Eliminare la povertà oltre la crescita – una proposta su cui aprire un dibattito

da | 28 Giu 2026

Un nostro giovane ed attivissimo socio ha tradotto questo interessante articolo recentemente pubblicato sul GUARDIAN in cui è presentata la Roadmap per eliminare la povertà oltre la crescita redatta da un nutrito gruppo di studiosi internazionali.

Non è il primo caso in cui una proposta di questo genere viene formulata (vedi ad ultimo il Global Justice Project redatto dal laboratorio sulla diseguaglianza mondiale), ma in questo caso la la profondità dell’analisi e la corposità delle tesi a sostegno, ma anche il corposo numero di ricercatori che hanno collaborato alla stesura o comunque che hanno sottoscritto i risultati del lavoro svolto, lasciano ben sperare nella sua capacità di penetrazione nel dibattito pubblico. Ma soprattutto dovrebbero garantire la reale percorribilità del percorso suggerito per riportare la razza umana all’interno dei limiti planetari assicurando a tutti gli umani (e non solo) condizioni di vita ed un benessere adeguati e sostanzialmente uniformi. Dovrebbe cioè provare a raggiungere il principale fondamentale obiettivo che da decenni si propone il pensiero della decrescita, pur senza uscire dal modello socio-culturale dominante – e qui c’è forse il lato debole della “Roadmap”.

Il documento infatti affronta le tematiche sostanzialmente (se non esclusivamente) sotto il profilo economico finanziario, senza mettere in discussione nè gli aspetti culturali e filosofici del tema della povertà, nè la centralità del mercato (pur ripoliticizzandone il governo) e tanto meno quella del lavoro retribuito come relazione fondamentale che lega gli umani gli uni agli altri. Relazione che essendo del tipo “do ut des” non lascia spazio al cambiamento culturale e valoriale profondo che a nostro avviso è necessario per “uscire dall’economia” verso società basate sulla  cooperazione e non sulla competizione.

Ad ogni buon conto, nel ringraziare Federico Arcuri per la accurata traduzione del documento, mettiamo il suo lavoro a disposizione di tutti i soci e gli attivisti del nostro movimento come ottimo strumento di riflessione ed autoformazione auspicando che attorno ad esso (ed al progetto di che trattasi) si attivi un dibattito ed un confronto profondo utile a modificare la direzione che il processo di trasformazione socio-economica in atto ha preso e che invece sta spingendo sempre più in una direzione dominata dall’individualismo e della legge del più forte con conflitti che sempre più spesso e con sempre maggiore intensità si stanno trasformando da economico-commerciali a guerre violente.

BUONA LETTURA

Noi economisti abbiamo fatto i conti: la “crescita” è una strategia destinata al fallimento. Esiste un’alternativa.

Olivier De Schutter, Joseph Stiglitz, Jayati Ghosh, Thomas Piketty, Kate Raworth e Jason Hickel

La nostra roadmap è stata elaborata da esperti di tutto il mondo, dalle agenzie delle Nazioni Unite ai movimenti di base. Invitiamo i leader politici di ogni livello a farne uso.

Viviamo in un’epoca di scarsità creata artificialmente. In un mondo più ricco che mai, circa un decimo della popolazione mondiale vive ancora in condizioni di estrema povertà. Milioni di persone non possono permettersi cibo a sufficienza, un’abitazione adeguata o cure sanitarie essenziali, mentre una ristretta minoranza accumula ricchezze e potere a livelli senza precedenti. Allo stesso tempo, siccità, incendi devastanti, alluvioni e ondate di calore ci ricordano che le nostre economie stanno spingendo il pianeta oltre i suoi limiti.

Non si tratta di crisi separate. Sono i sintomi di un modello economico arrivato al capolinea. Povertà e disuguaglianze non sono il frutto del caso: sono il risultato prevedibile di precise scelte politiche, che riguardano il modo in cui progettiamo i sistemi fiscali, regoliamo il mercato del lavoro, attribuiamo valore al lavoro di cura, organizziamo i servizi pubblici e decidiamo quali bisogni e quali voci meritino attenzione. La cosa fondamentale è che, se i governi possono creare la povertà, possono anche eliminarla.

