• 25nov

    “Italia che Cambia”: Il clima è cambiato #decrescitapercop21

    In quell’esplosivo garbuglio fatto di tensioni geopolitiche, povertà, disparità sociale che è la società globale, non ci sono molte sicurezze su quello che accadrà nei prossimi anni. Il clima, ahinoi, è una di queste: sappiamo con una certa sicurezza scientifica che il clima si modificherà nel prossimo futuro (in parte sta già accadendo) nella direzione del riscaldamento globale e dell’aumento dei fenomeni metereologici estremi.

    Sappiamo anche che il motivo di questo mutamento siamo noi, gli esseri umani, e il nostro impatto sugli ecosistemi terrestri. Sappiamo, infine, che dobbiamo agire subito per abbattere drasticamente le emissioni climalteranti e riuscire a mantenere l’innalzamento delle temperature attorno ai +2°C, e che se non ci riusciamo le conseguenze saranno davvero drammatiche, inclusa la probabile scomparsa dell’essere umano dal Pianeta.

    Eppure i grandi decisori politici sembrano ancora distanti dal considerare il clima una priorità nell’agenda internazionale. I motivi sono molteplici e non staremo qui ad approfondirli: resta il fatto che ci troviamo in una situazione di stallo in cui le conferenze e i summit mondiali si ripetono anno dopo anno senza che si riescano a prendere decisioni pratiche ed operative per evitare il disastro. Il summit di Parigi si chiama COP 21 perché è il ventunesimo incontro di questo tipo: prima c’è stato il COP 20 di Lima, il COP 19 di Varsavia, fino al COP 1 che si tenne a Berlino nel 1995, vent’anni fa.  Il fatto che nei venti incontri precedenti non si sia riusciti a raggiungere un accordo vincolante non lascia ben sperare per quello attuale  e i piani nazionali circolati prima della conferenza aumentano i timore degli scettici: le misure che ogni paese sembra disposto a prendere non sono sufficienti a mantenere l’innalzamento delle temperature entro i 2 gradi.

    Ma il clima è solo un campanello d’allarme di un intero sistema sull’orlo del collasso ambientale, energetico e sociale. L’idea di una crescita economica infinita, il consumismo, la delocalizzazione dei sistemi di produzione e smaltimento dei rifiuti, la finanziarizzazione dell’economia sono tutte facce diverse di quella matassa complessa che è la società contemporanea, che ha ormai mostrato tutti i suoi limiti endogeni.

    Tuttavia alcuni fattori ci indicano che un profondo mutamento è in atto e ci mostrano una realtà diversa, che tiene a freno i facili catastrofismi.

    Negli ultimi anni sono cambiate molte cose e oggi possiamo dire che esiste un’ampia gamma di soluzioni per tutti i problemi che dobbiamo affrontare. Approcci come quello della Decrescita forniscono la cornice teorico-pratica di un’economia più locale, circolare, sostenibile, di stili di vita in armonia con il Pianeta. La Transizione mette a disposizione un metodo per agire sui sistemi complessi e introdurre cambiamenti sistemici e duraturi. Esistono, anche solo in Italia, moltissimi strumenti utili e rivoluzionari, già pronti per l’uso: ad esempio i circuiti similmonetari come Arcipelago SCEC o Sardex (e i suoi figli Piemex, Liberex, ecc) che sono in grado si ribaltare il significato e le direzioni delle monete tradizionali.

    Questa abbondanza di strumenti va di pari passo con una crescita della consapevolezza.  Vi è un sentire più diffuso di quanto si è soliti pensare che abbraccia tutti gli aspetti della vita, dal cibo, alla salute, ai beni comuni, al consumo di risorse ed energia. Ne sono testimonianza le sempre più numerose battaglie vinte in difesa dei territori, lo storico risultato dei referendum sull’acqua pubblica del 2011, la crescita – in controtendenza rispetto al settore alimentare – del biologico (che ormai occupa il 60% del mercato agroalimentare – dati Nomisma) e del chilometro zero. E le centinaia, migliaia, di esperienze virtuose che come Italia che Cambia incontriamo ogni giorno in giro per il Paese. Insomma, quello meteorologico non l’unico clima che sta cambiando, e le conseguenze iniziano a vedersi anche ad altri livelli.

