Di seguito trovate la traduzione (curata dalla nostra socia Celeste Luciano che ringraziamo) del sommario esecutivo del policy brief ufficiale di posizionamento dell’International Degrowth Network (IDN) per il prossimo COP31 (l’originale qui in inglese).
Come associazione aderente all’IDN, condividiamo tutta l’analisi e le proposte del Position Paper. Come spunto di riflessione e confronto all’interno della nostra associazione proponiamo in coda anche un commento, personale, di Nello DE PADOVA, nostro segretario nazionale.
SOMMARIO ESECUTIVO
Le attuali politiche climatiche internazionali e il quadro negoziale dell’UNFCCC si basano sull’illusione della “crescita verde” e dei meccanismi di mercato. Sebbene sia trascorso il decimo anniversario dell’Accordo di Parigi, le emissioni e la distruzione ecologica non sono diminuite: dei 9 limiti planetari, 4 sono stati superati nel 2015 e 7 lo saranno entro il 2025. Le misure tecnocratiche adottate sino ad oggi sono insufficienti perché ignorano la causa alla radice: l’imperativo di una crescita economica senza fine e le tensioni sistemiche proprie dell’accumulazione globale del capitale.
La matrice sottostante riassume i tre pilastri principali del presente documento di posizionamento, basati sul quadro concettuale “dalla diagnostica alla sistemica”:
Socializzazione degli investimenti e demilitarizzazione (Finanza per il clima)
Diagnosi: il Nuovo obiettivo collettivo quantificato in materia di finanziamenti per il clima e la mobilitazione di finanziamenti privati (riduzione del rischio) richiede rendimenti positivi sugli investimenti, imbrigliando l’azione per il clima nella crescita complessiva del PIL.
Causalità sistemica: I finanziamenti per il clima agiscono come strumento funzionale al colonialismo verde, mascherando l’appropriazione del Nord del mondo di oltre 10.000 miliardi di dollari ogni anno in risorse e manodopera dal Sud. Le emissioni militari non sono incluse nel bilancio dell’IPCC.
Alternativa decrescentista – Finanza pubblica de-finanziarizzata: cancellazione totale del debito del Sud del mondo, risarcimenti ecologici diretti, riorientamento dei bilanci militari verso i fondi per il clima e socializzazione degli investimenti attraverso processi democratici multiscalari.
Demercificazione dei beni essenziali (Energia, Infrastrutture, Acqua e Cibo)
Diagnosi: Il triplicare della capacità delle energie rinnovabili (COP28) comporta un aumento della capacità in aggiunta a quella derivante dai combustibili fossili esistenti, senza un meccanismo di eliminazione graduale in termini assoluti (paradosso di Jevons) e con una produzione non basata sul fabbisogno.
Causalità sistemica: Gli strumenti climatici basati sul sistema di mercato trasformano i beni essenziali per la sopravvivenza (energia, alloggio, acqua, cibo) in beni speculativi finalizzati all’accumulazione di capitale privato.
Alternativa decrescentista – Servizi universali di base (SUB) e beni comuni: socializzazione della proprietà e gestione pubblica-comunitaria dell’energia, dell’acqua e degli alloggi, in combinazione con una transizione agroecologica, accompagnata da un reddito universale di assistenza.
Democratizzazione del Lavoro, della Ricchezza e del Potere (Disuguaglianze)
Diagnosi: I modelli occupazionali orientati al PIL vincolano i lavoratori a settori ad alta produttività e ad alta intensità di carbonio.
Causalità sistemica: La classe dominante capitalista si appropria del potere decisionale politico per mantenere uno “stile di vita imperiale” a spese di lavoratori/rici e della natura.
Alternativa decrescentista – Democratizzazione economica: garanzia di occupazione e settimana lavorativa più breve, limiti rigorosi alla ricchezza e convergenza assoluta delle risorse tra Nord e Sud.
INTRODUZIONE: IL MITO DELLO SVILUPPO SOSTENIBILE E LA REALTA’ DEI LIMITI PLANETARI
Il decennio successivo all’adozione dell’Accordo di Parigi ha dimostrato che un approccio basato sulla “crescita verde” e sull’efficienza tecnologica non è in grado di arrestare il collasso ecologico. Le prove scientifiche sono inequivocabili: il disaccoppiamento assoluto tra la crescita complessiva del PIL e il degrado ambientale e le emissioni non esiste su scala globale e rimane un mito utilizzato per legittimare lo status quo. Se i paesi del Nord del mondo insistessero nell’aumentare il PIL, ci vorrebbero oltre 200 anni per raggiungere le emissioni nette pari a zero.
