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«Nè la rivoluzione nè la riforma possono, in ultima istanza,
cambiare una società, senza che ci sia da raccontare una storia nuova e potente,
tanto persuasiva da bloccare i vecchi miti e trasformarsi nella storia preferita…
Se si vuole cambiare una società si deve narrare una storia alternativa».
IVAN ILLICH
Cura di te
I
«Il cancro è sicuramente una delle malattie più terribili che esistano. A seguito di una mutazione del codice genetico – il DNA – alcune cellule iniziano a crescere in maniera incontrollata. Un tessuto, o un organo, che fino a quel momento utilizzava le risorse disponibili in modo armonioso con tutto il resto dell’organismo, perde questo equilibrio. È come se le cellule anomale entrassero in competizione con le cellule normali, e il loro accrescimento incontrollato inizia ad andare a discapito delle cellule normali».
La sua voce era ferma, decisa senza essere tragica. Sapeva bene che ai ragazzi di quell’età si doveva parlare con autorevolezza, ma anche con amore. Certi argomenti dovevano essere affrontati con la massima delicatezza possibile. I volti attenti dei ragazzi che aveva di fronte le confermavano tuttavia che la direzione intrapresa era quella giusta. Costanza continuò: «Possiamo ritenerci fortunati da questo punto di vista. In più di venti anni ormai che siamo qui a Limite, non abbiamo mai avuto problemi di questo genere. Penso si possa dire che il nostro stile di vita e di alimentazione rende i nostri organismi più forti, ma giù in pianura, questi problemi un tempo erano molto diffusi, e probabilmente oggi lo sono ancora di più…»
I nuovi arrivati annuirono tristemente. Erano pochi quelli che avevano deciso di assistere alle lezioni dei ragazzi di Limite, ma – è questo era positivo – via via il loro numero aumentava. Forse a tutta prima non avevano ritenuto utile quell’esperienza: a che pro guardare come si insegnava agli adolescenti? Loro erano tutti adulti, potevano benissimo farne a meno. Però… evidentemente c’era un però. Eh sì, perché i primi che decisero comunque di assistere alle lezioni di Costanza e degli altri insegnanti, compresero subito che in quegli insegnamenti c’era molto di più di quello che appariva. E ne parlarono agli altri fuggitivi che, vuoi per fiducia, vuoi per semplice curiosità, iniziarono a far capolino nella stanza dove si tenevano gli incontri (quando si tenevano al chiuso, il che non era poi così frequente, soprattutto nella bella stagione quando quella che tutti chiamavano la Maestra principale, la Natura, reclamava perentoriamente lezioni all’aperto).
«La presenza dei nostri nuovi amici è un grande dono per noi – aveva continuato Costanza – perché possono portarci un punto di vista molto diverso dal nostro, e questo è sempre una grande ricchezza. Comunque ragazzi, non è di queste malattie che volevo parlarvi oggi, ma di una cosa assai diversa. Anche se in realtà è molto simile al cancro, per motivi che capirete presto. Dovete immaginare che in pianura, prima che i nostri nonni decidessero di venire quassù sull’altopiano, tutti usavano il denaro, che invece noi non usiamo… Ogni cosa di cui c’era bisogno, cibo, vestiti, tutto quanto, veniva scambiato assegnando un valore, che era misurato attraverso il denaro. Questo ve lo avranno già raccontato molte volte i vostri genitori e i vostri nonni, giusto?»
Un coro di “sì” si alzò nella stanza.
«Il denaro, dal nostro punto di vista beninteso – e Costanza guardò di sfuggita i fuggitivi – aveva un grosso problema: era fatto di un materiale che non si consumava. In realtà questa fu proprio la caratteristica che tutti apprezzarono, quando molti secoli or sono, si iniziò ad usare il denaro. Anzi, potremmo dire con certezza che fu il motivo principale della sua introduzione. Ora, il problema non è tanto la natura del materiale, ma il valore che il denaro rappresenta. Inizialmente queste due cose coincidevano, le monete erano fatte di metalli preziosi, soprattutto oro e argento, appunto perché non si deterioravano. In epoca moderna il denaro era fatto di carta, o addirittura erano soltanto numeri registrati da qualche parte. Qui il problema non è tanto il valore della carta in sè, ma il valore che quel pezzo di carta rappresenta agli occhi di tutti. Diciamo che, per come è stato pensato, il denaro mantiene invariato il suo valore nel tempo, o addirittura lo aumenta, ma non lo diminuisce mai».
