Discutere di decrescita – Le vie della decrescita: Il dibattito prosegue

da | 23 Dic 2025

Si arricchisce il dibattito in merito alle diverse strategie per rendere la Decrescita possibile e desiderabile tanto da poter essere presto attuata. In occasione del recente incontro Le vie della decrescita 2025, Paolo Cacciari ha tenuto una relazione richiamando i 3 articoli già da noi pubblicati in merito:
Discutere di decrescita – i limiti della politica climatica liberale
Una risposta a Jason Hickel
Per una decrescita obliqua

Nel frattempo il nostro gruppo di lavoro che segue il dibattito internazionale (che, ci piace ricordarlo, è un gruppo di lavoro internassociativo che vede la partecipazione di soci MDF e dell’Associazione per la Decrescita) ha intercettato almeno altri 2 articoli che speriamo possano essere presto tradotti e portati all’attenzione di soci e simpatizzanti sui nostri canali. Restate quindi sintonizzati!

ECCO IL TESTO INTEGRALE DEL SUO INTERVENTO

La decrescita – nelle intenzioni dei suoi sostenitori – ambisce ad essere un progetto di cambiamento radicale e complessivo delle relazioni tra gli esseri umani e tra essi e la natura.

I suoi sostenitori sono concordi nel ritenere che la decrescita prefiguri nientemeno che una rivoluzione culturale e antropologica, afferente cioè a tutte le dimensioni dell’essere umano: quella basica della riproduzione materiale (detta anche “ricambio organico” tra natura e società); quella più intima personale, psicologica e spirituale (la potremmo chiamare coscienza ecologica di sé); quella relazionale sociale (determinata prevalentemente dai “modi di produzione e di consumo”); quella dipendente dal contesto delle strutture istituzioni, delle tecnologie, delle credenze, delle tradizioni culturali, degli immaginari ideologici ed altre ancora componenti che performano le mentalità e i comportamenti degli esseri umani.

Ma nel confronto con il grande pubblico, o anche solo nel campo accademico delle scienze sociali, l’idea di una società orientata alla decrescita fa fatica ad essere presa in considerazione alla pari dei progetti socioculturali e delle dottrine politiche più conosciute. Ad esempio, il liberalismo, il cristianesimo sociale, il socialismo, il comunismo, l’anarchismo, il situazionismo, l’antiutilitarismo… in tutte le loro varie forme, combinazioni e ibridazioni.

Non abbiamo una teoria generale della decrescita. La decrescita non si presenta come una filosofica universale, definita una volta per tutte nei diversi contesti territoriali, culturali, sociali. In Pluriverso, Dizionario del post-sviluppo (Orthotes, 2021), Federico Demaria e Serge Latouche definiscono la decrescita come «una decolonizzazione dell’immaginario e l’implementazione di altri mondi possibili». Una definizione – secondo alcuni – troppo vaga e generica. Un concetto ad ampio spettro di significati. Un concetto-ombrello a maglie troppo larghe per riuscire ad assumere una identità riconoscibile. Alla decrescita sembra mancare il supporto di una idea compiuta e completa di società. Per questi motivi molti – anche persone che sono autenticamente e radicalmente avversi al sistema dominante – criticano il termine stesso “decrescita”, giudicandolo poso “spendibile” nell’agorà della politica.

Io invece mi domando se l’ampiezza delle possibilità che contiene il concetto di “decrescita” vada vissuta davvero come una debolezza, o non invece come una caratteristica che – tagliando con ogni forma di determinismo storico/filosofico – apre la via a forme inedite di contestazione, attivismo e sperimentazione?

Ha scritto sempre Latouche nella prefazione al libro di Mauro (Bonaiuti, La grande transizione. Il declino della civiltà industriale e la risposta della decrescita, Bollati Boringhieri, 2023): “non è possibile proporre un modello chiavi in mano di una società della decrescita, ma soltanto le grandi linee dei fondamentali di qualsiasi società non produttivistica sostenibile, nonché esempi concreti di programmi di transizione”.

