Discutere di decrescita – Le vie della decrescita: Un nuovo contributo

da | 23 Apr 2026

post-growth. post-crescita

Nel solco oramai tracciato del confronto sui vari modi di interpretare e proporre la decrescita si inserisce un nuovo articolo di Giorgos Kallis, pubblicato il 6 marzo 2026 su degrowth.info e tradotto per noi da Antonella Bortolato, con una revisione di Maria Elena Bertoli.

Buona Lettura.

Decrescita andata male?

Oggigiorno sembra che tutti pensino che la decrescita stia andando nella direzione sbagliata.

Serge Latouche e la rivista Decroissance [NdR.: qui la traduzione sul sito dell’Associazione per la Decrescita] lamentano il termine inglese “degrowth” e gli “studi accademici sulla decrescita”, che considerano una forma di economia restrittiva che tradisce la critica di Decroissance alla ragione economica. Alcuni in questo blog temono che la decrescita stia diventando troppo centralista e socialista, altri troppo prefigurativa e priva di reali pretese di potere.

E poi arriva Clive Spash a completare il quadro con una lunga lista di “cosa c’é ​​che non va nella decrescita“. La decrescita, sostiene Spash, sta diventando indistinguibile dall’ecosocialismo (grazie a Jason Hickel). La decrescita starebbe riproducendo una mentalità di crescita per il fatto che usa aggettivi come “fiorente”, “prospera” o “splendente” (Tim Jackson e Kate Raworth sono da biasimare per questo). La decrescita – sempre secondo Spash – sarebbe annacquata dalla sua affiliazione con la post-crescita (Jackson), l’economia della ciambella (Raworth) e lo stato stazionario (Tim Parrique, Dan O’Neill), approcci non abbastanza critici nei confronti del capitalismo e favorevoli alla crescita, seppur entro certi limiti. Nonostante la dura crosta della ciambella – o meglio, il limite – di questi approcci, Spash teme anche che la decrescita neghi l’esistenza di limiti, avvicinandosi ai negazionisti del cambiamento climatico (cosa che sarebbe avvenuta proprio a causa del sottoscritto).

Ora, anch’io ho la mia lunga lista di idee che vorrei che la decrescita non avesse tralasciato  (l’antiutilitarismo, l’economia del dono e soprattutto la “spesa improduttiva”dépense in francese) mentre ci siamo progressivamente orientati verso questioni urgenti di politica, strategia e “che cosa si deve fare” Ma vi risparmierò le mie lamentele e le terrò per un mio futuro articolo. Il punto che voglio sottolineare è che la decrescita non è mai andata “storta”, perché non c’è mai stato un momento in cui fosse “diritta”.

Fin dall’inizio, quando per la prima volta, insieme al gruppo di Barcellona, ​​mi sono imbattuto nella decrescita, alla prima conferenza di Parigi nel 2008, la decrescita si è configurata come un pot-pourri, nel senso positivo del termine. Idee diverse, diverse tradizioni epistemologiche e teoriche e predisposizioni politiche erano accomunate da un minimo comune denominatore: la critica all’imperativo della crescita infinita e la convinzione che esista un’alternativa. Su quale fosse esattamente il problema della crescita, quale fosse l’alternativa e come potesse realizzarsi, non c’era assolutamente accordo: se ne discuteva animatamente, e lo si fa tuttora. Ed è proprio questo che mi ha attratto di questa comunità: una forte convinzione, affiancata da un’apertura non dogmatica.

I nostri predecessori contraddittori

È facile oggi idealizzare il passato, come fa Spash, e sostenere che un tempo esistesse una versione pura della decrescita, che poi si sarebbe corrotta. Questo non è semplicemente vero. Spash indica in Georgescu-Roegen, André Gorz o Serge Latouche i fondamentali riferimenti  della decrescita, dai quali le generazioni successive si sarebbero allontanate. Molti dei problemi che Spash oggi riscontra nella decrescita, tuttavia, possono essere ricondotti a contraddizioni interne al pensiero di questi stessi pensatori.

