Il prezzo coincide con il valore?

da | 25 Mag 2026

Un contributo di Massimiliano Pera del circolo di Lucca.


Il prezzo coincide con il valore?

Per una critica del valore delle merci

Chi, come noi, si è spesso cimentato nell’autoproduzione delle più svariate tipologie di beni di consumo, almeno una volta nella vita si sarà chiesto: come mai una merce prodotta in serie in un’industria, magari d’oltreoceano, può avere un prezzo inferiore rispetto a una qualsiasi produzione locale realizzata in casa nostra?

È vero che non si può fare tutto all’interno delle mura domestiche, ma con un pezzetto di terra, un buon ripostiglio, qualche pentola, un frigorifero, buona volontà e spirito di adattamento si può fare molto; oserei dire quasi tutto: dalle classiche conserve ai succhi, dalle creme cosmetiche ai saponi artigianali, passando per shampoo, dentifrici, pane, pizze, biscotti, yogurt, kefir, tofu, seitan e numerosi fermentati vegetali.

Basta consultare gli archivi delle pagine web più note per trovare tutto ciò di cui si ha bisogno, oppure partecipare a qualche corso di autoproduzione in presenza, sempre più frequente negli ambienti vicini alla decrescita economica. Si tratta sicuramente di iniziative sporadiche, ma con una potenzialità tale da mantenere viva l’attenzione anche presso una platea più ampia: quella di un pubblico che sente sempre più la necessità di adottare uno stile di vita sobrio e di qualità, nonostante un mercato guidato dall’imperativo del profitto a ogni costo.

Cercherò quindi di sollevare questo velo di ipocrisia che sta alla base di un grande fraintendimento sociale, originato dall’ambiguità insita nella merce stessa: la sua doppia natura. Da un lato, infatti, la merce è un bene utile; dall’altro, diventa un mezzo di scambio attraverso il denaro. Questa duplice valenza costituisce il motore dell’intero sistema economico.

Per comprendere tale dinamica è necessario avere ben presente il fondamento su cui si regge lo scambio capitalistico: il profitto generato attraverso le merci. Solo così si può capire la particolare forma di potere economico che finisce per creare una sorta di dittatura velata.

Spingendosi oltre, attraverso un lavoro utile volto a soddisfare i bisogni comuni delle persone senza essere completamente assoggettati al sistema economico dominante, si potrebbe immaginare di sostituire parte delle merci del supermercato con produzioni domestiche, magari ripensando una dimensione mutualistica insieme ad altri produttori. In questo modo sarebbe possibile emanciparsi, almeno in parte, dagli scambi convenzionali.

Uno scenario simile è già stato sperimentato attraverso le numerose esperienze dei gruppi di acquisto solidale, diffusi capillarmente nei territori: collettivi auto-organizzati dal basso con l’intento di acquistare prodotti di qualità superando la tradizionale distinzione tra produttore e consumatore e aggirando la grande distribuzione.

Al netto delle economie circolari già esistenti, che prevedono il riciclo e il riuso degli oggetti dismessi — pratiche adottate anche dagli enti pubblici — nessuno può sostenere che l’industria, così come è stata concepita, sia necessariamente superiore o centrale, in termini qualitativi, rispetto a tutta una serie di produzioni che potrebbero essere realizzate localmente, all’interno di un’economia domestica.

D’altronde, il termine “economia” deriva proprio dal greco oikos, che significa “casa”. Da qui nasce la pretesa — ma anche la sfida — di riprodurre la qualità dal basso, mettendo in crisi un sistema fondato invece sulla quantità delle merci.

Insomma, più un’unità produttiva è distante dal proprio bacino di consumo, più sarebbe necessario organizzarsi in una direzione opposta rispetto al dispositivo del libero mercato. I costi aggiuntivi legati al trasporto, agli imballaggi e alla stessa produzione industriale comportano infatti un bilancio energetico fortemente sfavorevole dal punto di vista della sostenibilità ambientale, superando spesso le capacità della biosfera di rigenerarsi e di mantenere intatti i propri cicli naturali, come quello della fotosintesi clorofilliana. Come ha spiegato più volte lo scrittore Maurizio Pallante, questo squilibrio energetico non intacca però la convenienza apparente dei prezzi presenti sugli scaffali dei supermercati, prezzi che finiscono spesso per mettere fuori mercato le produzioni locali, relegandole a bacini di utenza sempre più ristretti e di nicchia.

L’esempio più evidente è forse quello dell’olio d’oliva. La produzione locale di olio potrebbe essere considerata uno degli ultimi baluardi di una forma di autoproduzione popolare ancora sopravvissuta in alcune zone d’Italia, a partire dalla Toscana. Chiunque abbia raccolto olive almeno una volta nella vita conosce bene i costi impliciti dell’olivicoltura, sia in termini di ore di lavoro necessarie, sia in termini di spese materiali, soprattutto nelle raccolte effettuate in collina.