Questa ampiezza di possibilità interpretative è, comunque, la ragione per cui si moltiplicano – del tutto legittimamente – le concettualizzazioni e le declinazioni operative dell’idea della decrescita,  nel generoso tentativo di sostenerla nel dibattito pubblico e incarnarla nel vivo dello scontro sociale e politico in corso in ogni angolo del mondo.

Sono moltissimi gli autori e le autrici che si richiamano alla decrescita, alla degrowth, al post-growth, al beyond growth. Esiste ormai una vasta letteratura internazionale sulla decrescita e un connesso corpo di studi (Degrowth Stady) ampio e controverso.

Hanno scritto gli studiosi della decrescita Hubert Buch-Hansen, Max Koch, Iana Nesterova (danese e svedesi) (Deep transformations. A theory of degrowth, Manchester University Press, 2024): “Il concetto di decrescita non ha una definizione o un significato unico che tutti i suoi sostenitori accettino allo stesso modo”.

Timothée Parrique (economista francese, autore di Rallentare o morire. Per un’economia della posta-crescita, Marsilio, 2025) in una ricerca di qualche anno fa catalogò ben 58 diverse definizioni di decrescita formulate dagli stessi sostenitori. Le definizioni cambiano a seconda del peso che gli autori attribuiscono ai diversi aspetti ecologici, economici, antropologici, spirituali, pratici, sociali, politici… di cui si compone il pensiero della decrescita. Concludendo scrisse che: «La decrescita è tante cose contemporaneamente: una strategia di transizione, ma anche un movimento, un mosaico di pratiche, una corrente di pensiero, una teoria critica e una ambito di studio».

Anche i sostenitori, infatti, quando sono chiamati ad esplicitare la nozione di decrescita, sono portati ad evidenziarne singoli aspetti (rischiando così di lasciarne in ombra altri), oppure la affiancano a filoni di pensiero già noti. Ad esempio, Jason Hickel pensa la decrescita come “una porta verso il socialismo”. Dal canto loro, gli economisti ecologici vedono la decrescita come un passaggio necessario verso lo “stato stazionario” (la fase di discesa a precipizio dell’ottovolante, secondo una vignetta di successo). I comunisti della decrescita la vedono come un modo per emendare il marxismo dal prometeismo. Le ecofemministe come un complemento alla critica di ogni struttura di dominio. Gli ecofilosofi come un coerente stato di uno spirito in armonia con la natura … e così via.

Collocata nel campo largo dell’ecologia sociale, la decrescita appare quindi per molti come una “aggettivazione” (per quanto qualificante) o un “attributo” (per quanto indispensabile) da affiancare a progetti di società già noti, che fanno già parte del bagaglio culturale e degli immaginari emancipativi del nostro tempo (questa è la posizione sostenuta in un articolo anche da Donatella Gasparro e Daniele Vico, Per una decrescita obliqua, 30 ottobre 2025). E questa mi sembra anche la proposta di Hickel: la decrescita come “un’idea [da portare e far agire] all’interno di movimenti organizzati attorno a vari altri programmi politici”. Piuttosto che come un movimento autonomo “politicamente coerente”.

Si tratta di una posizione molto vicina a quanto scrivevamo sui Quaderni un anno fa in vista del secondo incontro di Calambrone: “Gli obiettori della crescita, i decrescentisti, i degrowthers intendono dare vita storica al pensiero della decrescita, incarnarlo in soggetti attivi della trasformazione”. E ancora scrivevamo: “L’importante è capire se la chiave di lettura che offre la decrescita aiuta ad attivare le forze sociali diversamente dislocate, diversamente colpite dalla crisi, diversamente connotate per genere, condizione economica, riferimenti religiosi, regimi politici e così via. L’obiettivo è riuscire ad intrattenere relazioni, stringere collaborazioni e convergenze. Nella convinzione che sono le azioni conflittuali (individuali e collettive) che producono soggettivazione contraria a quella promossa dagli apparati di consenso del sistema capitalista”. (https://quadernidelladecrescita.it/2025/01/01/un-telaio-per-la-tessitura-delle-alternative-una-proposta-di-ricerca/)

