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«Nè la rivoluzione nè la riforma possono, in ultima istanza,
cambiare una società, senza che ci sia da raccontare una storia nuova e potente,
tanto persuasiva da bloccare i vecchi miti e trasformarsi nella storia preferita…
Se si vuole cambiare una società si deve narrare una storia alternativa».
IVAN ILLICH
Le tre porte
I
Accadde tutto prima dell’alba.
Era quel momento magico in cui la notte cede il passo al giorno, quando il sole non è ancora sorto, ma si intuisce nel cielo che l’oscurità sta per finire. Il tempo pare fermarsi e tutto è quieto, per poco. Presto gli uccelli avrebbero inziato il loro concerto di cinguettii, gli insetti il loro controcanto di ronzii, ma per alcuni istanti regnava un silenzio finale. Quello era il momento in cui a Limite si usava dare inizio al rito del Congedo. I nuovi arrivati ormai si erano abituati alle abitudini dei limitesi; se solo ripensavano a quando erano giunti, fuggendo dalla pianura, sembrava loro trascorso un secolo. Quasi non si sarebbero riconosciuti se avessero potuto rivedersi con i loro abiti di allora, i loro dubbi, le loro paure. Adesso si sentivano davvero anche loro, in fondo, limitesi. Adesso potevano dire davvero di sapere come si vive a Limite. L’unica cosa che non sapevano ancora è come si muore a Limite.
Durante la loro permanenza non era mai accaduto di doversi congedare da qualcuno. Eppure, era chiaro che prima o poi anche questo sarebbe dovuto accadere. E così fu.
La notizia si era diffusa il pomeriggio precedente. Si trattava di Nunzio, il Consigliere che quando erano arrivati ricopriva il ruolo di Custode dei Legumi. Subito ci fu un grande andirivieni davanti alla sua casa. Molte delle cose che accaddero quella sera, i nostri amici fuggitivi le compresero. Altre meno. Ad esempio alcuni di loro avevano notato che Buonaventura ed altri si erano subito prodigati a scavare due piccole buche proprio davanti alla porta di ingresso della casa di Nunzio, come se dovessero piantare due pali. Simmetrici, ai lati. La distanza tra gli scavi venne misurata accuratamente. Eri, Duccio, Jacopo e gli altri che notarono quel lavorare si scambiarono occhiate interrogative, senza aver coraggio di chiedere, data la gravità del momento.
Quando venne detto loro che all’indomani avrebbe avuto luogo il rito del Congedo, ugualmente, non chiesero nulla. Non chiesero nemmeno quando venne detto loro che il tutto avrebbe avuto inizio prima dell’alba: ormai il lavoro nei campi aveva trasmesso loro un senso diverso del tempo e dei ritmi giornalieri, e quelle che in pianura, un tempo, avrebbero evitato come “levatacce” ora non li disturbavano più di tanto.
Così si trovarono lì la mattina seguente, che non albeggiava ancora.
Allora la videro.
Una porta. Di legno verniciato di verde. Le due buche che avevano notato effettivamente erano servite per piantare due pali di sezione generosa, collegati in alto da un architrave, sempre di legno. Un telaio fatto con tutti i crismi, la cui funzione però non comprendevano ancora. Sarà stato si e no ad un metro di distanza dalla parete della casa, proprio davanti alla porta principale dell’abitazione. Che voleva dire quella ulteriore porta?
Prima che si decidessero a domandare, furono gli stessi anziani che, comprendendo bene cosa stavano provando, si avvicinarono.
«Il nostro modo di prendere congedo da chi ci lascia forse vi potrà apparire strano – aveva esordito Maso parlando a bassa voce, con il suo solito tono pacato, ma a suo modo solenne – Noi lo chiamiamo Il rito delle tre porte».
«Tre? – proruppe Duccio – Vuoi dire che ce ne sono altre due… come quella?»
«Non esattamente… ma questo lo vedrete tra poco».
«È molto… robusta» aggiunse Eri.
