Il Senso del Limite: Riti e ritmi

da | 19 Dic 2025

«Nè la rivoluzione nè la riforma possono, in ultima istanza,
cambiare una società, senza che ci sia da raccontare una storia nuova e potente,
tanto persuasiva da bloccare i vecchi miti e trasformarsi nella storia preferita…
Se si vuole cambiare una società si deve narrare una storia alternativa».
IVAN ILLICH

Riti e ritmi

I

Il bracciale era stato creato con materiali che in pianura si sarebbero definiti poveri, come del resto tutti i manufatti realizzati a Limite. Una striscia di pelle, conciata con prodotti vegetali, decorata a fuoco con un motivo di rami intrecciati che ricordava vagamente lo stile celtico o tibetano. Bordature e chiusura erano erano realizzati con filati di canapa, colorati con tinture naturali che formavano un arcobaleno dalle tonalità tenui.

La collana era realizzata con un lungo cordino intrecciato di fibre di canapa, sul quale erano infilate perline di legno di cirmolo e di rosa, alternate a noccioli di oliva torniti. Anche in questo caso i colori dei fili di canapa formavano un arcobaleno, che procedeva simmetricamente partendo dal basso, dove era appeso un medaglione, che la tradizione voleva fosse ottenuto dalla stessa pezza di pelle usata per il bracciale, del quale – in parte – riprendeva anche le decorazioni.

L’uomo aveva messo la collana al collo di lei, mentre la donna inchinava leggermente il capo, legandole il cordino dietro la nuca, mentre ripeteva lentamente: «Ponimi come un sigillo sul tuo cuore».

La donna aveva messo il bracciale al braccio sinistro di lui, mentre la sua mano veniva aperta, con il pamo rivolto verso l’alto, stringendogli e legandogli i lacci all’altezza del polso, mentre ripeteva: «Ponimi come un sigillo sul tuo braccio».

I due promettevano reciprocamente in questo modo di volersi prender cura l’uno dell’altra. A Limite tutto era fatto con grande semplicità, anche i momenti più significativi della vita della comunità erano scanditi con rituali – se così si poteva chiamarli – molto delicati. Si trattava di una semplicità che non era sciatteria, no. I nostri amici fuggitivi, abituati ai modi di fare della pianura, impiegarono un bel po’ prima di comprenderne a pieno il senso. Era come se i limitesi temessero che delle formalità troppo ridondanti, a lungo andare, finissero per diventare più importanti dei contenuti che volevano rappresentare. I simboli rischiavano di diventare importanti di per sè, e quindi di relegare in secondo piano ciò che simboleggiavano. «Non è forse questo che era accaduto giù in pianura?» ripetevano i Consiglieri più anziani, di tanto in tanto.

A Limite non c’era un culto nel senso stretto del termine. Non c’erano chiese, nè sacerdoti. La chiesa era la natura che circondava il villaggio, e i sacerdoti erano tutti i limitesi. Si tramandavano le conoscenze delle varie religioni della terra, si raccontavano ai bambini le storie di Buddha, Khrisna, Gesù Cristo, ma anche Pitagora, Platone, Aristotele, e così via. Quando accadeva che qualcuno chiedesse perché non si era scelto una religione “ufficiale” spesso gli anziani raccontavano una vecchia parabola della tradizione sufi conosciuta come “la storia dei ciechi e dell’elefante”.

Più o meno suona così.

***

C’erano una volta sei saggi indiani, ciechi, che avendo sentito tanto parlare dell’elefante, che veniva descritto come qualcosa di meraviglioso, vollero vederne uno (sebbene fossero appunto ciechi), e rendersi conto personalmente, per esperienza diretta, di questo prodigio della natura. Chiesero così di esser condotti davanti ad un elefante, pensando di toccarlo, e soddisfare così la propria curiosità.

