inevitabile che gli sia stata appiccicata l’etichetta di comunista, ma lui se l’è staccata di dosso con un sorriso, dicendo con la semplicità che lo contraddistingue: «L’amore per i poveri è al centro del Vangelo, è la dottrina sociale della Chiesa». Da queste parole e da come le ha dette non mi è sembrato che la definizione di comunista lo irritasse, ma che gli sembrasse riduttiva.

    Il comunismo è stato teorizzato nel 1848, da Marx ed Engels, nel Manifesto del partito comunista, un libro che rappresenta la formulazione più radicalmente anticapitalistica delle teorie socialiste che avevano cominciato a manifestarsi nei primi anni dell’ottocento, in concomitanza con lo sviluppo dell’industrializzazione. A partire da un’analisi del modo di produzione industriale, i due autori si proponevano di fornire alla classe operaia gli strumenti per emanciparsi dai rapporti di sfruttamento imposti dall’organizzazione capitalistica del lavoro. La loro teoria ha una connotazione egualitaria, ma declinata storicamente e politicamente. Non si propone di elaborare un modello economico e produttivo alternativo a quello vigente, che giudica un progresso rispetto ai rapporti di produzione feudali, ma di rendere più equi i rapporti sociali all’interno di quel modello. Il passaggio cruciale da compiere per raggiungere l’equità, secondo la loro concezione, è l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione perché, se appartenessero alla collettività, la classe operaia non sarebbe costretta a lasciare nelle mani dei capitalisti il plusvalore che produce col suo lavoro, ovvero la parte di valore in più rispetto a quella che riceve sotto forma di retribuzione in cambio del lavoro svolto: una somma di denaro sufficiente ad acquistare ciò che le serve per vivere (i mezzi di sussistenza, per usare le parole di Marx) e tornare giorno dopo giorno a lavorare e produrre plusvalore.

    In estrema sintesi, il comunismo è una delle formulazioni assunte dal socialismo, che è una delle formulazioni assunte dall’egualitarismo nel periodo storico in cui si è affermato il modo di produzione industriale. Ce ne sono state anche altre, basate su analisi differenti e declinate in modi differenti: la dottrina sociale della Chiesa cattolica formulata nell’enciclica Rerum Novarum da Papa Leone XIII, il distributismo che ne costituisce una variante quasi del tutto ignorata, il sindacalismo, l’economia di condivisione, varie forme di comunitarismo. I limiti teorici di ognuna di esse, i loro fallimenti, le strumentalizzazioni di cui sono state oggetto, le distorsioni che hanno subito quando sono state applicate – pensa proprio al comunismo nell’Unione Sovietica – non hanno comportato la cancellazione dall’animo umano della tendenza egualitaria che gli è insita, come, purtroppo, gli è  insita anche la tendenza alla sopraffazione e allo sfruttamento. È quella componente universale e metastorica connaturata nell’animo umano a sostanziare l’insegnamento di Cristo, che ha sempre rifiutato di tradurla in progetto politico anche quando hanno cercato di spingerlo in quella direzione in modo provocatorio e subdolo. Mi riferisco, come avrai capito, alla risposta che diede a chi gli domandava se fosse giusto pagare i tributi all’impero romano: «Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio». È a questa concezione universale e metastorica dell’equità che fa riferimento il Papa, non alla formulazione storica che ne è stata data dal comunismo. Questo gli consente, a mio modo di vedere, di mettere in luce, in maniera più approfondita di quanto abbia fatto il comunismo, le cause dell’iniquità e della povertà generate dal modello economico capitalista. E, quindi, di esercitare nei suoi confronti una critica più profonda e più radicale.

    Sin dall’inizio del suo pontificato Papa Francesco ha indicato ripetutamente nella trasformazione del denaro in idolo, la causa fondamentale dei rapporti di sfruttamento e sopraffazione, delle ingiustizie, della diffusione della povertà, dell’appiattimento della vita sulla dimensione materialistica. Il «dio denaro, a cui tutto viene sacrificato, compresa la natura e compresa la dignità degli esseri umani», ha detto nel suo intervento. Un concetto ribadito con particolare efficacia dal vescovo congolese Fridolin Ambongo, che ha denunciato il passaggio distruttivo del dio denaro nel continente africano, considerato a livello globale una sorta di «riserva di risorse naturali da cui tutti possono attingere», come se non esistessero abitanti, come se si trattasse di «una terra di nessuno». La definizione del denaro come idolo alternativo a Dio è messa in luce in alcuni passaggi fondamentali del Vangelo. In Luca 16,13: «Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e Mammona». In Marco 10, 23-26: «Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?».

    Il denaro viene oggettivamente trasformato in un vero e proprio idolo nelle società che finalizzano le attività economiche alla crescita della produzione di merci e utilizzano come indicatore di benessere la crescita del prodotto interno lordo, ovvero il valore monetario delle merci scambiate con denaro. Se la maggior parte dei beni necessari alla vita si possono solo comprare e il benessere si misura con la crescita del valore monetario dei beni scambiati con denaro, il denaro diventa il fine della vita umana, l’idolo a cui si sacrificano gli affetti e si dedica il meglio delle proprie energie, il pensiero dominante, la fonte di ogni soddisfazione, ma anche un incubo e una fonte d’angoscia, quando non si riesce a procurarselo. Per raggiungere le loro finalità, queste società devono:

    1. accentuare la dipendenza degli individui dal mercato, e quindi dal denaro, per la soddisfazione delle loro necessità vitali;

    2. estendere progressivamente il numero degli individui che non sono in grado di soddisfarle se non comprando tutto ciò di cui hanno bisogno per vivere.

