Un contributo di Massimiliano Pera del circolo di Lucca.
Comunismo della decrescita
Appunti a partire dall’opera Il Capitale nell’Antropocene di Kohei Saito
Uno spettro si aggira nei circoli della decrescita di tutta Europa: lo spettro del comunismo della decrescita. A nulla è valsa la scommessa della decrescita nel sistema capitalista. Saito scrive:
«La conseguenza del modo in cui il capitale domina il mondo è la distruzione dell’ambiente e della vita delle persone. Per questo la decrescita si propone di frenare un capitalismo esageratamente sviluppato e di farlo rallentare. A questo punto, i sostenitori della vecchia teoria della decrescita direbbero: mettiamo fine all’esternalizzazione e alla traslazione, che costituiscono le contraddizioni del sistema. Smettiamola con la razzia delle risorse. Basta mettere come priorità i ricavi delle aziende e invece puntiamo maggiormente alla felicità dei lavoratori e dei consumatori. Contraiamo, infine, il mercato a una scala che risulti sostenibile.
Nessun dubbio che si tratti di un “capitalismo della decrescita”, che non richiede chissà quali sacrifici. Il problema, però, è che la ricerca del profitto e l’espansione del mercato, come anche l’esternalizzazione e la traslazione, l’appropriazione della forza lavoro e delle risorse, costituiscono l’essenza stessa del capitalismo. Proporre di rinunciare a tutto questo e di decelerare equivale, di fatto, a rinunciare al capitalismo stesso. In breve, cercare di tenere in vita il capitalismo annullandone quella che è la sua caratteristica intrinseca, vale a dire la crescita economica fomentata dalla volontà di ottenere profitti, sarebbe come voler disegnare un triangolo rotondo: pura utopia. È questo il limite della teoria della decrescita delle vecchie generazioni.»
Il dado è tratto e nulla sarà come prima. E’ la fine del politically correct e l’inizio di un linguaggio che tenta di riappropriarsi della politica attraverso concetti chiari, comprensibili anche agli occhi della gente comune.
È giusto ricordare che, all’uscita del libro, non mancarono ampi spazi di analisi del testo, soprattutto da parte degli addetti ai lavori, ovvero della frangia culturale più attrezzata in questo ambito. A quella fase seguì, gradualmente, l’oblio più totale.
Qualcuno obietterà che il tema della decrescita, collegata al socialismo o al comunismo, è già stato abbondantemente discusso e, come si dice in gergo, sviscerato a dovere. Alla fine però, c’è di meglio da fare. Un vero peccato che alcuni concetti innovativi di Saito non abbiano avuto un buon seguito: argomenti interessanti, ma fino ad un certo punto! Citando, l’ormai sfortunata frase di un noto ministro della Repubblica, in merito al diritto internazionale:
L’importante è non disturbare le sempre più esigue platee di uditori o di pseudo attivisti, allevati a suon di discorsi e corsi di formazione
Come se l’attivismo fosse una faccenda da sbrigare da un’ élite di studiosi, e non fosse soprattutto appannaggio di coloro che i corsi li vedono dal cannocchiale, mentre sulla propria pelle soffrono le contraddizioni di questa società. Meglio prendere da subito le distanze e non sporcarsi le mani. Della serie: quando siamo al mare parliamo di montagna e, quando siamo in montagna, scrutiamo il mare dall’alto, così che, le cose appaiano più piccole e quasi inesistenti. In fondo, è la percezione che conta, non la realtà di ciò che accade laggiù.
Eppure laggiù esiste ancora un popolo, potenziale vittima di una vera e propria pesca a strascico di anime umane: reti sempre più fitte di menzogne, calate da giganteschi pescherecci della comunicazione. Campagne disinformative che ci vogliono bellicisti e sufficientemente ottusi, mentre dall’altra parte si leva solo l’esile voce di una minoranza sempre più frammentata, divisa in fazioni. Voci dissonanti, unite forse su alcuni concetti di fondo, ma incapaci di farsi comprendere quando il discorso scivola sull’economia, o peggio ancora sulla decrescita economica.