Ora capitò che il primo uomo ebbe ad inciampare e cadde a terra. Cercando di rialzarsi si imbattè nel fianco dell’elefante, largo e robusto, e prese subito ad esclamare: «Dio mi benedica, ho capito: l’elefante è proprio simile ad un muro!».

Il secondo, arrivando a toccare una delle zanne, disse: «Cos’abbiamo qui? Così rotondo, liscio ed affilato? Per me è molto chiaro: questa meraviglia di un elefante è molto simile ad una lancia!»

Il terzo, avvicinandosi, arrivò a toccare la proboscide che si controrceva tra le sue mani, ed esclamò: «Vedo che l’elefante è molto simile ad un serpente!».

Il quarto, allungando la mano impaziente, toccò il ginocchio dell’elefante. «È molto chiaro – disse – A cosa somigli questo elefante: è molto simile ad un albero».

Il quinto toccò l’orecchio dell’animale che si muoveva libero nell’aria e disse: «Anche un cieco come me può dire a cosa somiglia. Lo neghi chi può: io dico che l’elefante è molto simile ad un ventaglio».

Il sesto, brancolando attorno alla bestia arrivò a toccargli la coda oscillante. «Ho capito – disse – L’elefante è del tutto simile ad una corda».

E così i sei uomini iniziarono a disputare a lungo, a voce alta, ognuno di essi rigido e fermo nella sua opinone. E benché ognuno avesse, in parte, ragione, in fin dei conti tutti avevano torto. Così accade spesso nelle guerre di religione e nelle dispute teologiche: i contendenti si scagliano l’uno contro l’altro, nell’assoluta ignoranza di ciò che l’altro intende, ma alla fine ciarlano tutti di un elefante che nessuno di loro ha mai visto.

***

«Finora non vi abbiamo mai parlato di queste cose, perché anche se vi abbiamo accolto con piacere e possiamo dire che tutti insieme formiamo una grande famiglia, nei nostri costumi ci sono cose che riserviamo all’intimità della nostra vita domestica… e di fatto tu sei il primo che vivrà, da oggi, in una casa insieme a qualcuno di Limite. Non imponiamo niente ai nostri ospiti, come avrai ben notato»

«Apparte alzarsi all’alba per lavorare la terra…» sorrise Eri. Sura annuì sorridendo anch’ella di buon grado. Ma era vero: dare una mano nel lavorare la terra era sì un obbligo, ma non verso i limitesi. Era più un obbligo verso sè stessi, e verso la natura in un certo senso. Se la natura si dà all’uomo nei suoi doni che lo nutrono e lo sostentano, l’uomo deve darsi alla natura nel lavorare la terra. È giusto che sia così. Ma, apparte questo, non c’erano adempimenti particolari che venissero richiesti dai limitesi ai nuovi arrivati; tutto era molto libero e lasciato alla sensibilità del singolo, come ad esempio il partecipare o meno alle riunioni serali del Consiglio, e via dicendo. Le parole di Sura avevano incuriosito non poco Eri.

«Dunque cos’è che fate?» aveva chiesto.

«Penso che anche questo ti stupirà, non abbiamo dei veri e propri riti, preghiere, celebrazioni o cose del genere. Lo avete visto già per i cereali abbinati ai 7 giorni della settimana, si tratta più di abitudini… “ritmiche” possiamo dire. La natura ha i suoi ritmi, il corpo umano anche: sonno e veglia, alimentazione, respirazione, eccetera. Insomma tutto nell’universo è ritmo. Quindi quale modo migliore di celebrare l’universo se non quello di prendere coscienza di questi ritmi? E magari evidenziarli, sottolinearli ecco… tutto qui»

«Va bene, ho capito… mi sembra sensato. Vai avanti…»