    Questo spiega la guerra spietata che hanno fatto ai contadini per impedire che potessero continuare a vivere autoproducendo la maggior parte di ciò che è necessario a soddisfare i bisogni fondamentali della vita, costringendoli ad abbandonare le campagne e a trasferirsi nelle città, dove l’unica possibilità di procurarsi ciò che serve al sostentamento è diventare produttori e consumatori di merci, che sono due facce della stessa medaglia, perché l’unico modo per ricavare il denaro necessario a comprare sotto forma di merci tutto ciò che è necessario per vivere consiste nel riceverlo come retribuzione in cambio dello svolgimento di un’attività lavorativa nella produzione di merci. C’è qualche differenza tra:

    1. la legislazione inglese del settecento sulle encolsures che ha impoverito i contadini costringendoli a lavorare negli opifici industriali;

    2. la guerra spietata fatta da Stalin ai kulaki in Ucraina (3 milioni di morti) per impedire che continuassero a produrre cibo per le proprie famiglie e indirizzare forzatamente la produzione agricola a soddisfare i bisogni degli operai nelle città;

    3. le deportazioni di massa dei contadini cinesi dalle campagne in paesi che nel giro di qualche decina di anni sono stati trasformati in città con 30 milioni di abitanti?

    Si possono rilevare differenze nella gestione di questi processi da parte del capitalismo e del comunismo? Si possono rilevare differenze nei modi in cui capitalismo e comunismo hanno trasformato l’agricoltura da attività di autoproduzione con vendita delle eccedenze, in cui il denaro ha un ruolo marginale, in attività estrattiva finalizzata alla crescita dei rendimenti e alla vendita della produzione, in cui il denaro è tutto?

    Il comunismo e il capitalismo sono due varianti di un sistema economico e produttivo passato, per utilizzare la famosa ed efficace sintesi di Marx dal modello M-D-M al modello D-M-D1: dalla produzione di merci M che rispondono a bisogni e vengono vendute in cambio di denaro D che si utilizza per produrre altre merci M, all’investimento di denaro D per produrre merci M dalla cui vendita si ricava una maggiore quantità di denaro D1. Il comunismo si proponeva di indirizzare, attraverso la pianificazione economica consentita dalla proprietà pubblica dei mezzi di produzione, gli investimenti nella maniera più razionale ed efficiente per far crescere la produzione di merci e, di conseguenza D1: i famosi piani quinquennali con cui negli anni della guerra fredda si è posto in competizione con l’economia di mercato. Il capitalismo ritiene invece che sia il mercato lo strumento più efficace per indirizzare gli investimenti in funzione della maggiore crescita di D1 rispetto a D. Il primo si è dimostrato meno efficace del secondo ad accrescere il delta. La competizione tra le due varianti del modo di produzione industriale si è conclusa con la vittoria della seconda, sancita emblematicamente dall’abbattimento del muro di Berlino, esattamente 25 anni fa. In conseguenza di questa vittoria, il liberalismo economico su cui si fonda il capitalismo si è diffuso in tutto il mondo, colonizzando anche le componenti residue del socialismo e trasformandole nelle sue più accanite sostenitrici. Distinguere oggi la destra liberale dalla sinistra socialista/socialdemocratica è una missione impossibile.

    Papa Francesco ritiene che il fine delle attività economiche e produttive non possa essere la crescita della ricchezza materiale misurata in termini di denaro, perché ciò comporta una riduzione degli esseri umani a mezzi di questo processo, un aumento della povertà e un aggravamento crescente della crisi ambientale. Ritiene che le attività economiche e produttive debbano essere finalizzate e organizzate in funzione del miglioramento della vita degli esseri umani: «Nessuna famiglia senza tetto. Nessun contadino senza la terra. Nessun lavoratore senza diritti. Nessuna persona senza la dignità del lavoro». La sua è una critica radicale alla società fondata sulla crescita della mercificazione e sull’accumulazione di denaro, perché fa crescere il numero delle famiglie senza tetto, dei contadini senza terra, dei lavoratori senza diritti, delle persone senza la dignità del lavoro. Non potrebbe essere più stridente la differenza con le scelte dei nostri politici ed economisti che proclamano di essere cattolici e non si fanno nessuno scrupolo ad accrescere quei problemi nei tentativi, vani, di far ripartire la crescita economica.

    Concludo queste mie riflessioni ricordando che uno dei protagonisti assoluti del Sinodo appena concluso, dove si sono misurati i conservatori e gli innovatori, il cardinale 82enne Walter Kasper, considerato il teologo di Papa Francesco, una settimana fa in una conferenza alla Catholic University of America di Washington ha detto che al Pontefice argentino «non si applicano gli schemi ormai logori di progressista o conservatore». Bergoglio «non è un liberal, ma è un radicale, nel senso originale della parola di chi va alla radice».

    Ho impiegato tutta la settimana per scrivere questa lettera. Adesso, per riprendermi, ho bisogno di una settimana di riposo assoluto. Ascolterò della musica, farò qualche passeggiata nei boschi. Andrò al cinema a Cuneo. È tanto che non ci vado. Ho voglia di vedere il film di Martone su Leopardi: Il giovane favoloso. Ti ricordi la discussione su Leopardi che abbiamo fatto in una delle serate culturali che organizzavamo quando tu eri qui a fare il militare? Eravamo troppo seri, e anche un po’ troppo noiosi, rispetto ai nostri coetanei. Anche se da un film non penso di potermi aspettare più di tanto, spero di non rimanerne delusa. Ti dirò. Per ora ti saluto, ricordando quelle serate con nostalgia,

    tua

    Delfina

     

     

     

     

     

     

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