Discutere di decrescita – Per una decrescita obliqua

da | 19 Dic 2025

Di Donatella Gasparro e Daniele Vico, pubblicato su degrowth.info il 10.10.2025

“Non credo che mai arriveremo all’utopia andando avanti, ma solo aggirando o procedendo in obliquo; perché siamo in un dilemma razionale, una situazione di né/oppure come percepito dalla mentalità binaria del computer, e né il né, né l’oppure sono posti dove le persone possono vivere” Ursula K. Le Guin, traduzione propria da “A Non-Euclidean View of California as a Cold Place”

Ci risiamo. Una posizione nel dibattito internazionale sulla decrescita diventa visibile, forte, quasi dominante, e l’altra “parte” reagisce, sentendosi poco rappresentata. E reagendo, inevitabilmente arriva a dichiararsi in qualche misura rappresentante dell’unica “vera decrescita”, rigettando il contributo della parte opposta.

Questa volta, il battibecco sembra essere (di nuovo) fondamentalmente su questioni strategiche. In una recente intervista, Jason Hickel ha sostenuto che mettere in pratica la decrescita significa fare ricorso alla teoria politica socialista, e che la priorità è creare un partito di massa, capace di conquistare il potere, scalzare i partiti borghesi capitalisti e implementare riforme strategiche per raggiungere un socialismo democratico.

Questa presa di posizione ha scatenato la reazione dell’area anarchica/orizzontalista dell’universo decrescentista che, attraverso le parole di Vincent Liegey, Anitra Nelson e Terry Leahy, ha difeso l’onore delle origini “dal basso” della decrescita, fondate su “orizzontalismo, autonomia, commoning e sussidiarietà”. Nella loro replica, hanno sottolineato i pericoli di avere a che fare con lo Stato, con le sue strutture di potere verticali e la sua natura intrinsecamente oppressiva, e hanno difeso la necessità di concentrarsi su strategie cosiddette prefigurative e interstiziali, volte a creare alternative al di fuori della società capitalista ossessionata dalla crescita. A corollario della discussione, l’ennesima incursione teorica nell’annosa questione di cosa la definizione di decrescita debba o non debba contenere.

A scanso di equivoci: non pensiamo che questi dibattiti siano triviali. Al contrario, essi sono essenziali alla costruzione di ogni strategia politica anticapitalista. Noi stesse abbiamo le nostre posizioni – spesso molto ferme – sul tema. Riteniamo però che sia necessario liberarci dall’illusione di poter trovare un’unica teoria generale capace di cogliere tutte le sfumature del nostro complesso presente, e che un unico progetto politico onnicomprensivo possa offrire tutte le soluzioni necessarie. Se rimaniamo chiusi nelle nostre quattro mura teorico-strategiche, continueremo a perdere l’opportunità di trascendere questa dicotomia tra verticale e orizzontale, e imboccare invece la strada tanto cara alla scrittrice visionaria Ursula K. Le Guin: quella obliqua.

Decrescita: un attributo?

La decrescita non è mai stata un movimento internamente coerente: non è mai riuscita a contenere tutte le posizioni politiche contrastanti dei suoi diversi proponenti. E probabilmente non ci riuscirà mai. Le radici pluriversali della decrescita emergono dalla consapevolezza che le ideologie ottocento-novecentesche, con la loro pretesa di universalità, non sono riuscite a cogliere e imbrigliare in toto la complessità del mondo moderno. L’approccio pluriversale, al contrario, prometteva un futuro di prosperità e coesistenza possibile tra molteplici ontologie, ideologie e modelli di società diversi.

È giunto il momento di smettere di sostenere – e fingere – che la decrescita sia una sola cosa, una grande cornice-ombrello che tutto comprende e che salverà il mondo. Proviamo invece a concentrarci su cosa la decrescita può offrire, e che manca al dibattito politico attuale: la consapevolezza che l’ideologia della crescita, in tutte le sue versioni socio-culturali, economiche, materiali e politiche, è la grande condanna del nostro tempo. L’espressione più evidente del capitalismo nell’era del neoliberismo globalizzato, radicato così profondamente nell’egemonia culturale e politica delle nostre società da passare troppo spesso inosservata, data per scontata, anche da movimenti e lotte radicali. Mettere la crescita al centro offre uno strumento efficace per smantellare sistemi di oppressione diversi e intrecciati, attaccando il meccanismo centrale dell’accumulazione del capitale. Questo è ciò che la decrescita può offrire, il pezzo mancante nelle ideologie e analisi politiche di molti movimenti che ogni giorno lottano per erodere l’egemonia capitalista, da diverse angolazioni e con diverse tattiche.