Dovremo credere a questo tipo di controinformazione? Spesso contaminata, per lo più, da un certo tipo di marxismo tradizionale? Sicuramente una sinistra radicale che esalta la crescita economica e lo sviluppo industriale, magari di stampo cinese e, in generale dei BRICS, è più comprensibile agli occhi di una vasta platea di persone frastornata dalle campagne incessanti sull’ideologia della crescita economica.
Non sorprende che, ora come in passato, le destre tradizionali e le sinistre tradizionali su un punto convergono: lo sviluppo economico basato sull’innovazione tecnologica. In questo quadro rientra tutto l’armamentario del linguaggio geopolitico venuto in voga dopo l’invasione dell’Ucraina da parte del “cattivone” Putin. Anche se si presentano come due logiche contrapposte: da una parte la logica dell’aggressore e dell’aggredito, con l’Unione Europea autoproclamatasi paladina delle libertà; dall’altra, la logica anti-espansionistica della NATO nei confronti della sovranità nazionale della Russia e di tutti quei Paesi che vogliono sempre più svincolarsi dalle aree di influenza statunitense.
Diciamo che la faccenda si è complicata per chi aspira a parlare un linguaggio vagamente diverso, fatto di sostenibilità ambientale o, peggio ancora, di decrescita economica. Le bolle comunicative sulla decrescita cominciano a scoppiare a causa della contraddizione più evidente: andare verso un’economia di guerra significa rinunciare definitivamente a un’economia di pace, cioè alla possibilità stessa di ragionare su un mondo diverso che non sia un mondo centrato sulla necessità di fare la guerra per accaparrarsi risorse di ogni genere. È il ritorno all’origine del
capitalismo basato sullo stato di necessità, colonna portante — insieme alla società della scarsità — di tutta questa impalcatura socio-economica.
A questo proposito vale la pena segnalare un fatto: anche la tanto vituperata quanto idolatrata Greta Thunberg ha compreso la necessità di muoversi contemporaneamente su più fronti. Ella sta infatti collegando la giustizia climatica alla giustizia sociale e, più in generale, al tema del diritto internazionale, includendo apertamente la questione del popolo palestinese.
Il ragionamento è semplice: se non esiste un diritto internazionale capace di tutelare i più fragili in situazioni estreme, come può esistere un diritto nazionale realmente efficace per i lavoratori?
E allora viene da chiedersi: se persino “la compagna Greta” se n’è accorta, nonostante le infinite banalità e le aggressioni verbali rivolte alla sua figura, perché continuare a rimanere fermi sulla vecchia teoria della decrescita? Perché non fare finalmente un passo avanti? Da quale immobilismo, o da quale morbo culturale, si è ancora affetti?
Eccovi la cura. Il suono metallico delle catene che penzolano dal bianco velo del nostro fantasma sarà la vostra campana tibetana: un richiamo capace di risvegliare dal torpore della vostra/nostra zona di comfort.
Aforisma del fantasma neo-decrescente:
Si può vivere bene con poco
Si può vivere con tanto
Si può fare con poco
Si può fare con tanto
Spesso le stesse cose che puoi fare con tanto le puoi fare con poco
Con il vantaggio di essere svincolati dal sistema del tanto
Questa è la vera ricchezza! Secondo noi
Poiché
Il sistema del poco non ha una struttura ma ha una sostanza resiliente
E il sistema del tanto ha una struttura pesante che schiaccia chi a poco per dare a chi a tanto, ne consegue, che quel poco che ne rimane vada spartito efficientemente
Inaugurando la società della scarsità
La base su cui si sostiene il sistema del tanto
Lo stato di necessità permanente è figlio della cultura della scarsità rispetto alla produzione e al consumo delle merci. Queste sono le due colonne su cui si poggia il sistema del tanto. Al di là di queste due” colonne d’Ercole” si apre invece un mare di speranza e un approdo sicuro in una nuova America.