«Ci sono 6 piccoli… voi in pianura li chiamereste probabilmente “esercizi”, che facciamo. Uno ogni mese. Sono azioni quotidiane che richiedono solo pochi minuti, e che cerchiamo di compiere tutti i giorni, possibilmente sempre alla stessa ora. Iniziamo il primo mese con una cosa, poi via via nei mesi successivi. C’è chi al secondo mese sostituisce l’azione da compiere e quindi smette di compiere la prima, ma anche chi – soprattutto gli anziani che sono più volenterosi – aggiunge la nuova azione proseguendo anche la precedente. Così il terzo mese le cose da fare diventano tre, e così via per cinque mesi. Il sesto mese, in qualsiasi modo si sia inteso il percorso, cerchiamo di fare le precedenti 5 azioni tutte insieme. E poi si ricomincia. Ogni anno ci sono quindi due cicli di sei mesi ciascuno».

«Tutto chiaro… e quali sarebbero queste azioni che fate?»

«La prima, e forse la più importante, è un allenamento della nostra attenzione. Serve a imparare ad essere concentrati, a non lasciarsi prendere dal vortice dei pensieri spontanei che ci assalgono. Sai quando si dice “ero sovrappensiero?” Ecco, quello è il tipico caso in cui non si è padroni dei propri pensieri, in cui si vaga da un pensiero a un altro senza nessun filo logico. L’esercizio consiste nello scegliere un oggetto. Deve essere un oggetto costruito dall’uomo, non qualcosa di naturale. Per cinque minuti cerchiamo di pensare solamente a questo oggetto, esaminandolo sotto tutti i suoi aspetti: di cosa è fatto, come è fatto, perché è stato inventato, quali vantaggi porta il suo uso, e via dicendo, cercando di concatenare i pensieri in modo logico e senza divagare mai»

«Sembra facile»

«Hai detto bene: sembra! Ti assicuro che non lo è. Dimenticavo la cosa più importante: deve essere un oggetto per cui non hai il minimo interesse»

«Non capisco…»

«Sarebbe facile, come giustamente hai detto, se tu scegliessi un oggetto che ti piace, che ti è utile, che usi spesso. Ma in questo caso che senso avrebbe l’esercizio?»

«Ecco appunto, che senso ha?»

«Se scegli un oggetto che non ti interessa, o addirittura che ti disgusta, per mantenere l’attenzione fissa su di esso per cinque minuti devi realmente volerlo. Non è una cosa che ti viene spontanea come nel caso di un oggetto che ti piace. Questo è il punto: allenarsi a pensare ciò che si vuole e non ciò che viene in mente in modo spontaneo…»

«Comincio a capire… certo in questo modo la cosa è assai più difficile… Se posso permettermi… mi faresti un esempio di un oggetto costruito dall’uomo che a voi limitesi non interessa e che quindi potreste usare per questo esercizio?»

«È facile – sorrise Sura – E dopo che te lo avrò detto ti darai dello stupido per non averci pensato…»

«Spara!» disse Eri, al che Sura scoppiò a ridere.

«Che cosa c’è da ridere?» chiese l’altro allibito.

«Hai detto “spara”… bè, l’oggetto che usiamo spesso per questo esercizio, sono le armi!»

Eri restò in silenzio a lungo e poi lentamente iniziò anche lui a sorridere: «Hai ragione, sono uno stupido! Era talmente ovvio… non cacciate, non avete bisogno di difendervi… quale oggetto potrebbe essere più insignificante?»

«Infatti…»

«Bè, avendo fatto una scelta come la vostra, essendovi lasciati alle spalle la vita di pianura… insomma, ne avrete un bel po’ di oggetti su cui potervi esercitare… automobili, televisori…»

«Aspetta, aspetta! Non ti ho detto una cosa importante. Deve essere un oggetto molto, ma molto semplice. La cui progettazione e costruzione deve poter essere intuibile per tutti. Ad esempio, quando ti ho detto “armi” non devi pensare ad una mitragliatrice. Piuttosto un arco, una freccia, una fionda… capito?»