Del resto, il pensiero della decrescita – ovviamente – non nasce dal nulla. Attinge ad una larga gamma di filoni di pensiero, di pratiche sociali e di attivismo politico incardinati sulla sostenibilità ecologia, sulla giustizia sociale, sulla democrazia sostanziale, sull’autorealizzazione di sé. La collana dei Precursori della decrescita ideata e curata da Serge Latouche sta a testimoniare e a rivendicare genealogie importanti. Potremmo quindi dire che la decrescita è un orizzonte che ricomprende diversi filoni critici dell’ecologia politica: la bioeconomia (Georgescu-Roegen), la critica alla tecnica e alla scienza (Jacque Ellul, Carolyn Merchant), la critica culturale allo sviluppo (Ivan Illich), l’ecologia politica marxista (André Gorz), il terzomondismo e il decolonialismo (Martinez Allier), e molti altri/e ancora.

La decrescita è uno dei rami del grande tronco dell’ecologia politica. Pertanto, io penso che non dovremmo stupirci e vivere negativamente l’emergere di articolazioni, deviazioni, ibridazioni… del concetto di decrescita. Essi sono processi necessari alla ricerca di una teoria sempre più convincente e di pratiche trasformative più efficaci.

Per avere un’idea della ampiezza e della articolazione del “pensiero ecologico” teniamo presente la Carta elaborata dal gruppo coordinato da Thomas Wagner, che abbiamo pubblicato anche sui Quaderni della decrescita (vedi: https://quadernidelladecrescita.it/2025/01/01/carta-del-pensiero-ecologico/).

Non suoni questo mio come un invito di maniera, ecumenico, ad un pluralismo buonista, eclettico. Le differenze che vi sono anche tra i sostenitori dell’idea di una società orientata alla decrescita sono motivate, nascono da differenti analisi sulle cause della crisi sistemica, “polycrise” (per usare il termine di Edgard Morin), in cui è precipitata la civiltà moderna occidentale. È quindi inevitabile che a diagnosi diverse corrispondano prognosi e terapie diverse.

Faccio delle esemplificazioni grossolane solo per farmi capire – mi perdonerete e sono sicuro che nessuno si riconoscerà all’interno di queste rozze correnti di pensiero della decrescita. È evidente che se pensiamo che la borghesia sia già un “cadavere in putrefazione” (e il capitalismo all’“ultimo rantolo” – come hanno scritto alcuni analisti antagonisti), il nostro compito sarà quello dei becchini (per rifarmi ad un famoso aforisma di Marx che assegnò alla classe operaia questo mestiere). Al contrario, se pensiamo che le opportunità tecnologiche dual use(civili e militari) siano ancora tali da poter attivare nuovi cicli di accumulazione ed espansione del capitale, il nostro compito sarà quello di organizzare la resistenza, la diserzione alla militarizzazione e la disconnessione dai dispositivi di sorveglianza (Disconnessi, è il bel titolo del quindicinale on-line di informazione indipendente e critica alla transizione digitale: https://disconnessi.info/).  Questo per dire che diverse valutazioni sulle origini, sui tempi, sugli impatti della crisi del sistema di dominio del capitalismo nord-atlantico [Giovanni Arrighi], o forse persino dell’intera civiltà occidentale [Emmanuel Todd], portano a proporre strategie diverse di resistenza e contrasto; diversi obiettivi, diverse tattiche di lotta, diverse scelte di alleanze.