I numeri parlano chiaro: cinque euro per un litro di olio sugli scaffali del supermercato contro i diciotto euro richiesti da molti frantoi locali. Questa enorme forbice di prezzo riflette una contraddizione profonda, che riguarda anche il bilancio energetico negativo dell’intera filiera alimentare. Si produce valore, ma questo valore si trasforma nel paradosso — ormai dato quasi per scontato — della separazione tra il prezzo e il reale valore di una merce.

Tutto questo discorso meriterebbe un’analisi più approfondita, a partire dai concetti fondamentali dell’economia moderna e dalla critica della valorizzazione delle merci all’interno della struttura capitalistica. Cerchiamo allora di partire da alcuni concetti di base per provare a sciogliere questi paradossi.

La funzione primaria dell’economia consiste nell’utilizzo delle risorse naturali per trasformarle in beni fruibili destinati al soddisfacimento dei bisogni umani. Con l’avvento del capitalismo, però, l’economia ha assunto un ruolo sempre più centrale nella vita sociale, attraverso l’introduzione di un rapporto stretto tra tempo di produzione e prodotto finale, forzando di fatto l’estrazione di valore dalle risorse naturali.

Questa economia del tempo, subordinata alla produzione, ha determinato la nascita di valori astratti capaci di rappresentare l’energia umana impiegata nella realizzazione di beni concreti.

A questo punto, se accettiamo questa impostazione teorica, non possiamo che passare al quesito successivo: la tecnologia rappresenta davvero un valore aggiunto?

Oppure la tecnologia può sostituire il valore del lavoro umano?

Se rispondiamo a questa domanda mantenendo il discorso all’interno della logica del capitale, si può affermare che il lavoro vivo — cioè la forza lavoro umana — sia ciò che crea valore. Ogni tecnologia impiegata nella produzione garantisce certamente un vantaggio temporaneo rispetto al lavoro umano, ma questo vantaggio tende a dissolversi nel momento in cui anche i concorrenti adottano la stessa tecnologia, o una ancora più avanzata, nel tentativo di superarsi reciprocamente e produrre quantità sempre maggiori di merci.

Ecco dunque la contraddizione fondamentale: l’esigenza di produrre sempre più merci è strettamente legata alla progressiva perdita di valore del tempo di lavoro umano necessario per produrre ogni singola merce.

Questa rappresenta la contraddizione principale del sistema. Nella sua dinamica quasi suicidaria, esso è capace non solo di espellere forza lavoro, ma anche di ridurre progressivamente il numero di consumatori funzionali agli stessi obiettivi macroeconomici del capitale. È, metaforicamente, come tagliare il ramo dell’albero su cui si è seduti.

L’obiezione più comune rivolta a questa tesi sostiene invece che non esista una differenza sostanziale tra il valore prodotto dal lavoro umano e quello generato dalle macchine. Secondo questa prospettiva, le leggi di compensazione economica permetterebbero di bilanciare la perdita di valore della forza lavoro attraverso l’aumento della produttività tecnologica. L’ingegneria meccanica e quella finanziaria rappresenterebbero quindi gli strumenti attraverso cui l’innovazione tecnologica riesce progressivamente a sostituire il lavoro umano.

Parallelamente, i mercati finanziari operano sempre più sulla base di aspettative di guadagno futuro legate a determinati settori industriali. Un caso emblematico è rappresentato dalla bolla speculativa che si sta formando attorno alle recenti politiche dell’Unione Europea relative al piano “ReArm Europe”. Capitali e quote di capitale — cioè azioni finanziarie — vengono movimentati per alimentare aspettative di investimento concreto, in questo caso nel settore bellico.

È l’astrazione finanziaria che si trasforma in realtà materiale.

Secondo la critica del valore, invece, più una merce — materiale o immateriale che sia — si allontana dai bisogni reali per cui era stata originariamente prodotta, cioè il soddisfacimento del fabbisogno umano, più il sistema si avvicina alla crisi: un possibile crollo improvviso dell’intera impalcatura costruita attorno al profitto.

Il sistema capitalistico appare quindi come una macchina destinata solo a produrre denaro. Deve esserci sempre un margine di guadagno: si investe 100 per ottenere 110, da reinvestire nuovamente in un ciclo continuo di accumulazione. I bilanci economici devono necessariamente chiudersi in positivo e non possono contemplare perdite strutturali. Questa logica, in misura diversa, coinvolge persino molte realtà no profit, che restano comunque obbligate a sostenersi economicamente all’interno del mercato. Di conseguenza, ogni ente è spinto a generare entrate, a restare competitivo e, se necessario, a espellere forza lavoro pur di mantenere la propria posizione.

Ma proprio quella forza lavoro espulsa era la stessa che, nelle fasi precedenti dello sviluppo capitalistico, aveva prodotto il valore su cui il sistema si era fondato. Da qui deriva la progressiva svalorizzazione del lavoro e della merce stessa, in una spirale discendente che trascina con sé l’intera struttura socioeconomica.

