• 28mag

    La decrescita è donna

    Secondo alcuni studiosi le prime società umane sedentarie erano di stampo matriarcale, ovvero ponevano a capo del loro vivere sociale una figura femminile, generalmente la più anziana, la quale aveva maggiore esperienza nel comprendere e prevedere l’entità degli eventi atmosferici e nel determinare quali fossero i momenti migliori  per la semina e la raccolta. Il maschio era infatti addetto alla caccia, quindi quasi sempre lontano dal villaggio, mentre le donne si erano autorganizzate per fronte alle necessità sociali. A seguito di siccità, eventi climatici disastrosi, aumento demografico, scontri con le popolazioni nomadi e altre necessità, alcune di queste tribù dovettero riprendere a spostarsi e per conquistare un nuovo pezzo di terra, o per difendere quello che già avevano, dovettero armarsi. Questa “corsa agli armamenti” portò inevitabilmente ad una supremazia del maschio sulla femmina, in quanto il primo, dedito alla caccia e di costituzione fisica più robusta, era il più adatto all’uso delle armi. Questa nuova società che pone al centro il maschio, si è evoluta fino ai giorni nostri, relegando la parte femminile al margine della società (sia che la donna venisse disprezzata, sia che venisse idealizzata per qualità variabili nel corso della storia, lasciandola però in un “piedistallo” lontano dai nodi decisionali). Se ci pensate, quando si vuole parlare di qualcosa di serio, si dice ancora che si tratta di un “discorso fra uomini”. Certo, ci sono state eroine o donne forti (anche se sconosciute alla Storia con la S maiuscola) che si sono scontrate con gesta, esempi o parole contro lo Status quo, ma la maggior parte delle donne ha accettato l’ordine dei valori maschilisti e, anche una volta raggiunte posizioni di potere, ha replicato lo stesso schema di valori (basti pensare ad Elisabetta I o a Margareth Tatcher). Ma quali sono questi valori che basano l’impostazione maschilista della società?

    I maschi sono competitivi, rivaleggiano continuamente fra di loro (sia in maniera fisica che in modalità più “civili”, tipo scontri verbali e convenzioni sociali) e si sentono riconosciuti attraverso la posizione che giocano all’interno di un dato contesto sociale. L’economia moderna e contemporanea non è altro che questo: una competizione continua per essere meglio degli altri e sentirsi riconosciuti in questa gara. Naturalmente, come ogni gara che si rispetti, la competizione economica ha bisogno di un metro di giudizio unico e riconosciuto che stabilisca chi ha effettivamente vinto: il cronometro per i velocisti, il pallone d’oro per i calciatori, il conto in banca per gli uomini economici. Ora, dato che esibire il proprio conto in banca risulta un po’ scomodo e anche pericoloso, gli uomini hanno scelto vari status simbol che mostrassero il loro valore monetario. Questa competizione sfrenata basata sul valore monetario, si è trasferita anche alle nazioni (passando dal militare all’economico) ed è simboleggiata dal PIL, formula magica inventata prima della seconda guerra mondiale ma che ha iniziato a decidere i destini del mondo poco dopo la sua fine. Nella società maschilista, le nazioni competono per avere il PIL più forte, e se cooperano fra loro (l’Unione Europea ne è un esempio), lo fanno solo come alleanza strumentale per poter competere con nazioni più forti. Non esiste una vera cooperazione fra nazioni, anche se i politici ne parlano tanto, perché i valori su cui si basa la società derivano dall’orizzonte psicologico maschile, e quindi quel che conta è superare l’altro, non cooperarci: ogni cooperazione o aiuto è solo un’alleanza strumentale al miglioramento delle prestazioni del singolo paese. Con ciò non voglio dire che i maschi siano incapaci di mostrare generosità: basti solo pensare alla foto di Coppi e Bartali che si scambiano la borraccia sul passo del Galibier (Tour de France del 1952) per capire che esistono maschi capaci di vedere nell’altro non solo un concorrente, ma anche un essere umano in difficoltà. Quello che intendo è che la competizione è un retaggio culturale più maschile che femminile.

    Nell’universo dei valori femminili, infatti, è più importante la cooperazione e l’aiuto reciproco in momenti di difficoltà, atteggiamenti che comunque non impediscono che si formino degli attriti ,o addirittura dell’astio, all’interno delle comunità. Lungi da me esaltare una società femminista senza vederne i limiti e i difetti: non esiste una società perfetta dove tutti vanno d’amore e d’accordo, lo scontro è sempre dietro l’angolo e non va rinnegato né demonizzato, fa parte del nostro essere esseri umani. Quello che voglio dire è che le donne sono più capaci di cooperare veramente per il bene comune, e non per l’arricchimento personale o per volontà di supremazia sugli altri. Si lavora tutti per tutti, si litiga, si stringono amicizie che si intrecciano con odi e dissapori, ma quel che conta è arrivare tutti insieme, nessuno escluso: questo è il succo della cooperazione.