Restano comunque punti comuni di partenza e validi principi ben definiti condivisi dai vari autori e dagli attivisti della decrescita: riconoscere e accettare i limiti biogeofisici e termodinamici del Sistema Terra; liberare la mente da ogni forma di eterodirezione, di dominio economico, non solo di quello esasperato del turbocapitalismo liberista, ma anche di quello radicato ancora più in profondità nella modernità occidentale, economicista, produttivista, progressista; agire attraverso un processo di consapevolezza e di convincimento personale, volontario, responsabile, democratico, non autoritario che esclude “governi dei sapienti” (Sofocrazia), “colonnelli verdi” (I colonnelli verdi. Fine della storia, Dario Paccino, 1972) così come qualsiasi ipotesi di ecotecnocrazia fondata sul tecno-ottimismo (un brutto esempio lo abbiamo avuto con il Green Deal Europeo).

Ci ricordava André Gorz: “Non ci sono altre soluzioni durevoli se non cercare che gli uomini trattino la natura con comprensione, con riguardo, con cura, liberamente, per convinzione.” (autore di Ecologia e libertà). Non è uno “stato etico” quello che vogliamo edificare, ma un comune sentire fondato sull’etica della condivisione delle responsabilità (interspecifiche, intergenerazionali, tra i generi, interculturali…)

Le differenze di posizioni all’interno dei sostenitori della decrescita, quindi, a me sembra, non stanno tanto nella visione di società desiderata ma nel come fare a realizzarla, con quali mezzi, con quali progetti politici. Il punto su cui dobbiamo dialetticamente confrontarci è su quale sia la strada migliore per giungere all’auto-convincimento, all’autoconsapevolezza, all’auto-determinazione e infine all’auto-organizzazione di comunità giuste e sostenibili. Ad ogni latitudine e ad ogni scala.

Alcuni/e di noi pensano che il sistema (dominato dall’imperativo della crescita economica) possa essere scardinato da movimenti orizzontali che, dal basso, in seno alla società civile, creano contropoteri e istituzioni autonome anti-economiciste (comunitarismo, municipalismo, commoning, mutualismo e così via). Sperimentando la democrazia diretta e l’auto-organizzazione nelle pratiche. Penso a Murray Bookchin, a Jhon Holloway, a Vincent Liuegey… e a tanti altri che vengono definiti eco-anarchici o anarchici/orizzontalisti.

Altri/e di noi pensano che serva anche verticalizzare le lotte (tra noi abbiamo il principale teorico, Onofrio Romano, La libertà verticale. Come affrontare il declino di un modello sociale, Molteni, 2013), frequentare e conquistare spazi istituzionali offerti dalle forme di democrazia rappresentativa delegata. A cominciare da quelli più prossimi ai territori. (Penso alle esperienze promosse da Maurizio Pallante). Ma la pressione, in alcuni campi (pensiamo al clima), deve arrivare alle istituzioni internazionali, attraverso advocacy e “contro-lobby”. Più in generale pensiamo anche all’affascinata proposta della Costituzione della Terra di Luigi Ferraioli. Penso anche che da noi dovremmo tenere presente le varie esperienze dei partiti Verdi, del M5S, fino alla Alleanza sinistra-verdi. Dai detrattori solitamente queste posizioni sono definite “filo stataliste”.

Altri/e di noi pensano che nulla si muoverà né dal basso né dall’alto se non anche da dentro. Senza l’innesco di un processo di introspezione morale, psicologico e spirituale a livello dei singoli individui. Penso all’ecologia profonda e alle filosofie mistiche orientali (Gloria Germani e Paolo Scroccaro hanno dato vita ad un nuovo blog così orientato). Penso soprattutto al lavoro che sta facendo il gruppo sul Reincanto dell’Associazione per la decrescita (ma di questo ci parlerà Dalma Domenichini).

Altri/e di noi pensano che l’obbiettivo da centrare su cui concentrare tutte le forze sia la lotta al “capitalismo fossile”, quindi la decarbonizzazione (Jason Moore, Andreas Malm, Come far saltare un oleodotto, Ponte delle grazie). Banalmente: Se il capitalismo non può fare  ameno dei combustibili fossili, allora se glieli togliamo il capitalismo muore. Più in generale, molti pensano che sia puntando sulla insostenibilità ecologica che va fatta leva per mobilitare l’opinione pubblica. (Penso ad Extinction Rebellion, a Nuova Generazione, Climate Camp e altri combattivi movimenti giovanili).