«Lo è – aveva proseguito Maso – Simboleggia il nostro corpo fisico. La materia di cui siamo composti durante il nostro viaggio qui sulla Terra e, da un certo punto di vista anche il nostro volere, il nostro agire. Questo è anche il senso di averla messa qui stanotte. Non è stata messa qui perché è utile a qualcosa, ma unicamente per nostra volontà. Rappresenta in un certo senso le azioni che compiamo nel mondo fisico, quello che facciamo grazie al nostro corpo, ai nostri muscoli, alle nostre membra. Tutto il lavoro che abbiamo fatto durante la vita, quando attraversiamo quella porta, ce lo lasciamo alle spalle. Così come deponiamo il nostro corpo con la morte fisica, noi passiamo oltre quella soglia, che si apre verso un mondo diverso».
Mentre Maso parlava, si iniziò ad udire una melodia leggera e sommessa. I limitesi avevano iniziato un coro muto, modulando una nenia lieve e struggente che non mancò di commuovere parecchi tra i nuovi arrivati. La porta di casa di Nunzio venne aperta, e subito dopo fu la volta della porta verde. Dalla casa uscirono due uomini tra i più robusti di Limite, il primo era Buonaventura. Portavano una sorta di barella o di portantina, molto semplice: due lunghi pali di legno, finemente intarsiati, sorreggevano una sorta di pagliericcio centrale, su cui era adagiato il corpo di Nunzio, avvolto in un lenzuolo bianchissimo, chiuso con un nastro di tessuto verde.
E qui notarono la seconda “stranezza”. Il corpo non era disteso sulla portantina. Per quanto si poteva intuire dalla forma del lenzuolo che lo ricopriva, era come rannicchiato, in posizione fetale. Questa volta fu Eri ad azzardare. Toccò leggermente la spalla di Maso e chiese, sottovoce: «Perché quella posizione? Il corpo intendo… perché non è disteso?»
«Prima di nascere, nell’utero materno stiamo tutti in quella posizione. Adesso che il corpo ritorna alla Madre Terra, lo affidiamo a lei nella stessa posizione in cui lei ce lo ha donato»
Gli altri annuirono. Almeno avevano capito cosa li aspettava: ci sarebbe stata comunque una sepoltura. Questo però non mancò di far sorgere altri dubbi. Nei pressi del paese non avevano veduto nulla che potesse assomigliare ad un camposanto… Dovettero attendere ancora un poco prima di capire.
Nel frattempo si era formato un corteo, molti avevano delle fiaccole accese, e si incamminarono attraversando il paese, diretti verso il punto dove il torrente a monte dell’abitato era stato deviato per alimentare, più in basso, il lavatoio. Qui notarono che, proprio ai due lati del ruscello erano cresciuti due salici, le cui fronde erano state intrecciate tra loro a formare un vero e proprio arco. Le due piante erano state ornate con rose rosse, molte delle quali erano state disposte anche in alto, tra i rami che formavano l’arco. Una decorazione floreale davvero suggestiva: un arco rosso che si distingueva tra il verde delle chiome.
Compresero subito che quella era la seconda porta.
Una grossa tavola era stata posta tra i due salici, in modo da poter attraversare il ruscello senza bagnarsi, cosa che il corteo appunto si stava approntando a fare. Sull’altro lato fecero una sosta, con un nuovo coro a bocca chiusa, simile al precedente, ma meno greve, più sereno. Maso questa volta anticipò le domande ed avvicinandosi ai nuovi arrivati spiegò:
«Questa è la seconda porta che attraversiamo nel rito del Congedo. Come potete vedere, non è stata costruita da mani umane, ma dalla Natura, anche se – ovviamente – un po’ di impegno per far crescere i salici intrecciandoli in quel modo ce lo abbiamo messo. Se la porta di legno massiccio che avete visto in paese simboleggiava il nostro corpo fisico, con la sua massa, questa simboleggia la nostra anima, il nostro corpo vitale. È infatti materia viva, mentre quella di prima era materia inerte».