«Ma allora – chiese una ragazzina coi capelli rossicci – Perchè dici che questo era un problema?»
«Perchè se si scambia il denaro con prodotti deperibili, per esempio il cibo, questo significa che il denaro conferisce a chi lo possiede un potere enorme. Egli può imporre a chi vende, che so… pomodori, il prezzo che vuole, perché se il venditore non accetta… il compratore può semplicemente aspettare. Quando i pomodori rischiano di andare a male, pur di non perdere tutto, il venditore accetterà anche un prezzo più basso. Il compratore in questo modo ha sempre il controllo della situazione. E il suo potere dura nel tempo…
Il sistema che si basa sul potere del denaro viene chiamato capitalismo. Nel capitalismo lo scopo principale non è soddisfare i bisogni reali delle persone, ma semplicemente guadagnare sempre più denaro. Ecco ragazzi, in questo il capitalismo può essere paragonato al cancro…»
«Ho capito! – tuonò un ragazzino dal fondo della stanza – Grazie al denaro si possono accumulare tante cose che servirebbero agli altri, un po’ come le cellule che crescono senza fermarsi mai e che tolgono spazio alle cellule normali…»
«Esatto! Hai capito esattamente quello che volevo dire. In natura ci sono diversi esempi di organismi che infettano, si moltiplicano e alla fine producono la morte di chi li ha ospitati. Il capitalismo può essere visto come un virus di questo tipo, perché attraverso il profitto consente l’accumulo illimitato. Il che significa che ognuno vuole sempre avere più degli altri, e quando ci riesce… significa che qualcun altro ha meno, al punto che spesso non riesce nemmeno a soddisfare i bisogni essenziali. Inoltre chi stampa il denaro lo fa secondo le sue regole, che le persone comuni non possono modificare, anzi, che spesso non riescono nemmeno a comprendere! Denaro e proprietà privata vanno a braccetto. Per questo i nostri genitori e i nostri nonni quando decisero di venire quassù sull’altopiano, rifletterono a lungo: si poteva fare a meno del denaro e di buona parte della proprietà privata? Ritennero che almeno avrebbero potuto tentare e… eccoci qua!»
I ragazzi seguivano con attenzione, e non senza soddisfazione. Costanza continuò: «Adesso parliamo invece di un’altra specie di organismi esistenti in natura: i parassiti. Anche questi infettano un “ospite”, ma non producono effetti così devastanti da portarlo alla morte. Sanno che se facessero così, anche loro non potrebbero più vivere, perciò… si limitano, diciamo così. Sfruttano il loro ospite traendo da esso sostanze nutritive, ma senza esagerare. Ci sono un sacco di parassiti in natura, sia nel regno animale che in quello vegetale, anche se questi ultimi sono più rari. Però uno dovreste conoscerlo… è una pianta che ha molte proprietà curative, dovreste averne sentito parlare spesso…»
«Mmmm… il vischio?» azzardò un ragazzino paffutello in prima fila.
«Esatto! Bravissimo. E perché possiamo definirlo un parassita?»
«Forse perché… cresce sulle altre piante, cioè, non mette radici nel terreno»
«Proprio così… gli uccelli che mangiano le bacche di vischio depositano i semi assieme ai propri escrementi, e questi si sviluppano tra le spaccature della corteccia di alberi più grandi e crescono senza mai toccare la terra. Le loro piccole radici succhiano direttamente il nutrimento dalla pianta che li ospita».
«Se i virus e il cancro sono simili al capitalismo, i parassiti cosa sono?» chiese la ragazzina dai capelli rossi.
«C’è stato un periodo, non molto tempo fa, in cui già si cominciava ad intuire che il capitalismo non poteva durare in eterno – continuò Costanza – Voglio dire, per guadagnare sempre più si deve produrre sempre più, quindi consumare sempre più, quindi produrre sempre più rifiuti… il pianeta Terra però non è infinito, giusto? La crescita infinita che per tanto tempo è stata considerata come l’ingrediente indispensabile del sistema economico, non solo non lo è, ma non è nemmeno possibile. Sarebbe come se invece delle quattro stagioni avessimo soltanto primavera ed estate. Ve lo immaginate un albero che non perde mai le foglie e che ogni anno ne mette di nuove? Finiremmo per soffocare tutti!»
I ragazzi risero di gusto.