Spash critica Hickel, Jackson o Raworth per aver “dipinto di verde” la crescita e per aver affermato che la crescita può essere positiva fino a un certo punto, ad esempio quando allevia la povertà. Ma Georgescu non sosteneva forse anche lui che “le nazioni sottosviluppate devono essere aiutate a raggiungere il più rapidamente possibile una vita buona (non lussuosa)”, un processo che, come sostengono Hickel e altri, produrrà crescita, anche se non si pone come obiettivo la crescita? Georgescu si spinse ancora oltre proponendo delle considerazioni generali sul “senso della vita umana…. breve, ma intensa, emozionante e prodiga, piuttosto che un’esistenza lunga, monotona e vegetativa” – dove per emozionante intendeva la vita del capitalismo fossile, mentre immaginava come noiosa la vita in un futuro di decrescita agraria a energia solare. Infine Spash deve dissentire anche da Georgescu quando, da economista qual era, collegava il valore al “flusso ancora misterioso del godimento della vita”, ovvero all’utilità.

Riguardo poi ad André Gorz, per quanto sia considerato un critico della tecnologia, tuttavia egli ha esaltato il potere dell’industria e della tecnologia moderne per il loro potere di liberare il tempo: per Gorz, convivialità significava infatti avere tempo libero a disposizione; mentre, ad esempio, un altro precursore della decrescita, Ivan Illich, si opponeva agli strumenti industriali a favore di  strumenti conviviali, cioè di strumenti (a bassa tecnologia) su cui gli esseri umani possono esercitare autonomamente il controllo.

Gorz fu effettivamente il primo a usare il termine decrescita in un dibattito pubblico sul rapporto I limiti della crescita. Ma la visione di Gorz sui limiti era molto più sfumata di quella del Club di Roma e di quella di Spash. Nel suo lavoro Ecologia politica: espertocrazia contro autolimitazione, Gorz si oppose all’idea che i tecnocrati definissero, misurassero e imponessero i limiti. Gorz auspicava che i limiti non fossero imposti ma scelti tramite decisioni collettive e democratiche su ciò che è sufficiente.

Questa eredità parallela del pensiero sulla decrescita in merito ai limiti che, a differenza di quanto afferma Spash, non ha nulla a che vedere con la “politica degli stili di vita”, è alla base del mio libro Limiti. A coloro che, come me, sono ambientalisti e che, dunque, per formazione, per istinto professionale e per ragioni di convenienza comunicativa, tendono a inquadrare i limiti come un confine “là fuori”, vorrei segnalare il rischio che questo modo di porre la questione finisca per alimentare lo spirito del capitalismo, generando, per reazione, il desiderio  di superare questi limiti – si pensi, ad esempio, ai folli piani dei miliardari di colonizzare lo spazio.

Il cambiamento climatico è ovviamente reale, ma non c’è motivo che lo rappresentiamo come un limite anziché come ciò che effettivamente è: un processo/risultato distruttivo. Il collasso climatico sta rovinando la vita dei più vulnerabili e precludendo il futuro ai giovani. Ogni decimale di aumento della temperatura è estremamente significativo: è un limite dentro il quale dovremmo collettivamente scegliere di rimanere. Non mi interessa se il cambiamento climatico rappresenti “un limite alla crescita”, mi interessa se possiamo limitare la crescita prima che sia troppo tardi. Inoltre, a differenza di Georgescu, credo che vivere all’interno di limiti possa essere molto più emozionante e divertente che stare in una crescita senza limiti.

E che dire allora di Serge Latouche, il primo grande divulgatore accademico della decrescita, grazie al quale molti di noi l’hanno scoperta? Spash ci dice, citando Pelizzoni, che Latouche, a differenza degli attuali sostenitori contemporanei della decrescita, aveva una definizione realista/biofisica di decrescita come un “fermare la crescita” e come una “riduzione del consumo di energia e risorse”. Ma non fu forse Latouche a definire la decrescita uno “slogan”, una sorta di parola-missile e un attacco ateo alla religione della crescita, piuttosto che un’inversione del processo di crescita? Non definì forse, in altre occasioni, la decrescita come una “società di abbondanza frugale” (attenzione: abbondanza è termine tipico della mentalità di crescita) o come una “matrice di alternative” in transizione verso una società autonoma e conviviale?