    Inoltre, ultima differenza, mentre il maschio è portato ad esplorare nuovi territori, nuove realtà, da dove poter attingere nuove forze (nel mondo economico ricchezze) per poter sostenere la propria competizione con gli altri maschi, la donna è invece più portata a gestire quello che già c’è con le risorse presenti, tenendo conto delle necessità presenti e future.

    Ma dove voglio arrivare con questo discorso? Torniamo al breve riassunto storico esposto all’inizio: società matriarcale, che poi, per varie ragioni, diventa maschilista. Questa società di evolve, le nazioni dimostrano la loro forza con la guerra, poi viene inventata l’economia, viene creato il PIL, e le nazioni e gli uomini si confrontano sulla sfera economica. Cosa vuol dire tutto questo? Che sull’altare dell’economia è possibile sacrificare qualunque cosa, perché la ricchezza misura la grandezza del singolo e delle nazioni, e dunque anche il loro classificarsi sulla scala sociale e politica. Quindi, per poter crescere o guadagnare, si può investire sulla natura, sugli oceani, sugli ospedali, sull’istruzione, sulla dignità della persona, e non si deve essere giudicati per questo, perché queste azioni, in un mondo post-morale, seguono l’etica della ricchezza, l’unica rimasta valida e riconosciuta, per cui il mio fine (l’arricchimento), può giustificare qualunque mezzo, in quanto rispetto l’etica dominante, mentre l’azzeramento consumistico della moralità impedisce condanne morali troppo grandi sul mezzo stesso. In pratica: far lavorare i bambini del terzo mondo per fare le scarpe sottopagati è giusto in quanto il mio fine è la competitività sul mercato per continuare ad arricchirmi. Il mezzo, che si giustifica nel fine, non è neanche completamente condannabile in quanto quei bambini, lavorando, possono iniziare ad arricchirsi, e quindi rientrano ancora una volta nell’etica dell’arricchimento: le altre etiche che provano a contrapporsi a quella dell’arricchimento (quella dei diritti, quella della dignità umana, del lavoro non per arricchimento, etc..), non sono abbastanza forti perché non sembrano riuscire a dare una risposta a tutte le richieste del mondo moderno, mentre l’etica dell’arricchimento può, da sola, dirigere tutto e semplificare il mondo in poche semplici regole, avendo dalla sua uno strumento di misurazione unico e concreto, il denaro. Per competere è necessario un’etica semplificata, capace di darci sempre la misura di chi è il più forte; ma per vivere, e soprattutto per vivere bene, queste semplificazioni risultano pericolose e nocive.

    Cosa c’entra allora tutto il discorso che ho affrontato sulle differenze fra etica femminile e etica maschile? La donna, affidandosi alla cooperazione più che alla competizione, può vedere negli altri modelli di vita non dei demoni o dei retrogradi da schiacciare, ma esempi da prendere in considerazione. In un mondo in cui le risorse si stanno esaurendo e la competizione si sposta sempre di più su livelli estremistici, una filosofia, una visione del mondo, femminile può insegnarci a preservare quello che è rimasto e a cooperare per migliorare il mondo, accogliendo e non distruggendo, perché la complessità del mondo moderno non si può risolvere con una semplice reductio ad monetam. Per alimentare la competizione (valore maschile) c’è bisogno di espandersi per accumulare forze e ricchezze, ma in un mondo in cui espandersi significa sempre di più schiacciare il prossimo e la natura, occorre cooperare e preservare (valori femminili) per riuscire a vivere bene e a vivere tutti.

    E la decrescita? Come dice Latouche, la decrescita è una matrice di idee, essa raccoglie in sé e può raccogliere, le più svariate visioni del mondo, che magari da sole sarebbero incapaci di spiegare la vasta gamma di realtà dell’universo contemporaneo. In una parola, la decrescita è femminile, sia perché vuole preservare e non conquistare, sia perché vuole cooperare con tutte le idee, e non affermare un’idea totalizzante del mondo. La decrescita, a livello filosofico, è la risposta ai nostri tempi, in quanto si è dimostrata al contempo capace di riconoscerne la complessità e di accettare con umiltà la necessità di più pensieri diversi fra loro per spiegarlo. La decrescita è donna, e il futuro delle nostre società non può che essere femminile, con tutti i capovolgimenti economici, politici e sociali che questo comporta.

    Michele Raspanti

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