«Mmm… la cosa si complica… una cosa così semplice… vediamo. Ehi ce l’ho! Anche questo, al punto in cui siamo è abbastanza divertente: una moneta!»

«Una moneta! Sì, è perfetto, almeno qui a Limite! Oppure una sigaretta. Se non ti piace fumare, ovviamente…»

«Un dado da gioco? Non mi è mai piaciuto quel genere di giochi…»

«Va bene… Bè passiamo al secondo esercizio. Questo forse ti piacerà di più. Si tratta di scegliere un’azione che a cose normali non faresti mai, e importi di compierla tutti i giorni»

«Ho capito… anche questo è un esercizio di volontà in un certo senso»

«Esatto. E anche in questo caso è nata spontaneamente una sorta di abitudine che tutti o quasi seguono. Come avrai visto i manufatti che utilizziamo per le vita quotidiana sono semplici, voi in pianura li potreste definire “poveri”..»

«Bè ecco… forse… “rustici” diciamo – si affrettò a precisare Eri, temendo di offendere Sura.

«D’accordo – sorrise di nuovo lei – Rustici mi piace! Ad ogni modo, non ci interessa molto l’estetica, questo lo avrai notato. Quindi molti di noi, per fare questo esercizio, scelgono come azione quella di intagliare qualche oggetto in legno, decorarlo, cose del genere insomma…»

«Mi chiedevo infatti il perchè di quegli strani ghirigori sul manico di certi rastrelli, o zappe…»

«Ora lo sai!»

«Siete una fonte continua di sorprese!»

«Il bello viene d’ora in avanti: il terzo esercizio è qualcosa di diverso. Non è una pratica a cui dedicare pochi minuti al giorno, come i due precedenti. È una sorta di predisposizione… consiste nel non lasciarsi sopraffare da eccessi nei nostri sentimenti. Gioia e dolore non devono mai diventare estremi. Non devi pensare che questo significhi esser freddi ed insensibili, non è così! Però anche manifestazioni esagerate non giovano. Si deve cercare una sorta di quiete interiore, che può generare un livello di attenzione più profondo»

«Attenzione per cosa?»

«Per tutte le piccole cose di ogni giorno, per quei particolari che normalmente non noteresti. Si impara a sentirsi in sintonia con tutto quello che ci circonda, e le esperienze positive e negative diventano entrambe dei buoni insegnanti!»

«Questo è molto profondo. Mi sembra assai diverso dai due esercizi precedenti…»

«Meno di quel che sembra Eri, puoi starne certo. Se riusciamo a sviluppare questa attenzione lo dobbiamo anche ai primi due esercizi di volontà, anche se a tutta prima possono apparire più banali. È tutto collegato… il quarto esercizio lo mostra ancora meglio. Consiste nel cercare sempre il lato buono delle cose, di qualsiasi cosa accada, anche la più brutta»

«Perché c’è sempre un lato buono, giusto? È questo che stai dicendo?»

«Più o meno… non sempre si riesce a vederlo, ma col tempo si impara ad avere fiducia nell’universo. A volte mi è capitato che la spiegazione si sia palesata anche molto tempo dopo. Bisogna saper aspettare, a volte. E infine eccoci al quinto esercizio!»

La sua espressione mutò sensibilmente, Eri se ne avvide subito, anche se non era bravo come Sura a leggere nei volti delle persone.

«Non so perché, ma ho la sensazione che tu stia per dire qualcosa che mi riguarda da vicino…»

Sura annuì: «Riguarda da vicino tutti voi in un certo senso. Il quinto esercizio consiste nell’imparare a non essere mai prevenuti verso qualsiasi nuova esperienza che ci possa capitare. Non avere pregiudizi, non pensare di essere in grado di “codificare” sempre tutto in base alle proprie esperienze passate. Accogliere sempre il nuovo con una apertura verso nuove possibilità, anche se appaiono remote, o incomprensibili»

Eri sorrise e rifletté a lungo. «Capisco bene cosa intendi… – disse poi – Il nostro arrivo deve avervi dato un bel po’ di materiale con cui esercitarvi, giusto?»