Fin dall’inizio abbiamo avuto critiche mainstream alla decrescita, che ci dicevano che essa era”sbagliata” perché si basava su definizioni plurime e discordanti. La nostra difesa si fondava proprio sulla forza di queste significazioni multiformi – in parte allineate, in parte in tensione – che abbiamo racchiuso in un vocabolario di voci di dizionario interconnesse, fedeli allo spirito di Latouche, per il quale la decrescita non può essere ridotta a una volgare e materialista “riduzione di x”.

Orchestrare la natura selvaggia

Latouche, col suo stile di scrittura tendente alle connessioni, riusciva a tenere unite interpretazioni contraddittorie su limiti, tecnologia e sviluppo, e diversi punti di accesso alla decrescita venivano da lui prospettati come congruenti. Gorz, Illich e Georgescu venivano presentati come parte di un’unica famiglia intellettuale. Le critiche culturali post-sviluppo all’occidentalizzazione venivano accostate a quelle di pensatori anticolonialisti favorevoli allo sviluppo socialista sovrano. Le critiche antropologiche all’ “invenzione dell’economia” venivano accompagnate da programmi economici di limitazione del reddito e di riduzione dell’orario di lavoro.

Si potrebbe dire che Latouche sia un ecologo politico “imbroglione” per eccellenza: realista in un’occasione, costruttivista in un’altra, antropologo in un contesto, economista in un altro. Può mettere in discussione il modo in cui l’economia colonizza il nostro immaginario, ma quando Onofrio Romano lo critica accusandolo di aver dimenticato le sue radici anti-utilitaristiche, Latouche liquida le riflessioni filosofiche di Romano come impraticabili e irrealizzabili. Latouche può criticare la ragione economicistica e poi rispondere ai giornalisti greci durante la crisi offrendo un consiglio esplicitamente economico, invitando la Grecia a uscire dall’eurozona e ad adottare valute locali. Latouche critica gli accademici della decrescita di aver ridotto la decrescita a semplice “economia della contrazione”, ma è stato lui per primo a definire la decrescita “un circolo virtuoso di contrazione silenziosa”. Potrà anche liquidare i modelli di decrescita definendoli “studi sulla decrescita”, ma fu lui a proporre un programma politico di decrescita, per poi lasciare noi che seguivamo  il suo lavoro, sotto l’attacco di critici feroci, nella difficile situazione di dover a elaborare modelli e di dover “dimostrare” che questo programma potesse funzionare.

Chiamo Latouche un imbroglione con bonaria ammirazione. È un modello che aspiro a emulare, seppure con un po’ più di modestia. La bellezza dei libri di Latouche, i migliori sulla decrescita mai scritti fino ad oggi, sta nel modo in cui catturano e orchestrano tutte le diverse idee e tradizioni che la decrescita è arrivata a incarnare, pre-figurando la comunità selvaggia e indomabile di studiosi di diverse discipline e con diversi punti di vista che si riunirono a Parigi nel 2008. Spash non c’era, ma Tim Jackson sì (insieme ad altri entusiasti dello stato stazionario come Peter Victor o l’allora dottorando Dan O’Neill) e andò su tutte le furie, come avrebbe poi raccontato in una nota a piè di pagina del suo libro, quando un francese lo interruppe dicendogli che non c’era posto per l’economia in una conferenza sulla decrescita. A suo merito, Tim rimase e ancora oggi fa parte di questa scomoda alleanza con persone che ritengono che il suo approccio sia sbagliato.