Per decenni la ricetta è stata semplice: far crescere l’economia e la povertà sarebbe gradualmente scomparsa. Ma la promessa che la crescita economica avrebbe portato benefici a tutti non è stata mantenuta. Mentre i redditi nazionali aumentavano, i salari ristagnavano, il lavoro diventava sempre più precario e i servizi pubblici venivano ridimensionati. In alto, i grandi patrimoni continuavano a crescere; in basso, sempre più famiglie erano costrette a ricorrere agli aiuti alimentari. La crescita economica si è progressivamente dissociata dalla prosperità condivisa.

È diventata anche ecologicamente insostenibile. Ci stiamo avvicinando a uno scenario in cui l’aumento delle emissioni e la perdita di biodiversità destabilizzano le condizioni che rendono possibile la vita umana. Circa il 92% delle emissioni globali di carbonio in eccesso è attribuibile ai paesi del Nord globale e il 10% più ricco della popolazione mondiale è responsabile di quasi la metà delle emissioni complessive. Al contrario, le persone che vivono in povertà sono le prime a subire le conseguenze dei raccolti compromessi e dell’aumento dei prezzi alimentari. Un modello economico che dipende da una crescita senza fine su un pianeta dalle risorse finite non è soltanto ingiusto: è pericoloso.

Molti paesi a basso reddito hanno ancora bisogno di crescita per costruire strade, ospedali, scuole, infrastrutture per l’energia rinnovabile e posti di lavoro dignitosi. Tuttavia, il modello di crescita dominante — fondato sull’estrazione delle risorse, sul lavoro a basso costo, sulla dipendenza dalle esportazioni e sull’accumulo di debito — ha contribuito ad ampliare le disuguaglianze e a degradare l’ambiente. La vera questione oggi non è se la crescita continuerà o meno, ma quale tipo di economia stiamo costruendo, a chi essa è destinata e se permette a tutti di vivere con dignità entro i limiti ecologici del pianeta.

Per questo abbiamo deciso di unirci per elaborare e sostenere la Roadmap per eliminare la povertà oltre la crescita. Il documento propone una serie di alternative all’approccio tradizionale del “crescita, tasse e redistribuzione” che ha dominato le politiche economiche degli ultimi decenni.

Non si tratta di un piano elaborato da un piccolo gruppo di esperti. Al contrario. Nell’arco di diciotto mesi, più di 400 persone — rappresentanti delle Nazioni Unite, governi nazionali, studiosi, organizzazioni della società civile, sindacati, soggetti dell’economia sociale e solidale e movimenti popolari provenienti sia dal Nord sia dal Sud del mondo — hanno lavorato insieme per rispondere a una domanda semplice: come possiamo eliminare la povertà e ridurre le disuguaglianze senza considerare la crescita del PIL come la condizione indispensabile del progresso?

Oltre 350 firmatari hanno aderito all’iniziativa, tra cui Jean Drèze, Pavlina Tcherneva, Tim Jackson, Bhumika Muchhala, Julia Steinberger, Ndongo Samba Sylla e Timothée Parrique.

Non condividiamo ogni singolo dettaglio delle politiche proposte. Ma siamo uniti dalla convinzione che le nostre economie debbano essere ripensate mettendo al centro la tutela dei diritti e il benessere collettivo entro i limiti del pianeta, anziché la massimizzazione della produzione a qualunque costo.

I diritti umani non rappresentano un’aggiunta successiva: devono costituire il principio guida per misurare il progresso, stabilire le priorità e affrontare i compromessi inevitabili. La protezione sociale e i servizi pubblici sono indispensabili, ma non possono compensare indefinitamente gli effetti di economie che, per loro natura, producono salari insufficienti, lavoro precario e abitazioni sempre meno accessibili.

Occorre intervenire a monte, modificando le regole del sistema. Ciò significa garantire lavoro dignitoso e programmi pubblici per l’occupazione, salari adeguati al costo della vita e retribuzioni eque, rafforzare il ruolo dei sindacati e la democrazia nei luoghi di lavoro, combattere le discriminazioni e riconoscere il valore del lavoro di cura, retribuito e non retribuito, da cui dipendono le nostre società.

Significa investire nell’infanzia, nell’edilizia abitativa, nella sanità, nell’istruzione e nei trasporti attraverso servizi pubblici universali. Significa inoltre assicurare il controllo pubblico dei settori strategici, orientare il credito verso investimenti che rispondano a priorità sociali ed ecologiche e sostenere lo sviluppo dell’economia sociale e solidale.