«Puoi dirlo forte!»

«Quindi… è per questo motivo che avete accettato quelle cose? Tipo di vendere il terreno a Pier Maria, o di far costruire le condotte dell’acqua a Jacopo…» la ragazza annuì in silenzio chinando leggermente il capo.

«Che dire, sono… commosso – proruppe infine l’uomo – Questa davvero non me l’aspettavo!»

Si abbracciarono forte e restarono così a lungo, stretti l’uno all’altra. Eri proseguì: «E il sesto mese si fanno tutti e cinque gli esercizi insieme, giusto?»

«Esatto. E poi si ricomincia!»

«Bene… quindi… suppongo che… insomma, dovrei iniziare anche io?»

«Se vuoi…» sussurrò lei con soavità. I suoi occhi stavano dicendo a Eri che sarebbe stata molto felice se lui avesse condiviso questa pratica, e ora che si apprestavano a vivere insieme, certo non poteva tirarsi indietro.

«Sì, certo, voglio provare… potrei… – tergiversò in modo un po’ impacciato – Tu a che punto sei adesso?»

«Eh no! Non me la fai! Se stai pensando di aspettare che anche io ricominci per farli insieme, sappi che..»

«Ho capito, ho capito! – mise le mani avanti – Ti prometto che inizierò subito»

«Domani?»

«Dopodomani… dai, non farà tutta questa differenza… dopodomani, prometto!»

Mentre proferiva queste parole si avvide che Maso stava passando proprio in quel momento accanto a loro. Doveva aver udito le loro ultime parole perché si arrestò e lanciò uno sguardo alquanto significativo a quello che era appena diventato suo genero.

***

Così Eri e Sura iniziarono la loro nuova vita in comune, sotto il tetto della casa di Maso, non senza qualche difficoltà che è facile intuire. A Limite, lo si sarà ormai compreso, tutto era ridotto all’essenziale, il lavoro della terra richiedeva gran parte del tempo e delle energie dei limitesi, e le occasioni di svago erano ridotte a momenti che erano quasi sempre vissuti collettivamente. Così, per una giovane coppia di innamorati non c’erano molte occasioni di intimità, almeno non quante ce ne sono in pianura. I nostri due giovani insomma dovettero essere molto fantasiosi e molto pazienti – come del resto avevano fatto tutte le coppie di limitesi prima di loro – per poter dire veramente di avere quella che si definisce una vita di coppia.

Maso dal canto suo comprendeva bene le esigenze dei due. Non era certo quello che può dirsi un padre possessivo, questo no. Ma amava le tradizioni che col tempo si erano consolidate, amava la sobrietà e la lentezza, anche nelle relazioni. Si sforzò comunque, per quanto possibile, di non apparire invadente, cercando di rendere la sua presenza discreta e defilandosi ogni volta che poteva. Sura, ad esempio, notò che aveva preso a spendere molto più tempo nel locale seminterrato che avevano e che fungeva da magazzino per le provviste, rimessa per gli attrezzi, laboratorio, e così via.

La casa di Maso era stata costruita su un dislivello ed era perciò composta da due piani che avevano cercato di seguire il profilo del terreno. C’era perciò un locale che terminava con una parete contro terra a cui si poteva accedere solo dall’esterno, girando dietro la casa. I locali soprastanti che costituivano l’abitazione vera e propria avevano invece l’accesso sul lato opposto. Ogni volta che si doveva scendere dabbasso quindi bisognava uscire, girare attorno all’edificio e scendere sul retro, secondo un percorso che non era nemmeno dei più agevoli. Tra le altre cose si doveva oltrepassare una staccionata che Maso aveva fornito di un rudimentale cancello che oltre a non essere il massimo della comodità risultò essere alquanto rumoroso. Eri tutte le volte che lo sentiva dire: «Ragazzi scendo di sotto a sistemare un po’ i miei attrezzi» si stupiva. Sura (alquanto più sveglia di lui, cosa che, a onor del vero pone un altro punto a favore dei limitesi, o forse semplicemente perché era una donna) aveva capito presto che quello voleva essere niente più che un modo per lasciarli soli…