Gli ultimi orpelli ai quali il sistema si aggrappa sembrano assumere la forma di un vero e proprio culto della crescita e dello sviluppo, fondato sulla progressiva spersonalizzazione dell’essere umano rispetto all’organizzazione sociale. György Lukács definì tutto questo come “feticismo della merce”: una condizione nella quale i movimenti delle merci e dei capitali finiscono per sovrastare il libero arbitrio delle coscienze umane, compreso quello degli stessi imprenditori. Tutto viene così ridotto a una sorta di chimera incomprensibile per le logiche umane comuni, ma apparentemente decifrabile per i nuovi sacerdoti dell’economia: gli economisti, all’interno delle loro moderne cattedrali, le banche. Questa è, di fatto, la nuova religione non dichiarata alla quale aderisce, consapevolmente o meno, chiunque percepisca un reddito.

Una religione involuta, fondata sull’adorazione del feticcio della merce. Oppure, come scrive Kohei Saito, un culto associato a una sorta di moderna remissione dei peccati, simile a quella praticata ai tempi delle indulgenze cristiane. Più si acquista una merce, più ci si sente riscattati dalle proprie imperfezioni umane attraverso la stessa catena di produzione del valore che coinvolge l’operaio, il commerciante e il consumatore. In questa logica distorta, chi possiede più denaro viene percepito automaticamente come “migliore”, indipendentemente da come lo realizza. Al contrario, chi è povero appare implicitamente “meno virtuoso”, poiché incapace di alimentare questo circolo apparentemente “virtuoso” delle merci.

Il sistema, così, procede quasi automaticamente, deresponsabilizzando progressivamente l’intero corpo sociale, dall’alto verso il basso. Tutti siamo coinvolti, in misura diversa, in una riproduzione permanente del capitale finalizzata alla creazione continua di valore astratto. Più costosa è la merce, più sembra avvicinarsi simbolicamente a una promessa di redenzione.

È un culto che, proprio come molte religioni involute del passato, continua a richiedere sacrifici: umani, animali e ambientali. A questo punto possiamo domandarci: il prezzo di una merce corrisponde al suo valore? Lo sforzo con il quale viene prodotta, sia in termini di forza lavoro che in termini del consumo delle risorse naturali equivale al valore della merce? O siamo di fronte semplicemente all’interno di un processo economico che equivale ad un soggetto automatico che và al di là della dimensione umana ed ambientale? Dal punto di vista ecologico l’energia umana (cioè la forza lavoro) dovrebbe essere considerata alla stessa stregua delle energie rinnovabili, perché rappresenta anch’essa una forma di energia rinnovabile, al pari di quella animale e vegetale. Un valore prezioso da reinserire al centro del discorso economico, sia per la sua dimensione sociale sia per quella ambientale. Abbiamo constatato più volte come il capitalismo invece non rispetti i limiti di rigenerazione delle energie rinnovabili e delle risorse rinnovabili. Per questo la risposta potrebbe essere il recupero del lavoro umano, ma scorporato dal culto del lavoro stesso. Vale a dire: riconoscere che l’energia umana possiede un valore intrinseco, indipendentemente dall’ausilio di particolari tecnologie.

Se ci limitiamo a denunciare le contraddizioni del sistema economico di cui noi stessi ne facciamo parte, rischiamo di cadere nella medesima contraddizione ventilata spesso dagli imprenditori, cioè quella di sputare nel piatto in cui mangiamo. Effettivamente se il nostro sguardo rimane alla superficie del discorso, non possiamo andare oltre alla critica senza fare quel passo in avanti che và nella direzione di capire profondamente questo sistema economico, per capirlo bisogna effettuare un saggio interno e osservare la sua dinamica interna fondata sulla crisi permanente, una dinamica naturalizzata con la retorica della crescita economica , poiché ha bisogno di rendere il futuro incerto, sempre più incerto, per naturalizzare le gerarchie sociali e consolidare rapporti di dipendenza.

Ormai i cortocircuiti utilizzati per produrre crisi artificiali appaiono evidenti. Questi cortocircuiti non sono nient’altro che l’emanazione delle dinamiche interne volte a produrre condizioni favorevoli per riprodurre all’infinito saggi di profitto a scapito dei concorrenti. Un esempio emblematico è rappresentato dallo stretto di Stretto di Hormuz, attraverso il quale transitano importanti rotte commerciali mondiali. La sua chiusura, dovuta al conflitto in corso, viene presentata come il principale motivo per intervenire militarmente al fine di riaprirlo, nonostante prima della guerra quel passaggio fosse normalmente aperto.

Anche un bambino si accorgerebbe che qualcosa non torna. Ma un bambino darebbe la colpa al cattivo di turno: un Trump, un Putin o la crisi dei debiti nazionali, cioè ad agenti esterni. Niente di tutto questo. O meglio, questi non sono che gli effetti esterni di un sistema economico che, di volta in volta, si manifesta sempre più attraverso crisi sistemiche, poiché esso stesso coincide con il germe generativo che racchiude in sè il limite assoluto del sistema stesso.

E se il re è sempre più nudo, allora non lasciamo che sia soltanto un bambino a gridarlo.
Gridiamolo tutti insieme.