«Insomma, per farla breve, ci furono alcuni che cominciarono a riflettere sugli impatti che il capitalismo aveva sul nostro pianeta, e ritennero di dover essere più attenti. Così inventarono una nuova parola: sviluppo sostenibile».
«È il nostro parassita per caso?» disse una voce dalle retrovie.
«Indovinato… il parassita è proprio lui»
«Ma… se è sostenibile vuol dire che va bene, o no?»
«Sostenibile è soltanto la parola che hanno scelto per chiamarlo. In realtà è stata solo una mossa molto abile per continuare il modello capitalista. Non si mise in discussione quel modello, si decise solamente di destinare parte degli enormi profitti ad azioni riparatorie, per così dire. Quindi, per esempio, una grande industria che inquinava molto, poteva continuare a farlo a patto di devolvere una parte (una piccola parte in realtà) dei suoi guadagni per qualche progetto di ricerca, o di cura dell’ambiente o cose del genere. I prodotti più rispettosi dell’ambiente, chiamati prodotti ecologici, divennero solo un’altra scelta di mercato. Mercato che con i suoi meccanismi perversi nessuno si sognava comunque di mettere in discussione. Nacquero anche nuove professioni e nuovi esperti: efficientamento energetico, produzione di energie da fonti rinnovabili, recupero di materiali riciclabili dai rifiuti… in tanti insegnavano queste cose. In pochi, troppo pochi, insegnavano a consumare meno, a produrre meno rifiuti, a rinunciare al superfluo. E sapete perché? Prendiamo i rifiuti ad esempio.
Se trovo il modo di recuperare un rifiuto ed estrarre da esso un materiale riciclabile, in pratica creo un nuovo lavoro. Creo nuovi posti di lavoro, faccio circolare più denaro, insomma faccio crescere il mercato. Risolvo un problema? Certo che sì: riduco la quantità di rifiuti da smaltire. Ma quanti nuovi problemi creo? E soprattutto: se questo nuovo settore si sviluppa ed arriva ad occupare tanti lavoratori… questi per sopravvivere avranno bisogni di avere sempre tanti rifiuti da riciclare. In queste condizioni chi cercherà mai di ridurre la produzione di quei rifiuti? Nessuno, ovviamente. E invece questa sarebbe la cosa da fare: ridurre i consumi eliminando il superfluo. Così si ridurrebbe la quantità di rifiuti prodotti, in una parola… si ridurrebbe il mercato.
Ecco perché queste attività si possono paragonare ai parassiti. Sono attività che tutelano l’ambiente, ma per farlo hanno bisogno comunque del regime capitalista».
Una mano si alzò.
«Gaia, dimmi. Cosa volevi chiedere?»
«Ma oltre a questi parassiti ed ai virus di prima c’è anche qualcos’altro giusto? Noi non usiamo denaro quindi non siamo nè virus nè parassiti!»
«Certo che no! E infatti in natura esiste un’altra cosa, chiamata simbiosi. È quando due o più organismi di specie diversa vivono a stretto contatto, ognuno traendo vantaggio dalla presenza dell’altro. Non si sfruttano a vicenda, non competono tra loro per sopraffare l’altro: vivono in armonia! Se il cancro è simile al capitalismo ed i parassiti sono simili allo sviluppo sostenibile, la simbiosi è qualcosa che potremmo chiamare società della cura. Un ambiente dove ognuno si prende cura del tutto, perché comprende di non essere separato dal tutto».
«Costanza, ma… cura mi fa venire in mente che c’è una malattia…»
«Sì, hai ragione. Ma anche questo è un modo di vedere le cose che dipende dalla logica di mercato, cioè dal capitalismo. Aspettiamo che arrivi una malattia, così poi qualche esperto di turno ci prescriverà una cura, che spesso consiste nel comprare dei prodotti pensati specificatamente per quello scopo: farmaci che sono prodotti da aziende che spesso fanno profitti enormi. Ma non è l’unico modo di fare! Si racconta che, secoli fa, nella Cina rurale, i medici erano tenuti a ricevere i propri pazienti almeno due volte l’anno nel loro studio. I pazienti stavano bene, ma si recavano ugualmente dal medico che li consigliava riguardo allo stile di vita, all’alimentazione, alle abitudini. In una parola, cercava di prevenire l’insorgere delle malattie. Per queste visite, il medico veniva pagato dallo stato. Se però qualcuno si ammalava, allora era il medico che doveva andare a visitarlo a casa, spesso facendo a piedi percorsi molto lunghi per raggiungere villaggi isolati, un po’ come il nostro, e per questa visita il medico non veniva pagato! Qualcuno sa dirmi perchè?»