Altri/e di noi pensano che non ci sia proprio più nulla da fare, che non esista il freno di emergenza prospettato da Walter Benjamin per fermare il treno in corsa verso il baratro e che non ci rimanga che prepararci al dopo catastrofe, creando non rifugi antiatomici, ma monasteri del XXI secolo (parafrasando un bel libro di Maurizio Pallante).

Perdonatemi ancora una volta la rozzezza di questo elenco di approcci diversi alla decrescita, che mi serve solo per dire che ve ne sono molti, alcuni probabilmente discordanti, persino incomponibili, non giustapponibili meccanicamente, ma credo che sia importante (decisivo, almeno per la rivista dei Quaderni della decrescita) mantenere aperto uno spazio di dialogo non dottrinale e un confronto sulle esperienze reali. Non credo che sia possibile stabilire a tavolino, preventivamente quali approcci e quali azioni potrebbero essere i più giusti, i più efficaci, i più trasformativi. Per saperlo serve sottoporli umilmente al test della dura prassi, della sperimentazione, dell’azione. Usando uno slogan delle lotte ambientaliste possiamo dire che la decrescita è un piano, uno stato d’animo e un campo di battaglia. Dobbiamo guadagnare consensi. Determinare cambiamenti. Abbiamo fame di avanzamenti concreti!

Parrique ha scritto: “L’attivismo per la decrescita può assumere forme molto diverse nella società civile (partecipazione a campagne politiche, proteste, scioperi). Può assumere forme personali e sottili, ma comunque importanti, come adottare stili di vita e modi d’essere diversi, creare musica, poesia arte, e utilizzare approcci differenti nell’insegnamento. Nonostante l’attenzione sul sé nelle auto-trasformazioni, il percorso e gli atti di auto-trasformazione sono una pratica sociale. (…) In questo senso, l’autotrasformazione è una forma di attivismo per la decrescita”. Ma forse, non basta ancora. Forse aveva ragione Erik Fromm nel dire: “Un cambiamento nel cuore umano è possibile solo nella misura in cui si verificano drastici cambiamenti economici e sociali che danno al cuore umano la possibilità di cambiare e il coraggio e la visione per realizzarlo”. (cit. in Deep Transformations).

Viene prima la liberazione dalle costrizioni materiali o da quelle psicologiche che condizionano l’immaginario? Pesano di più le strutture socioeconomiche o le costruzioni ideologiche? Se riusciamo, da una parte, a recuperare Gramsci, da un’altra, ad adottare la critica ecofemminista, da un’altra ancora, ad fra nostro il pensiero sistemico oltre il pensiero dualistico binario, cartesiano (corpo/mente, natura/cultura, logos/pathos, secolare/spirituale, destino/volontà, individuo/società …) allora queste separazioni salterebbero o, quantomeno, potrebbero essere ricomposte in un quadro di insieme unitario, “olistico”.

Ha scritto Rodrigo Nunes (Né verticale né orizzontale. Una teoria dell’organizzazione politica, Alegre 2025): “per decenni, i dibattiti a sinistra hanno avuto la tendenza a fissare concetti contrapposti come orizzontalità e verticalità, differenza e unità, centralizzazione e decentramento, micropolitica e macropolitica come coppie disgiunte che si escludono a vicenda: o l’una o l’altra”. Ma forse, nella pratica, non sono ambiti d’azione così inconciliabili, se si hanno chiare le finalità. Gli obiettivi da raggiungere nel processo del cambiamento.

Il tema di fondo, quindi, a me sembra è quello di accettare e vivere positivamente anche dentro il nostro movimento il pluriversalismo, il molteplice, il multiforme, il poliedrico che predichiamo fuori per la società tutta. Dovremmo pensarci come facenti parte di un ecosistema aperto dove le diverse posizioni possono convivere e completarsi a vicenda, senza doversi per forza uniformare, conformarsi.