La regione ospitante della COP31, il Mediterraneo (Antalya), si trova a dover affrontare direttamente gli impatti drammatici della crisi climatica: aggravamento della scarsità d’acqua, stress agricolo indotto dalla siccità e intensificazione delle tensioni geopolitiche. Eppure, gli attuali negoziati dell’UNFCCC rimangono ostaggio dei lobbisti dei combustibili fossili e della diplomazia aziendale. Non si tratta di un errore di attuazione, ma di un difetto strutturale: su un pianeta dalle risorse limitate, la crescita economica infinita è materialmente impossibile.
PILASTRO #1: Investimenti e demilitarizzazione
Diagnosi
Il Nuovo Obiettivo Collettivo Quantificato (NCQG) e le attuali strutture di finanziamento per il clima si basano in larga misura sulla mobilitazione di capitali privati (riduzione del rischio) e sulla leva finanziaria. Questo approccio impone un ritorno positivo sull’investimento (ROI), legando giuridicamente ed economicamente la politica climatica alla continua crescita aggregata del PIL.
Causalità sistemica
Questa struttura funziona come una forma moderna di colonialismo verde. Essa maschera la realtà secondo cui il Nord del mondo si appropria ogni anno di risorse e manodopera sottopagata dal Sud del mondo per un valore superiore a 10.000 miliardi di dollari attraverso scambi ineguali. Inoltre, i negoziati internazionali sul clima ignorano sistematicamente le emissioni del complesso militare-industriale nella contabilità dell’IPCC, proprio mentre la militarizzazione del Nord del mondo serve proprio a proteggere questo modello di vita imperiale e l’estrazione delle risorse.
Alternativa decrescentista
Finanza pubblica de-finanziarizzata: sostituire il capitale privato orientato al profitto con riparazioni ecologiche dirette e prive di debito a favore del Sud del mondo, finanziate tramite imposte progressive sul patrimonio nel Nord del mondo.
Cancellazione del debito: cancellazione totale del debito sovrano del Sud del mondo per consentire il disaccoppiamento economico dagli imperativi estrattivisti legati alle esportazioni.
Demilitarizzazione e riorientamento dei bilanci militari: drastiche riduzioni della spesa militare e suo riorientamento verso i fondi internazionali per il clima, insieme all’inclusione obbligatoria delle emissioni militari nelle Contribuzioni Nazionali Determinati (NDC).
Socializzazione degli investimenti: socializzare le decisioni in materia di investimenti seguendo processi democratici attraverso comitati settoriali e di coordinamento a più livelli, sulla base del principio di sussidiarietà (con decisioni prese al livello più basso possibile, in base al settore di pertinenza).
PILASTRO #2: Proprietà e beni comuni
Diagnosi
Gli obiettivi di triplicare la capacità delle energie rinnovabili (COP28) impongono un aumento assoluto della capacità senza stabilire meccanismi vincolanti per l’eliminazione graduale dei combustibili fossili. Di conseguenza, i miglioramenti in termini di efficienza vengono rapidamente assorbiti dalla crescita economica complessiva (paradosso di Jevons), rendendo le energie rinnovabili un’aggiunta, piuttosto che una sostituzione, dell’energia fossile.
Causalità sistemica
Le politiche climatiche basate sul mercato trasformano le infrastrutture essenziali per la sopravvivenza e i servizi fondamentali – energia, alloggi, acqua e cibo – in strumenti di accumulazione del capitale privato e di appropriazione.
Alternativa decrescentista
Servizi di base universali (SBU): completa demercificazione e proprietà pubblica/comune delle reti energetiche, dell’approvvigionamento idrico e degli alloggi. L’energia deve essere considerata un bene pubblico e un diritto umano, non una merce.
Beni comuni energetici e sufficienza energetica: riduzione assoluta del flusso energetico nel Nord del mondo, accompagnata da sistemi energetici di proprietà pubblica e comunitaria (beni comuni energetici).
Transizione agroecologica e sovranità idrica: Abbandono dell’agroindustria corporativa e dell’ingegneria tecnocratica a favore di sistemi alimentari agroecologici localizzati e di una gestione comunitaria delle risorse idriche (beni comuni idrici), garantendo la sovranità alimentare e idrica in regioni vulnerabili come il Mediterraneo.