In virtù di questo specifico approccio critico al capitalismo, riteniamo che la decrescita possa essere compresa meglio come una prospettiva, una chiave di interpretazione che può rafforzare la lotta anticapitalista nelle sue differenti forme. Forse dovremmo smettere, su tutti i fronti, di cercare di appropriarci del concetto, e iniziare a utilizzarlo piuttosto come un elegante, chiarificatore, indispensabile attributo. È più semplice di quello che sembra: comunismo decrescentista; eco-socialismo decrescentista; municipalismo decrescentista; anarchia decrescentista, e così via. Il risultato? Nessun motivo per bisticciare.

Verso il pluralismo strategico

In secondo luogo, è sempre più evidente che le nostre inflessibili posizioni strategiche (verticali o orizzontali che siano) non sono attrezzate per affrontare  la nostra complessa contemporaneità. Una contemporaneità che somiglia sempre di più a un interregno di gramsciana memoria, nel quale ogni categoria – addirittura quelle di “capitalismo” e “liberalismo” – sfuma e degenera nella sua mostruosa caricatura tecno-autoritaria. Con neo- e pseudo-fascismi sempre più vicini al potere in molti paesi, lo stato sociale corroso fino all’osso per finanziare una folle corsa agli armamenti, e il genocidio del popolo palestinese in atto, la Sinistra non può, e non deve, perdere tempo ed energie battibeccando sulla paternità di questa o quella idea di nicchia.

È ora di mettere da parte i campanilismi ideologici e cercare alternative oblique, ricombinando gli ingredienti a disposizione per cercare combinazioni inedite. Oltre a recuperare il pensiero pluriversale, è ora di prendere sul serio un altro strumento anticapitalista che il pensiero decrescentista ha adottato e sviluppato: il pluralismo strategico.

Basandosi sul lavoro di Erik Olin-Wright, il pluralismo strategico propone di operare simultaneamente con diverse strategie, per mettere pressione su diversi punti deboli del capitalismo. Ovviamente, questo non significa costruire un’armata brancaleone di strategie e gruppi incompatibili per poi scoprire di essere profondamente in disaccordo. E non significa neanche trovare “il giusto mix di strategie interstiziali, simbiontiche e di rottura” sperando che esse funzionino magicamente, senza alcun coordinamento o riflessione condivisa.

Pluralismo strategico significa trovare, piuttosto, una sintesi dialettica tra quelle differenze, e integrare approcci diversi per presidiare dimensioni, scale e contesti che tra gli estremi globale-locale sono spesso dimenticati. Una sintesi costruita sul riconoscimento e la comprensione reciproci, capace di ricomporre le tensioni senza ignorare il valore specifico di contributi e teorie diversi. Significa che strategie dal basso e dall’alto non necessariamente si escludono a vicenda, ma che possono essere complementari. Significa che zone autonome e auto-organizzazione municipalista possono svilupparsi parallelamente a una pianificazione centralizzata democratica, capace di smantellare strutture globali obsolete e oppressive e redistribuire il potere localmente. Significa che l’eco-socialismo e l’autonomia anarchica localista possono essere due facce della stessa medaglia, se si accetta un pizzico di sana e necessaria convergenza. E che forse, quelle che abbiamo appena descritto come due facce di una medaglia, sono invece parte di un dado che di facce ne ha molte di più.

Il punto non è capire quale sia la strategia migliore. Affidarsi a una sola strategia o a un solo attore politico è fallimentare nei sistemi complessi in cui ci muoviamo. Dobbiamo invece riconoscere e accettare la possibilità che diverse strategie, messe in pratica simultaneamente e in maniera coordinata, possano avere più successo nel raggiungere un obiettivo comune.

Rimettere insieme i pezzi

All’interno dell’universo decrescentista, è auspicabile e necessario continuare a dibattere di teoria e strategia. Ma se vogliamo impegnarci in modo significativo nella trasformazione sistemica, dobbiamo riconoscere l’essenza pluriversale della decrescita e offrire i nostri strumenti analitici a supporto delle lotte anticapitaliste, diventando quindi un attributo o un aggettivo di proposte politiche già esistenti.

Allo stesso tempo, anche se la decrescita in sé non è forse la grande teoria unificatrice che risolverà le annose tensioni della sinistra, crediamo che almeno all’interno della decrescita stessa abbiamo l’opportunità di elaborare inedite convergenze strategiche adatte alle inedite sfide del nostro tempo, verso un kintsugi capace di andare oltre le vecchie faglie e ricomporre un progetto politico frammentato in mille pezzi.


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