«E questa volta il colore predominante è il rosso, giusto? Per questo le rose…»
Maso annuì: «Il rosso rappresenta anche il nostro sentimento».
«Perdonami, ma allora… – proseguì Eri – Quando capita di doversi congedare da qualcuno nella stagione in cui le rose non fioriscono?»
«Giusta osservazione Eri – disse Maso – Se non ci sono rose cerchiamo altri fiori rossi, oppure decoriamo i salici con nastri di stoffa rossa che teniamo da parte per questa occasione. Il caso ha voluto che il primo rito a cui assistete ci abbia permesso di avere le rose… non sottovalutate questo dono che la natura vi sta facendo!»
Sorrisero tutti, visibilmente commossi. Ma la commozione di lì a poco svanì, lasciando il posto ad uno smarrimento ulteriore: pensavano che, giunti in quel luogo, si sarebbe proceduto alla sepoltura. Invece il corteo si formò nuovamente e prese la via verso la montagna. Altri due volenterosi si offrirono per aiutare a portare la feretro che si avviava ora salendo lungo il pendio. Il sole ancora non aveva fatto capolino. Il sentiero procedeva all’ombra della cresta della montagna che li sovrastava, ad est, ed anche se ormai il cielo era più luminoso, l’alba vera e propria non c’era ancora stata.
Fu allora che, osservando le persone che formavano il corteo, i nostri scorsero due personaggi che stavano sorreggendo uno degli anziani, l’uno a destra e l’altro a sinistra. Ora che l’oscurità scemava riconobbero facilmente che si trattava di Lapo. Pur essendo cieco stava partecipando anche lui al rito! Non senza difficoltà i due accompagnatori riuscivano a fargli percorrere il sentiero, il cui fondo era stato ben sistemato, ma che, ogni tanto, non mancava di offrire qualche insidia.
II
Non fu un tragitto brevissimo. Infine arrivarono ad un pianoro erboso che, videro, era tempestato di piccoli mucchiettini di pietre; rudimentali piramidi fatte di pochi strati di sassi disposti l’uno sull’altro, dal più largo al più piccolo. Poteva essere quello il luogo della sepoltura? Si guardarono intorno e notarono subito, non molto distante, quello che sembrava uno scavo nel terreno. Ma, contrariamente a quanto si aspettavano, non sembrava uno scavo recente. Si vedeva che era stata asportata della terra che era ammucchiata di lato. La forma era inequivocabile, ma era ricoperta di erba, come se fosse stata scavata la stagione precedente.
Il corteo si dispose in una sorta di semicerchio, adagiando la portantina con il corpo di Nunzio al centro. Sentirono vagamente alcuni degli anziani che borbottavano tra loro: «Un po’ più in là…», «Ecco, qui dovrebbe andar bene», ma al momento, di nuovo, non compresero.
Nel frattempo tutti si erano seduti a terra ed avevano ripreso un altro dei loro canti a bocca chiusa. Questo era molto soave, come se prefigurasse qualcosa che sarebbe dovuto accadere. Infatti l’impressione era che tutti stessero aspettando qualcosa. A Eri – dato l’orario e il luogo – non ci volle molto a capire che stavano aspettando che il sole sorgesse oltre la cresta montuosa, ma non avrebbe mai potuto indovinare cosa sarebbe accaduto di lì a poco.
Quando il sole fece capolino dietro le rocce, in alto, i nostri notarono che la cresta della montagna, alquanto frastagliata, in quel punto formava una spaccatura assai regolare: due spuntoni di roccia verticali e levigati delimitavano un’apertura perfettamente quadrata. Così, non appena il sole sorse, a terra si disegnò velocemente… un rettangolo di luce, che per di più illuminava perfettamente il punto in cui era stato adagiato Nunzio.
Era quella la terza porta.
Qui, non fu necessario domandare altro. Compresero tutti subito.