Un’altra mano coraggiosa si altò velocemente: «Perché non era riuscito a prevenire la malattia!»
«Esatto! Non aveva fatto bene il suo lavoro. Cioè il medico guadagnava di più (e lavorava di meno…) se la gente stava bene. Lavorava di più (e guadagnava di meno…) se la gente stava male. Nel regime capitalista invece è esattamente il contrario: più la gente sta male, più il medico lavora, più farmaci vende, più le industrie guadagnano (spesso dando anche una percentuale agli stessi medici). In questo modo chi ha interesse a che le persone non si ammalino? Nessuno! Capite ora? Quella che chiamiamo società della cura può essere vista come un luogo dove si fa prevenzione, non solo per le malattie fisiche, ma anche per tutti i problemi che possono sorgere tra le persone. Ci si prende cura del tutto prima che sorgano i problemi, anzi, proprio per evitare che sorgano!»
II
«Però…» il ragazzino paffutello in prima fila, con il suo sguardo tagliente mostrava chiaramente che c’era qualcosa che non gli andava a genio. Costanza, che lo conosceva bene, forse già presentiva che avrebbe voluto puntualizzare qualcosa, così gli sorrise spronandolo a proseguire.
«Però il medico cinese della tua storia veniva comunque pagato! Giusto?»
«È giusto Cecco, sei stato molto attento. La storia risale a molto tempo fa, quindi parliamo di un periodo in cui il denaro veniva usato ovunque. Ve l’ho raccontata per farvi capire che non si dovrebbero sfruttare i problemi degli altri per produrre un vantaggio per noi, e questo indipendentemente che si usi o meno il denaro. Diciamo che la tentazione di farlo… è più forte quando si usa il denaro, ecco. Ma certamente anche il sistema cinese di quella storia non è poi così perfetto. Su questo Cecco hai ragione. E mi hai fatto venire in mente un’altro esempio, tratto dagli insegnamenti di un personaggio che al tempo fece molto parlare di sè. In questo caso siamo in Europa. Lui raccontava questo: immaginate un calzolaio che lavora artigianalmente, non è difficile, è esattamente quello che facciamo anche noi qui a Limite. Diciamo che per fare un paio di scarpe impiega cinque giorni. Il calzolaio si ammala ed è costretto a restare a letto per un po’. Se viene aiutato da un medico che non è molto bravo, diciamo che guarisce dopo 15 giorni. Se invece viene aiutato da un medico molto bravo, riesce a guarire in 5 giorni soltanto. Quindi torna al lavoro prima. La domanda è: chi ha prodotto le due paia di scarpe che il calzolaio ha fatto quando è tornato al lavoro? Lui o il medico?»
I ragazzi ammutolirono per un attimo. «Bene… – riflettè tra sè Costanza – Significa che stanno ragionando…»
«Le scarpe le ha fatte il calzolaio in effetti…» azzardò Cecco.
«Sì, certo – lo apostrofò Gaia – Ma se il medico non fosse stato un bravo medico, se non lo avesse curato bene, lui sarebbe stato malato più a lungo. Siccome è guarito prima grazie alle cure del bravo medico… è come se le scarpe le avesse fatte il medico! O no?» Subito si alzò un coro alquanto scomposto: alcuni davano ragione a Cecco, altri a Gaia. Costanza li lasciò fare per un pochino, poi fece cenno di tacere.
