Giudizio Universale: la prima causa climatica italiana torna in tribunale

da | 23 Ott 2026

Il 21 ottobre 2026, la Corte d’Appello di Roma ha riaperto il dibattimento su “Giudizio Universale”, la prima causa climatica intentata in Italia contro lo Stato. La campagna, coordinata da “A Sud” e altre 24 associazioni, insieme a 179 cittadini, chiedono che lo Stato italiano venga condannato a ridurre le emissioni di gas serra del 92% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990.

Noi, come Movimento per la Decrescita Felice, siamo tra gli aderenti a questa battaglia fin dall’inizio. Il nostro delegato per Giudizio Universale è Gianfranco Di Caro, dell’ex circolo MDF di Verona e membro del gruppo Sviluppo Territoriale, nonché nostro storico tesoriere.

Una richiesta: assumersi la responsabilità

La causa è partita il 5 giugno 2021, Giornata mondiale dell’ambiente, con una richiesta semplice ma radicale: dichiarare lo Stato responsabile di non aver affrontato l’emergenza climatica e imporgli un taglio delle emissioni calcolato sulle responsabilità storiche dell’Italia e sulle sue capacità tecnologiche e finanziarie.

Il riferimento è l’Accordo di Parigi del 2015: contenere il riscaldamento globale ben sotto i 2 gradi, puntando a 1,5. Nel febbraio 2024 il Tribunale civile di Roma aveva dichiarato la domanda inammissibile, sostenendo che le scelte di politica climatica spettano solo a governo e Parlamento. Ma a luglio 2025 le Sezioni Unite della Cassazione hanno stabilito che in materia di clima quel difetto di giurisdizione non si può invocare, riaprendo così la strada alla causa.

Come spiegato dall’avvocato Luca Saltalamacchia: «Non chiediamo ai giudici di fare politica, chiediamo di verificare se lo Stato abbia rispettato obblighi giuridici precisi e misurabili, che ha sottoscritto».

La nostra lettura in chiave decrescita

Per noi, questa causa non è solo una battaglia giuridica: è la richiesta che lo Stato assuma finalmente la responsabilità di un modello di sviluppo che ha portato il pianeta al limite. Non chiediamo miracoli tecnologici o promesse di “crescita verde”: chiediamo che si riducano realmente le emissioni, che si riconoscano i limiti del pianeta e che si mettano al centro le persone più vulnerabili.

Il taglio del 92% entro il 2030 non è un numero astratto: è la traduzione giuridica di ciò che la scienza ci dice da anni. E per noi è anche un invito a ripensare il nostro modello di vita: meno consumo, meno sprechi, più giustizia, più cura.

Una lotta globale, una battaglia locale

“Giudizio Universale” fa parte di un’ondata mondiale di contenzioso climatico: dal 1986 sono state censite oltre 3.600 cause in 62 Paesi, più di tre quarti avviate dopo il 2015. Alcune hanno fatto storia:

  • Paesi Bassi (2019): la Corte suprema ha confermato l’obbligo per lo Stato di tagliare le emissioni di almeno il 25% entro il 2020
  • Francia (2021): il tribunale amministrativo di Parigi ha condannato lo Stato per inazione climatica
  • Svizzera (2024): la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato lo Stato per violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare
  • ONU (2026): l’Assemblea generale ha riconosciuto con 141 voti gli obblighi climatici degli Stati come obbligo giuridico, compreso quello dell’Italia.
Un invito ad unirvi

Se condividi questa battaglia per la giustizia climatica, puoi firmare l’appello e contribuire a raggiungere il traguardo di 50.000 firme. 

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