La razionalità di Eri era però dura da combattere. Una volta che i due uomini stavano parlando di cose pratiche, Sura da poco lontano sentì Eri chiedere a suo padre: «Non hai mai pensato ad aprire un passaggio interno per scendere nella rimessa? Sarebbe molto più agevole, più comodo…»

Davvero Eri non aveva ancora capito? A Sura venne da sorridere al pensiero di quanto fosse ingenuo, cosa che, a dire il vero, non le dispiaceva più di tanto. Ma a quel punto fu incuriosita più dalla risposta che il padre si apprestava a dare che dalle reali intenzioni della domanda del marito.

Maso aveva sospirato a lungo, meditando come gli anziani erano soliti fare, e già da quello Sura intuì che stava per assistere ad uno dei suoi soliti insegnamenti di cui, diciamolo, andava particolarmente fiera.

«Dopo il ritorno di Jacopo e Rodolfo dalla loro avventura giù in pianura, ne avrete parlato tra di voi, suppongo…»

«Ovviamente… i motivi di discussione non sono certo mancati, puoi starne certo»

«Mmm… fammi qualche esempio ragazzo»

«Che so… la differenza tra gli abiti che usate qui a Limite e gli abiti della pianura. Forse non è la cosa più importante, me ne rendo conto, ma così su due piedi è la prima cosa che mi è venuta in mente…»

«Che altro?»

«Beh, sicuramente la viabilità!»

«Questo mi interessa particolarmente, continua figliolo…»

«Quando siamo fuggiti dalla pianura sapevamo che ci stavamo avventurando in un territorio sconosciuto, e che avremmo proceduto a tentoni, come infatti è accaduto. Ma quando alcuni di noi si offrirono volontari per scendere in pianura con voi, insomma, molti di noi pensavamo che esistesse una strada. Una via che noi non avevamo trovato durante la nostra fuga. Dopo il racconto di Jacopo e Rodolfo, al loro ritorno, gli interrogativi non mancarono…»

Eri raccontò che si domandavano spesso perché la strada che dalla pianura portava a Limite fosse messa così male. Ad essere onesti non era solo messa male: in molti tratti non si poteva nemmeno dire che ci fosse una strada. Ruscelli da guadare, vaste praterie da attraversare senza nemmeno un punto di riferimento, boschi in cui si perdeva l’orientamento e in cui il sottobosco rigoglioso cancellava velocemente ogni passaggio. Ma come sempre la risposta era molto più semplice per i limitesi che non per chi aveva sempre vissuto in pianura.

«State semplicemente facendo la domanda sbagliata» aveva risposto una volta uno dei Consiglieri anziani, quando avevano azzardato a chiedere. Era vero: la loro prospettiva era diversa. In pianura le strade avevano il loro perché: le persone devono spostarsi, le merci devono spostarsi. Più una strada è comoda e veloce e meglio è.

«Non c’è nulla di male nel costruire una strada, quando serve… – aveva puntualizzato il Consigliere – Ma perché farlo se non serve? Sicuramente è più vantaggioso avere vicino tutto ciò di cui si ha bisogno, non trovi? Le coltivazioni intensive e le monocolture in realtà non hanno alcun senso. Il terreno ha bisogno delle rotazioni, e gli uomini hanno bisogno di un’alimentazione variata, questi due assunti di per sè sarebbero sufficienti a capire che l’agricoltura è un’attività locale e che non ha bisogno di troppe strade. La natura ci offre infinite varietà di ogni prodotto. Coltivare tante varietà è più sicuro, ad esempio in caso di attacchi di parassiti o malattie varie. Difficile che tutte le varietà rispondano allo stesso modo… c’è sempre il modo di cavarsela se si mantengono varietà diverse. Ma se tutti coltiviamo la stessa qualità di prodotto, il giorno che arriva il parassita che riesce ad aver la meglio è una strage!