Reddito di assistenza universale come politica di transizione: Un trasferimento monetario universale adeguato al costo della vita durante il processo di demercificazione economica.
PILASTRO#3: Disuguaglianza e Potere
Diagnosi
Le attuali politiche climatiche si basano su modelli occupazionali orientati al PIL che vincolano i lavoratori a settori ad alta produttività e ad alta intensità di carbonio, senza riuscire a promuovere il benessere umano né una vera sicurezza sociale.
Causalità sistemica
La classe dominante capitalistica ha assunto il controllo del processo decisionale politico per preservare lo “stile di vita imperiale” di cui godono le élite del Nord del mondo. Questo sistema si basa sulla concorrenza e sul lavoro salariato alienato, impedendo il controllo democratico su cosa, come e per chi la società produca.
Alternativa decrescentista
Settimana lavorativa più breve: una riduzione sostanziale dell’orario di lavoro retribuito (ad esempio, una settimana lavorativa di 4 giorni) per diminuire la produzione, ridistribuire equamente il lavoro di cura e ampliare il tempo libero.
Garanzia di lavoro: garanzie occupazionali sostenute dallo Stato, significative e sostenibili nei settori del ripristino ecologico, del lavoro di cura e delle infrastrutture sociali, che svincolino i mezzi di sussistenza dai cicli di profitto delle aziende e dalla crescita del PIL.
Ristrutturazione del mercato del lavoro: programmi di formazione per aiutare i lavoratori dei settori più inquinanti a passare a lavori socialmente utili. Programmi educativi su larga scala per orientare i giovani verso questi lavori. Disinvestimento dall’intelligenza artificiale e dalla sua catena di approvvigionamento.
Limiti alla ricchezza e convergenza delle risorse: tassazione rigorosa e progressiva sulla ricchezza e sul reddito, insieme a limiti globali alle risorse che impongano una convergenza assoluta in termini di energia e risorse tra Nord e Sud.
CONCLUSIONE
UN NUOVO PATTO GLOBALE PER LA DECRESCITA E IL DISACCOPPIAMENTO
La COP31 non può rimanere l’ennesima piazza di compravendita delle compensazioni di carbonio e il greenwashing delle grandi aziende. La crisi ecologica non è un incidente tecnico o finanziario, ma il risultato diretto di un sistema capitalistico globale basato sulla crescita.
La giustizia climatica richiede una chiara differenziazione dei ruoli:
Per il Nord del mondo: una riduzione pianificata e democratica delle dimensioni (decrescita) per ripristinare l’equilibrio ecologico e smantellare lo sfruttamento coloniale delle risorse.
Per il Sud del mondo: autonomia e direzionamento lontano dalle dipendenze commerciali estrattiviste (disaccoppiamento – Samir Amin) per raggiungere la sovranità alimentare, energetica e del sapere.
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Esortiamo la presidenza della COP e i delegati ai negoziati ad superare i dogmi falliti della crescita verde e ad innestare una transizione pianificata verso la post-crescita nell’agenda climatica ufficiale dell’UNFCCC.
COMMENTO (di Nello DE PADOVA)
Quella che segue è una riflessione personale del sottoscritto volta a suggerire una estensione del terzo pilastro che, personalmente, mi pare non esaustivo delle problematiche che il suo titolo (Disuguaglianza e Potere) vorrebbe affrontare.
Del resto già il sottotitolo (Democratizzazione del lavoro, Ricchezza e Relazioni di Potere) fa riferimento ad un problema di per sé enorme ma non esaustivo, che concentra l’attenzione sulle relazioni di potere legate alla produzione di ricchezza attraverso il lavoro che sembrerebbe importante “semplicemente” che fosse democraticamente gestito. Insomma da un approccio generale che dovrebbe far riferimento a diritti di eguaglianza che è possibile ottenere solo attraverso una gestione del potere che dovrebbe essere tolta dalle mani di chi oggi ci governa ci si limita a chiedere solo un ammorbidimento di queste posizioni di potere in materia di lavoro.
Il punto su cui vorrei concentrarmi è infatti che limitare il concetto di ricchezza solo a quello di cui si può disporre grazie al lavoro (o meglio al reddito da lavoro) esclude dal ragionamento tutto ciò di cui, per fortuna (anche se sempre meno), disponiamo senza “pagarlo” ma anche tutto ciò di cui possiamo disporre senza comprarlo perchè lo autoproduciamo singolarmente o collettivamente.