    Questo cambiamento culturale in atto, infatti, sta facendo sentire i propri effetti anche a livello macroeconomico. Le grandi multinazionali hanno fiutato l’inversione di tendenza e cercano di intrufolarsi nei nuovi mercati, interessandosi improvvisamente all’etica dei prodotti, al biologico, adottando modelli di sharing economy. Non è un caso, giusto per citare un esempio emblematico, che circa un anno fa i Rockfeller, una delle famiglie simbolo del capitalismo americano da sempre legata al petrolio, abbia deciso di boicottare l’oro nero ed annunciare una improvvisa “svolta ambientalista”. Né che un Papa possa emettere un’enciclica come “Laudato si’” (pubblicata da Papa Francesco nello scorso giugno) in cui si parla di decrescita, beni comuni, ecologia.

    Forse i tempi sono maturi perché si giunga ad accordo storico, una svolta epocale sul clima (e non solo). Parigi in questo senso sarebbe un luogo simbolico per due aspetti: da un lato perché dopo i tragici fatti recenti segnerebbe un nuovo inizio, dall’altro perché collegherebbe idealmente due fenomeni apparentemente distanti ma in realtà interconnessi come il terrorismo e i cambiamenti climatici.

    Riflettiamoci: quella mentalità innaturale che considera le persone alla stregua di merci e le fa schizzare da un lato all’altro del globo, che persino nel cuore della civile Europa crea sacche di povertà ed emarginazione potenzialmente esplosive, terreno fertile per estremismi e fanatismi, non è forse la stessa che ci ha condotto ad alterare la biosfera e far “ammalare” la Terra? L’inquietudine ed il senso di impotenza che proviamo di fronte ad attentati come quello che ha scosso Parigi non è simile a quella che proviamo di fronte ai cambiamento climatici? E non dimentichiamoci  che lo stesso riscaldamento globale sarà causa di flussi migratori sempre più consistenti per via del fenomeno dei cosiddetti “profughi ambientali”. Siamo sicuri che la società contemporanea sia in grado di affrontare queste sfide senza una profonda ridiscussione dei propri valori?

    Dunque Parigi potrebbe essere il teatro di una svolta epocale, ed è per questo che è importante far sentire la nostra voce alla classe politica in vista dell’incontro. In tutto il mondo si stanno mobilitando milioni e milioni di persone per organizzare, nella data del 29 novembre, oltre duemila colorate e rumorose marce per il clima (l’elenco di tutte le marce su http://350.org/global-climate-march/). Solo in Italia se ne contano quasi duecento, dal grande evento romano organizzato dalla Coalizione Clima, alle miriadi di piccole marce locali: la mobilitazione di persone è impressionante e non ha precedenti nella storia delle conferenze per il clima.

    Una svolta epocale, dicevamo. Oppure è possibile, persino probabile, che questa svolta non avverrà a Parigi e il summit si concluderà con qualche pacca sulle spalle e nessun accordo vincolante. In tal caso non abbattiamoci: i cambiamenti sociali e culturali in corso vanno ben oltre un accordo fra stati e, per quanto qualche freno imposto dall’alto sarebbe d’aiuto, non possiamo aspettarci che la soluzione arrivi dal sistema politico-economico attuale. Le soluzioni le costruiamo noi ogni giorno, scegliendo come ci spostiamo, come e cosa mangiamo, dove mettiamo e come spendiamo i nostri soldi, persino – o forse soprattutto – come ci relazioniamo con gli altri. Forse l’incontro parigino non sarà una novella “rivoluzione francese” ma sarà un’occasione importantissima per accendere i riflettori sulle alternative che abbiamo costruito e che giorno
    dopo giorno continuiamo a diffondere.

    Andrea Degl’innocenti

    Presidente Italia che Cambia

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