La politica italiana ha vissuto settimane di trepidante attesa per la revisione Istat sui conti pubblici. L’esecutivo sperava in una correzione contabile al rialzo del PIL o in un calo dei decimali per rientrare nei parametri e sbloccare decine di miliardi di capacità di spesa da destinare alle proprie manovre. Invece i dati ISTAT pubblicati il 22 Settembre 2026 confermano un deficit pubblico al 3,1% mantenendo l’Italia al di sopra del tetto del 3% fissato dalle rigide regole europee del Patto di Stabilità. Parallelamente, la pressione fiscale raggiunge livelli da record: 42,9%.
Ci si aggrappa alle stime sul PIL come ad un oracolo per evitare le sanzioni europee ma dietro allo spauracchio dei numeri e delle stime si nasconde un sistema che spreme il reddito da lavoro e continua a ridurre il welfare. Tutto ciò mentre il governo rinuncia ad affrontare le vere crisi sociali ed ecologiche del nostro tempo.
Ci troviamo immersi in un paradosso strutturale che colpisce direttamente la vita delle persone. Si applica una pressione fiscale da record sul reddito da lavoro dipendente per raccogliere risorse vitali, le quali vengono poi impiegate per coprire il debito o per alimentare il circuito della produzione a tutti i costi. Nel frattempo, la qualità dei servizi pubblici essenziali (la sanità, la scuola, la manutenzione dei territori, il trasporto pubblico) continua inesorabilmente a degradarsi.
La narrazione dominante ci ripete che è necessario far crescere l’economia per finanziare lo stato sociale. La realtà concreta racconta la tendenza opposta: si lavora di più, si pagano più tasse e si ottengono in cambio meno tutela della salute, meno servizi pubblici e meno tempo libero.
La disperata caccia allo 0,1% di PIL dimostra quanto le istituzioni In nome del vincolo di bilancio europeo giustifichino i tagli alla spesa sociale. La spesa pubblica però continua a sostenere senza sosta i settori distruttivi, dalle spese militari al sostegno alle fonti fossili, fino alle grandi opere.
Non mancano le risorse per garantire un’esistenza dignitosa e servizi efficienti alla cittadinanza. Mancano le scelte politiche orientate ad una vera riforma fiscale ecologica che smetta di gravare sul lavoro umano e inizi a tassare pesantemente l’estrazione di risorse materiali, l’inquinamento, i grandi patrimoni speculativi e le attività ad alto impatto ambientale. Dobbiamo liberarci dall’ossessione per i decimali della statistica ufficiale e reinvestire con coraggio nei beni pubblici: sanità pubblica, mobilità dolce e rigenerazione dei tessuti urbani.