L’abbondanza radicale del sistema vivente è questa nuova America. Sostituire la rappresentazione ideologica permeata dallo stato di necessità indotto, significa prima di tutto, abolire il PIL come misura pianificatrice del valore.
Se vogliamo sfidare il sistema del tanto, dobbiamo ridefinire l’abbondanza in una modalità che sia incompatibile con il culto del denaro. Dobbiamo cambiare il nostro approccio alla vita per scoprire una nuova abbondanza che non sia intrisa di numeri e leggi economiche astratte, ma di esperienze dirette, radicate nel vissuto quotidiano. Dobbiamo smettere di accoppiare l’abbondanza con la crescita economica, sacrificando la nostra libertà per un domani che non arriverà mai. Vivere qui e ora significa accoppiare decrescita e abbondanza, liberandosi dal sistema della crescita.
Questo è quello che ci dice il nostro compagno fantasma. Questa è la vera ricchezza!
Se non ci liberiamo dal sistema della crescita, allora non può esistere una decrescita compatibile con l’abbondanza, ma solo una decrescita ridotta alla recessione economica. Il mondo della scarsità indotta, non prevede la condivisione dei beni comuni. Le persone prive di beni comuni sono condizionate a sprofondare nel mondo dei beni di consumo. In quel mondo si trovano di fronte alla scarsità della moneta, mentre il mondo è pieno zeppo di merci. Senza denaro non si può comprare nulla. Se abbiamo il denaro possiamo entrare in possesso di tutto, ma i modi per ottenerlo sono molto limitati e spesso creano vincoli indissolubili con lo stesso mondo di produzione delle merci.
Per vivere, quindi, siamo sempre costretti a cercare il denaro o, al limite, a difendere il proprio patrimonio. L’esempio più evidente è il mutuo per l’acquisto di una casa: trattandosi di una somma rilevante, il suo potere disciplinante cresce in proporzione al lavoro svolto e al vincolo materiale della casa rispetto al mercato. Si finisce così per vivere un’esistenza svuotata di significato: si acquista una casa per migliorare la qualità della vita e ci si ritrova schiavi del salario o di un reddito, compromettendo la vita stessa. Lo stesso schema si riproduce nella mobilità privata: debito uguale schiavitù.
Il lavoro forzato e continuativo alimenta un’eccessiva produzione di merci, con
conseguenze devastanti sull’ambiente e sulla salute delle persone. È possibile uscire da questo circolo vizioso generato dalla cultura della scarsità?
Diventa allora necessario costruire una società dell’abbondanza, capace di opporsi alla produzione artificiale della scarsità indotta, dai cortocircuiti che garantiscono la riproduzione politica ed economica del sistema del tanto. L’abbondanza radicale riguarda tutto ciò che può essere messo in comune, indipendentemente dalle leggi del mercato. In questo modo le persone possono ampliare una gestione orizzontale della produzione all’interno della società, fondata su relazioni di interdipendenza e non sulla dipendenza dallo Stato o dalle logiche di mercato.
In definitiva, l’obiettivo del Comune è ridurre gli ambiti di scarsità artificiale e nutrire un’abbondanza radicale capace di spezzare il consumismo e il materialismo. La chiave della gestione del comune non risiede necessariamente nello Stato. Quanto più abbondanza radicale viene condivisa, tanto minori saranno gli ambiti suscettibili di essere mercificati e, di conseguenza, tanto più il PIL diminuirà. Si tratta di una decrescita del PIL, non di una recessione economica.
E questo non significa un impoverimento sistematico della vita delle persone. Come afferma l’antropologa Stefania Consigliere: «Bisogna rompere questa stregoneria».
Rompere l’incanto del sistema del tanto significa avviare una conversione dell’economia verso una sufficienza intensiva: beni e servizi offerti in modo diretto, accessibili, sottratti alla dipendenza sistematica dal denaro. Significa innescare un progressivo allentamento del lavoro dipendente, favorendo un artigianato diffuso di mestieri e pratiche sociali. Ma soprattutto significa restituire tempo alle persone.