«In realtà avete ragione tutti e due ragazzi – disse – Il punto non è questo. Il punto è che quando si usa il denaro per misurare tutto, si creano molti più problemi di quelli che si risolvono. Quanto dovrebbe chiedere il medico in questo caso per le sue cure? E se invece di curare un calzolaio curasse un muratore che costruisce una casa, che vale molto di più di un paio di scarpe? Che dovrebbe fare in quel caso? Chiedere più denaro perché guarendo prima il muratore potrà guadagnare di più del calzolaio? Ma prima ancora di tutto questo: chi e quanto dovrebbe pagare per far studiare quell’uomo affinchè diventi un bravo medico? Vedete quanti problemi crea il denaro? Qui a Limite, dovrebbe essere chiaro per tutti, non abbiamo di questi problemi. Gli insegnanti non vengono pagati, tantomeno le scarpe, né le cure che riceviamo quando stiamo male. Tutti danno una mano donando quello che sanno fare a tutta la comunità. In pianura era diverso quando tutto doveva essere comprato con il denaro. Allora un medico, come quello del nostro esempio, doveva per forza farsi pagare dal calzolaio per le sue cure. Ma anche il calzolaio si sarebbe fatto pagare se avesse fatto un paio di scarpe al medico (o a chiunque altro)! E lo stesso per l’insegnante, e così via. Vorreste vivere in un mondo così? Vi ricordate la storia del mulino e di Quinto vero? (i ragazzi annuirono) Questo è ciò che si può definire simbiosi! Nessuno vuole sfruttare gli altri, come fanno i virus o i parassiti, ma tutti insieme cerchiamo di aiutarci gli uni gli altri. Nessuno chiede niente in cambio per quello che fa, ma ognuno di noi sa che quando ha bisogno, c’è sicuramente qualcuno che può aiutarlo. Questa è una ricchezza molto più grande di quella del denaro. Vediamo se indovinate il motivo…»
Questa volta ci volle più tempo perché qualcuno rispondesse. Stavolta fu Gaddo, uno spilungone che stava appoggiato alla parete, che disse: «E se il denaro andasse smarrito?»
«Giusto! – disse Costanza – Oppure anche qualcosa di peggio: potrebbe essere… rubato! È una cosa che succedeva spesso giù in pianura ai tempi dei nostri nonni. Se potete far affidamento sulle persone del vostro villaggio, chi mai potrà portarvi via questa sicurezza? Se riponete tutta la vostra sicurezza nel denaro… vivrete sempre nella paura che qualcuno possa portarvelo via».
A quelle parole Ruggero si fece coraggio e chiese: «Scusa Costanza… posso fare una domanda?» era commovente vedere quell’uomo, grande e grosso, timoroso di interrompere la lezione, quasi fosse anche lui uno dei ragazzini a cui Costanza si rivolgeva!
«Ma certo che puoi! Ci fa molto piacere che anche voi interveniate. Dimmi…»
«Quindi, se ho capito bene, quando io ho un problema…» non potè continuare perchè un boato di risate sommerse la sua voce.
«Ma come parli? – lo apostrofò qualcuno dei ragazzi – Non si dice così!»
Ruggero si gelò e non fu capace di aggiungere nulla. Costanza vide che era a disagio e si affrettò ad intervenire: «Non ti devi sentire amareggiato Ruggero, lo sai come son fatti i ragazzi, dicono sempre tutto in modo diretto…»
«Sì, ma… non capisco, che ho detto?» lo sgomento di Ruggero non accennava a diminuire, e nemmeno le risatine degli altri.
«Ragazzi fate silenzio! – disse Costanza alzando il tono per sovrastare il vociare dei ragazzi che, comunque, non tardò a spegnersi – Il fatto che i nostri amici che vengono dalla pianura parlino in modo un tantino diverso da noi non deve essere ridicolizzato, anzi, è un’opportunità per tutti di imparare qualcosa di nuovo. Voi ragazzi potete imparare quanto sia delicato e vulnerabile il valore delle cose che stiamo costruendo qui a Limite, e quanto sia importante proteggerlo! E i nostri nuovi amici… beh, potranno imparare come usare meglio le parole, no? Chi è che vuole aiutare Ruggero a capire? Gaia?»
La ragazzina annuì non senza difficoltà: «Ruggero ti chiedo scusa… non avremmo dovuto ridere così». Questo, anche se Ruggero non lo seppe mai, era uno degli altri insegnamenti di Costanza. Diceva sempre che quando c’è un fraintendimento è bene sempre cominciare chiedendo scusa: tanto per chiarire la buona fede e la volontà di superare l’intoppo.
«Quello che ci ha fatto ridere… ecco, è che tu hai detto io ho un problema. Devi sapere che qui a Limite Costanza ci ha insegnato che i problemi non sono mai solo di qualcuno, sono di tutti. Quindi noi diciamo sempre abbiamo un problema, e non usiamo mai il singolare… Lo so, ti sembrerà buffo, ma…»
«No – interruppe Ruggero sinceramente colpito – No Gaia, hai ragione tu! Non è buffo… il buffo forse, per noi, è che dei ragazzini come voi siano molto più intelligenti di noi adulti! Ma… insomma, impareremo. Se ci date una mano…»
Risero di nuovo, questa volta molto più serenamente, e tutti insieme.
***
Ci vediamo a Limite, tra due mesi, con il prossimo racconto.
Non mancare!