Gli spazi ampi che avete in pianura spesso danno alla testa. Vi convincono che si possono fare le cose in grande. Grandi coltivazioni, grandi raccolti… che hanno bisogno di grandi magazzini, e grandi strade e grandi veicoli per essere distribuiti velocemente. A me sembra che in questo modo gli unici a guadagnarci sono i costruttori di strade, i venditori di automobili e i produttori di combustibili. Tre cose di cui si può far benissimo a meno e che non migliorano affatto la qualità del cibo, anzi, semmai il contrario!»

Il ragionamento era chiaro, questo anche i fuggitivi lo capivano. Sull’altopiano c’era tutto ciò di cui i limitesi avevano bisogno. Le uniche vere e proprie strade erano quelle che andavano verso i boschi, dove ci si riforniva di legna. Lì servivano davvero, perché trasportare i tronchi tagliati non era facile.

Ma c’era dell’altro. In cuor loro lo avevano sempre sospettato. E l’espressione che ora si mostrava sul volto di Maso lo confermava sempre più. Dopo un po’ di silenzio, alla fine l’uomo prese a parlare.

«All’inizio del periodo industriale, che nè io nè voi abbiamo vissuto direttamente, ma che i nostri avi cihanno raccontato, cosa accadde? L’esodo dalle campagne verso le città? A questo stai pensando? Certo, hai ragione. Tanti abbandonarono le terre per diventare operai in fabbrica. Ma se scavi sotto la superficie dei fatti scoprirai qualcosa di ancora più devastante. Di fatto una cultura secolare venne spazzata via, di colpo. Si iniziò a considerare il contadino come una persona arretrata, sottosviluppata, anacronistica. Il denaro guadagnato grazie al lavoro salariato divenne l’unico metro di misura. Anche la civiltà contadina era fondata sul lavoro! L’unica differenza era che non era lavoro salariato. Non è una differenza da poco… E sai che cosa contribuì a velocizzare e radicalizzare questa devastazione?»

Eri riflettè a lungo, ma dovette rassegnarsi e finì per scuotere il capo sconsolato.

«Le strade! – disse Maso – Si iniziarono a costruire ovunque grandi vie di comunicazione che dovevano collegare tutto quanto»

«Ma questo cosa c’entra?»

«C’entra eccome! Tu pensi che si siano costruite strade perché si iniziavano a vendere auto, giusto? Certo, è così che è andata. Ma non basta, devi guardare oltre! Se un popolo allora avesse abitato, diciamo, un altopiano come il nostro, e avesse vissuto benissimo in armonia con la natura, proprio come noi adesso, se all’improvviso fosse stata costruita una bella strada per raggiungere la pianura in pochi minuti, cosa sarebbe successo? Da quella strada sarebbero arrivate in un batter d’occhio le abitudini della pianura. Il denaro, il lavoro salariato…»

Eri cominciava a capire.

«Anche qualcuno di voi ha portato con sè del denaro, lo sai bene. E avete provato a usarlo, qui, dove non lo usiamo. Sappiamo bene entrambi com’è andata a finire, no?»

«In fumo!» sorrise amaramente Eri. Maso non glielo disse mai in futuro, ma in quel momento apprezzò molto il senso di auto-ironia del suo nuovo genero. Proseguì invece dicendo: «Ma che cosa sarebbe successo se ci fosse stata una strada? Sarebbe arrivata molta più gente, con molto più denaro! Saremmo diventati, istantaneamente, una minoranza. Questo fanno le strade, creano minoranze e – peggio ancora – minoranze che non si ritiene di dover rispettare. Se il nuovo consiste nel coprire grandi distanze con automobili e combustibili, istantaneamente chi usa barroccio e cavalli diventa non solo vecchio, ma superato. Una minoranza destinata a soccombere».