Realizzare questa visione implica anche cambiare le regole dell’economia globale. Oggi ai governi del Sud globale viene spesso rimproverato di non fare abbastanza per combattere la povertà, mentre sono stretti nella morsa di sanzioni unilaterali, accordi commerciali restrittivi, scambi ineguali e pesanti debiti che affondano le proprie radici in secoli di spoliazione coloniale.

Circa 3,4 miliardi di persone vivono in paesi che spendono più per il rimborso del debito che per la sanità o l’istruzione. Nel frattempo, le catene globali di produzione consentono un enorme trasferimento netto di lavoro e risorse dal Sud al Nord del mondo.

La solidarietà internazionale è quindi un obbligo morale e giuridico, fondato sulla realtà storica secondo cui molti paesi ricchi hanno costruito la propria prosperità impoverendo il Sud globale attraverso meccanismi estrattivi che continuano ancora oggi, seppure in forme diverse.

Una transizione giusta oltre la crescita deve comprendere una soluzione equa al problema del debito, una maggiore cooperazione tra i paesi del Sud globale, finanziamenti climatici di carattere riparativo e il sostegno a sistemi universali di protezione sociale. Tutto questo deve basarsi sui principi di autodeterminazione e assenza di dominazione, affinché ogni paese possa scegliere autonomamente il proprio futuro economico.

Altrettanto importante è stabilire chi debba guidare questa transizione. Troppo spesso le politiche che riguardano le persone in povertà vengono progettate senza coinvolgerle e, talvolta, persino contro di loro.

Quando i sistemi di welfare si fondano sulla diffidenza, sulle sanzioni e su procedure umilianti, finiscono per alimentare lo stigma e scoraggiare le persone dal rivendicare i propri diritti. Chi vive la povertà conosce meglio di chiunque altro il modo in cui questi sistemi possono fallire nella pratica. La loro esperienza deve contribuire a orientare la progettazione, l’attuazione e la valutazione delle strategie di contrasto alla povertà, dai consigli comunali ai parlamenti nazionali fino alle istituzioni internazionali.

Non partiamo da zero. In tutto il mondo, le lotte dei popoli indigeni, i movimenti femministi, i sindacati e le iniziative per la giustizia climatica stanno difendendo e costruendo modelli alternativi fondati sulla cura reciproca e sui diritti delle comunità sui propri territori.

Nuove alleanze tra Stati stanno promuovendo visioni innovative della governance economica globale e diversi governi stanno sperimentando strategie antipovertà basate sui diritti, assemblee dei cittadini e programmi di sviluppo della ricchezza comunitaria.

Anche le Nazioni Unite e numerosi altri partner stanno esplorando indicatori che vadano oltre il PIL e nuove istituzioni, come un panel internazionale sulle disuguaglianze, per accompagnare questo cambiamento.

La nostra roadmap si basa su questi sforzi, li collega tra loro e li porta un passo oltre. La proponiamo come punto di riferimento comune per quanti rifiutano di accettare che la povertà e il degrado ecologico siano il prezzo inevitabile del modo in cui definiamo oggi il successo economico.

I governi e le istituzioni multilaterali hanno davanti a sé una scelta: continuare a puntare su un modello fondato prioritariamente sulla crescita, ormai in evidente difficoltà, oppure impegnarsi a eliminare la povertà trasformando le regole economiche che la producono.

La povertà è il risultato di scelte umane. Questa è la cattiva notizia, ma anche la buona. Ciò che è stato costruito può essere smantellato e sostituito.

Noi mettiamo sul tavolo proposte concrete, tutte accompagnate da dettagliati profili di policy che illustrano le prove disponibili, le modalità di attuazione e gli esempi già esistenti nel mondo reale.

Invitiamo i leader politici di ogni livello a utilizzarle, ad ascoltare le persone maggiormente coinvolte e a considerare l’eliminazione della povertà, la riduzione delle disuguaglianze e l’effettiva realizzazione dei diritti umani come il criterio fondamentale con cui valutare le politiche economiche.

Olivier De Schutter è presidente di New Economies for Eradicating Poverty; Joseph Stiglitz è premio Nobel per l’Economia; Jayati Ghosh è professoressa di economia all’Università del Massachusetts Amherst; Thomas Piketty è professore alla Paris School of Economics; Kate Raworth è economista presso l’Environmental Change Institute dell’Università di Oxford; Jason Hickel è economista politico e professore all’Università Autonoma di Barcellona.