Nel primo caso mi riferisco ovviamente a tutela della salute, istruzione, sicurezza, infrastrutture pubbliche (strade, illuminazione pubblica, parchi e giardini, ecc…), tutte attività che con potremmo far ricadere in una accezione allargata di WELFARE.
Nel secondo il riferimento è al lavoro domestico, di mutuo aiuto e supporto fra le persone (prevalentemente ma non esclusivamente a livello familiare), al coltivare le relazioni di comunità, ecc…, tutte attività che con potremmo far ricadere in una accezione allargata di CURA.
Continuare ad immaginare che l’intero nostro sistema sociale debba essere centrato sul lavoro retribuito (e dico retribuito e non solo salariato perchè il tema riguarda tutta l’attività umana che si realizza in una relazione mercificata di tipo Do Ut Des) significa non voler affrontare la questione così come da decenni la decrescita propone: uscire dall’economia. Che significa soddisfare i bisogni con attività umane prevalentemente gratuite realizzate proprio nella logica della CURA. Attività che invece il sistema dominante cerca non solo di mercificare (cioè portare nella logica del Do Ut Des del lavoro retribuito) ma addirittura di mercatizzare (cioè di gestire con le regole della domanda -sempre maggiore- e dell’offerta -sempre minore). Non fosse altro che perché in questo modo si toglierebbe potere a chi oggi lo detiene e ci ricatta proprio a causa della nostra totale dipendenza dal lavoro retribuito.
Il processo quindi, e da qui la proposta di una rivisitazione del terzo pilastro, dovrebbe essere quello inverso: proporre che si cominci a ragionare non solo sulla espansione quanto maggiore possibile delle attività di CURA non retribuite ma addirittura di ricondurre alla stessa logica anche quelle che ho definito del WELFARE.
L’analisi politica del terzo pilastro ”Le attuali politiche climatiche si basano su modelli di occupazione basati sul PIL che bloccano i lavoratori in settori ad alto rendimento e ad alta intensità di carbonio, fallendo nel promuovere il benessere umano o una vera sicurezza sociale.” dovrebbe quindi portare non solo a soluzioni di riduzione del lavoro retribuito da produzioni inutili quando non dannose a favore di lavoro retribuito per produzioni socialmente utili ed ambientalmente sostenibili, ma anche alla costruzione di un modello sociale che permetta di garantire queste produzioni in modo “demercificato”, facendo ricorso quanto meno possibile al lavoro retribuito e, più in generale, al denaro (qui una ipotesi su come raggiungere questo obiettivo). Perché è fondamentale ricordare (ed è questo il vero nocciolo della questione) che per retribuire il lavoro necessario a garantire la disponibilità di CURA e WELFARE l’attuale modello richiede necessariamente che venga drenato attraverso la tassazione di plusvalore (che oggi neppure si riesce a drenare perchè diventa profitto per i detentori del potere “economico”) ad utilizzare per tali retribuzioni.
Del resto, visto che l’ordine di grandezza della riduzione complessiva delle produzioni e dei consumi necessaria per riportare le “nazioni sviluppate” all’interno dei limiti planetari è almeno del 50% è impensabile che anche un sistema in cui il profitto sia portato a ZERO possa raggiungere l’obiettivo di rientrare in tali limiti con un modello redistributivo.
Quello che dobbiamo ottenere quindi è un maggiore e più equamente distribuito accesso (prevalentemente gratuito) alle cose che servono per vivere dignitosamente. E dobbiano soprattutto avere il potere di decidere democraticamente quanto, come e dove produrre quelle cose.
Un’ultima riflessione. Considerato che quanto sopra non è una mia tesi balzana ma è quella che sta alla base di tutte gli studi socio-economici sulla decrescita, viene da chiedersi: perchè IDN ha deciso di essere così poco incisivo? La risposta che mi sono dato è che lo abbia fatto per “non far saltare il banco” del confronto. E lo capisco, ed è per questo che comunque anche io come attivista, socio dell’associazione ma anche nel mio ruolo di suo segretario nazionale approvo il Position Paper, ma credo che per onestà intellettuale almeno sul nostro sito queste considerazioni vadano fatte.