Era chiaro. La questione non era solo di ordine pratico.

«Le strade avvicinano – aveva proseguito Maso – Ma allo stesso modo allontanano. Sembra che ci avvicinino a ciò che per natura è lontano, ma ugualmente ci allontanano da ciò che per natura è vicino. Ci portano, impercettibilmente, a dare sempre più valore a quello che sta altrove, e sempre meno a quello che abbiamo d’intorno. Ci danno un’illusione di onnipotenza, perché se le cose si mettono davvero male possiamo sempre andarcene. Troppo facile! Ci sono tre cose che potrebbero essere non dico eliminate, ma sicuramente ridotte drasticamente se non ci fossero strade: l’inquinamento, la criminalità e i divorzi»

«I… divorzi?» Eri avvertì un brivido lungo la schiena. Possibile che tutto il discorso di Maso avesse avuto l’unico scopo di andare a parare lì?

«So cosa stai pensando – disse subito dopo Maso e sì, per un attimo Eri si convinse davvero che il neo suocero potesse leggergli nei pensieri – Non è una questione personale, intendimi bene – aveva proseguito Maso cercando di assumere un tono più pacato – Ma sei un ragazzo che sa ragionare, questo lo hai dimostrato più di una volta. Seguimi in questo: se sai che l’attività che intendi svolgere è dannosa per l’ambiente, o dannosa per qualcuno, e vuoi intraprenderla ugualmente, cosa fai? Secondo la logica della pianura intendo»

«Ti sposti – replicò prontamente Eri – Cerchi di farla più lontano dal posto dove vivi, dove pensi che le conseguenze non ti toccheranno»

«Esatto ragazzo mio! E le strade aiutano in questo, ne convieni?»

«Comprendo Maso… ma i divorzi che c’entrano?»

«Qui a Limite ci conosciamo tutti, e non abbiamo strade che ci possono portare lontano in pochi minuti. Se ci fossero litigi e una famiglia si spaccasse, nessuno potrebbe fuggire dalle proprie responsabilità. Nessuno potrebbe nascondersi, o nascondere agli altri il proprio comportamento. Presto tutti lo verrebbero a sapere. In pianura dove ci si sposta di continuo, si trasloca per mille motivi, si cambia città, si cambia lavoro, è più facile cambiare partner, basta andarsene. Non pensi che sia, di nuovo, un modo un po’ troppo facile per non assumersi le proprie responsabilità?»

«Posso assicurarti che con Sura non accadrà nulla del genere, io…»

«Lo so, lo so… stai tranquillo ragazzo! So che le tue intenzioni sono serie. Conosco mia figlia, e mi fido ciecamente di lei. Ora anche tu dovrai imparare a fidarti di me… anche per quelle cose che non intuisci da subito»

«Cosa vuoi dire? Io mi fido di te Maso, questo lo sai!»

«D’accordo… d’accordo. Allora fammi un favore, non domandarmi più di aprire un passaggio in casa per scendere nella rimessa. Non sempre le vie più comode, più brevi e più silenziose sono le migliori!»

Aveva sottolinato “silenziose”, Eri ne era certo! Si soffermò un istante, e non gli ci volle molto per capire.

«Stai forse pensando…»

«Sto pensando – lo interruppe Maso – Che sto invecchiando, che sono vedovo, e che ho solo una figlia. Sono felice, non mi fraintendere, ma c’è una cosa che potrebbe rendermi ancora più felice…»

«Tipo?»

«Tipo… un nipote? Così, tanto per dire. Oh, mica penserete che qui a Limite siamo convinti che i bambini crescono sotto i cavoli, no?»

***

Ci vediamo a Limite, tra due mesi, con il prossimo racconto.

Non mancare!


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