Se la prima porta era massiccia e rappresentava il corpo fisico, la seconda era “viva” e rappresentava l’anima, ora questa porta che non era fatta di materia, ma di luce, e che quindi era di fatto bianca, non poteva che rappresentare lo spirito. La commozione fu forte. Quel rito, in fondo, affidava le spoglie mortali di Nunzio alla terra, e la sua anima alla luce dello spirito. Nessuna formula, nessuna riflessione, nessuna parola umana a turbare la sacralità di quei gesti semplici e genuini.
Lo scavo in terra che Eri e gli altri avevano notato, effettivamente era destinato ad accogliere il corpo di Nunzio, che vi venne adagiato delicatamente e poi ricoperto. Come era intuibile, una ulteriore piccola piramide di sassi venne disposta sul luogo della sepoltura. Ma le sorprese non erano finite. Una volta terminato il rito, Eri e gli altri videro che alcuni limitesi stavano indicando un punto preciso sul manto erboso. Gli uomini si diressero là e… iniziarono a scavare.
«Che cosa fanno?» chiese Duccio incuriosito. Fu Costanza a rispondere: «Preparano il luogo del prossimo rito». L’espressione sul volto di Duccio e Jacopo non lasciava spazio a fraintendimenti, Costanza si decise a spiegar loro per bene: «Avrete notato, arrivando qui, che il luogo in cui è stato deposto Nunzio era già… pronto, giusto? Bè, era pronto perché era già stato preparato. Ogni volta che ci congediamo da qualcuno, prepariamo il posto per chi arriverà dopo. È il nostro modo di ricordare che siamo tutti legati, vivi e morti, in una lunga catena che è indissolubile. E anche… – aggiunse subito dopo la donna – che il rito del Congedo non è un’affare di famiglia, ma dell’intera comunità. Al tempo dei nostri avi, probabilmente in pianura usa ancora così, ogni famiglia si curava di preparare la sepoltura dei propri cari, giusto? A Limite… – sorrise – Abbiamo voluto distinguerci anche in questo: la famiglia di Nunzio ora sta prendendosi cura di qualcun altro, non sappiamo ancora di chi, allo stesso modo in cui, tempo fa, qualcun altro si è preso cura della sepoltura di Nunzio…»
Restarono in silenzio. Qualcuno, senza farsi troppo notare, pianse.
Lapo, una volta concluso lo scavo, si avvicinò, sempre aiutato dai due accompagnatori, e chiese di restare alcuni istanti da solo. Pregò? Meditò? Non era dato saperlo. Quando però, stavolta per davvero, tutto potè dirsi concluso e tutti stavano riprendendo il sentiero per scendere verso Limite, Eri non seppe resistere e si avvicinò al vecchio.
«Lapo, ti chiedo scusa, se posso permettermi…»
«Dimmi figliolo»
«Ecco io… insoma, mi chiedevo, perché vieni qui? Capisco il desiderio di celebrare tutti insieme momenti come questo, non mi fraintendere. Devo anche dire che è molto bello quello che fate per onorare le persone che se ne vanno, ma alla fine, dopo i riti fatti davanti casa e presso i salici, non c’è molto altro da fare quassù, non trovi? Il tragitto per arrivare fin qui non deve essere facile per un cieco… »
«Hai ragione, non lo è. Giù a Limite ormai ho memorizzato i tragitti che faccio quotidianamente, mi muovo bene anche se non vedo. Qui – fortunatamente – ci veniamo assai di rado e non riesco certo a memorizzare un percorso così lungo, ma c’è chi mi aiuta, come avrai notato»
«Non lo metto in dubbio, ma… una volta arrivati qui non c’è molto da fare. Non si fa che aspettare di vedere la luce… e tu essendo cieco, insomma…»
«Questo è l’allenamento più difficile – sorrise Lapo – Ma non è impossibile. E se continuo a venir quassù in fin dei conti è solo per questo motivo Eri. So che prima o poi, o per meglio dire l’ultima volta che farò questo percorso… la luce la vedrò anch’io!».
***
Ci vediamo a Limite, tra due mesi, con il prossimo racconto.
Non mancare!