La comunità della decrescita è oggi una comunità eterogenea e plurale, con diverse posizioni epistemiche e politiche, che comprende tutti, dai sufficientisti e dai “riformatori immanenti” ai “pacifisti volontari”, dai socialisti modernisti agli anarchici pratici alternativi. Le femministe si sono unite con forza alla comunità poco dopo la conferenza di Lipsia (con la Feminist and Degrowth Alliance), mentre gli antimperialisti  sostenitori del disaccoppiamento hanno piantato la loro tenda all’ultima conferenza estiva di Oslo. Tutto va bene e secondo i piani – piani che in realtà non esistono.

Niente di sbagliato, continuate a camminare.

Il problema è che molti pensano che ci sia un problema, e il problema per loro è che la decrescita non sta andando nella direzione che preferiscono. Dovremmo proporre politiche che piacciano ai politici di sinistra e agli elettori di massa – no, aspetta, dovremmo stare fuori dalle stanze del potere ed essere il cambiamento che vogliamo vedere. Dovremmo fondare un partito politico e fare piani per prendere il potere – no, aspetta, dovremmo incitare a sabotare le infrastrutture dei combustibili fossili, occupare case e vivere in modo diverso nelle crepe. Dovremmo costruire modelli su come potrebbe svilupparsi uno scenario di decrescita e su quali interventi politici potrebbero favorirlo  no, aspetta, dovremmo decostruire il ragionamento economicistico e studiare etnograficamente le persone che già vivono in modo diverso.

E se, invece, ci rilassassimo tutti e apprezzassimo la pluralità di percorsi politici ed esplorativi aperti dalla decrescita? E se mettessimo da parte l’ego e vivessimo con i conflitti costruttivi generati dalla diversità? E se accettassimo il fatto che, come accade per il nostro acerrimo nemico, la crescita, esistono anche diverse teorie sulla decrescita e diverse proposte politiche per realizzarla?

Non si tratta di un’iniziativa a favore del “tutto è lecito” o di una strategia del “tutto quanto”, ma di un invito a lasciare che tutti i fiori sboccino: i più belli, i più adatti ai nostri tempi, quelli che articolano le differenze e forgiano alleanze con maggiore creatività, sopravvivranno. E se prendessimo a modello una rumorosa e litigiosa famiglia mediterranea che cena, litiga e non è d’accordo su tutto e su niente, prima di tornare a casa e amarsi (e odiarsi) a morte – ma rimanendo comunque una famiglia?

Non sottovaluto le critiche di Spash o di chiunque altro. Le critiche, se intese come critiche interne, sono benvenute a cena in famiglia. L’integrità di Spash e la sua posizione intransigente contro tutto ciò che sa di economia neoclassica o che fa rientrare la crescita dalla porta di servizio sono indiscutibili. Le sue critiche sollevano interrogativi che mi tengono sveglio a pranzo, quando il mio corpo implora una siesta: esistono percorsi alternativi/post-sviluppo non basati sulla crescita per i paesi non industrializzati o meno industrializzati? La crescita è positiva fino a un certo punto o è sempre stata un progetto distruttivo e colonizzatore? Come possiamo comunicare la decrescita senza riprodurre i luoghi comuni della crescita e come possiamo sovvertire tali luoghi comuni senza esserne cooptati? Cosa perdiamo o dimentichiamo quando cerchiamo di quantificare ed elaborare modelli di decrescita, o quando parliamo di post-crescita o di ecosocialismo invece che di decrescita? Dovremmo entrare nel Parlamento europeo o no?

È lo spirito della critica di Spash che contesto. C’è una strada facile, soprattutto per gli accademici e i progressisti di sinistra: andare a testa bassa contro tutti con il nostro partito intransigente, liquidando tutti gli altri come traditori. All’estremo opposto, possiamo essere accomodanti e stringere alleanze di facciata con tutti, diventando irrilevanti e venendo fagocitati. E poi c’è una via intermedia, in cui intessiamo con cura alleanze e programmi plurali e articolati con persone che la pensano come noi, ma non in modo identico, con le quali accettiamo il dissenso, pur sapendo che tale disaccordo è significativamente minore rispetto a quello con tutti gli altri.

La comunità della decrescita ha scelto questo sentiero intermedio. E dovrebbe rimanervi salda.

 

Photo Credit: Bàrbara Castro Urío