Il Senso del Limite: Manifesto politico

da | 19 Giu 2026

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«Nè la rivoluzione nè la riforma possono, in ultima istanza,
cambiare una società, senza che ci sia da raccontare una storia nuova e potente,
tanto persuasiva da bloccare i vecchi miti e trasformarsi nella storia preferita…
Se si vuole cambiare una società si deve narrare una storia alternativa».
IVAN ILLICH

 

Manifesto politico

I

«In natura non esistono rifiuti. Questo è il primo insegnamento che dovremo tutti tenere a mente. Disgraziatamente è la prima cosa che abbiamo dimenticato, nella nostra folle corsa allo sviluppo di quella che ancora oggi tanti si ostinano a chiamare civiltà. I cicli naturali sono sempre cicli chiusi. Ciò che viene scartato da alcuni organismi diventa il nutrimento di altri… è bellissimo! Non capisco perché osservare tanta bellezza non ci abbia ispirato idee migliori. Non sempre possiamo eguagliare una tale saggezza, lo so bene. Ma questo dovrebbe essere almeno il nostro metro. Un’idea dovrebbe essere stimata più buona o più cattiva a seconda di quanto si avvicina o si discosta da questo… equilibrio!»

La sua voce era lieve. Non era l’età, chi lo conosceva bene sapeva che era stato così da sempre.

«Io sono stato molto fortunato. Sono nato e cresciuto in una famiglia che aveva compreso bene questo insegnamento. Vedi, noi lavoravamo uno dei prodotti più incredibili che la natura ci abbia donato! Uno dei pochi che abbiamo imparato ad utilizzare rispettandone i princìpi fino in fondo: riusciamo a non produrre praticamente nessuno scarto e sappiamo utilizzare tutte le parti della pianta, e per più scopi addirittura!»

Gli occhi gli si illuminavano quando parlava dell’attività di famiglia. Si avvertiva in lui una vera e propria devozione. Si chiamava Geri. Nessuno seppe mai se era un diminutivo (di cosa poi?) o il suo vero nome. Fu grazie a lui che i primi limitesi impararono a filare. In pianura, quando era ancora un ragazzo, la sua famiglia continuava a tramandare un’attività a cui i suoi avi si erano dedicati, a sentir dire Geri, da sempre.

Lavoravano la canapa.

«La canapa non è soltanto farina, o olio. Non è solo un tessuto resistente, non corde o funi… e neanche quella roba che a voi giovani piace tanto fumare – Rodolfo e gli altri non riuscirono a trattenere qualche risatina sommessa – Non mi fraintendere figliolo, anche io da ragazzo ne ho fumata, sai?»

«Sei un grande, Geri!» lo incitò qualcuno.

«Comunque, ragazzi miei, la canapa non è soltanto questo, è molto di più. È indipendenza, è qualcosa che rende forti e liberi, qualcosa che al potere ha sempre dato molto fastidio. Se devo dirla tutta, sapete che vi dico? La canapa è un manifesto politico!»

«Abbiamo sentito dire che un tempo era molto in voga….» azzardò Duccio.

«Lo era… ma, come dicevo, al potere ha sempre dato fastidio, ed è stata trattata di conseguenza. Si è fatto di tutto per dimenticarne l’uso. Avrebbe potuto sostituire la plastica, il petrolio, molti dei farmaci che l’industria ha prodotto… sai, se fosse stata abbandonata perché nessuno ne aveva capito le qualità potrei tollerarlo, col tempo prima o poi la verità viene sempre a galla… ma qui è successo esattamente il contrario: è stata messa da parte proprio perché avevano capito cos’era!» la sua voce era spezzata, quasi un lamento. Ogni parola che diceva era come un pizzico di sale su una ferita.

Jacopo, l’ingegnere, alla fine si decise e disse: «Una volta, quando lavoravo in pianura… mi è accaduto di partecipare ad un progetto che riguardava proprio la canapa…»

Gli occhi di Geri si illuminarono: «Racconta, figliolo!» disse.

«Niente di che… la parte di lavoro assegnata al mio studio tecnico fu molto limitata. Il progetto consisteva nello sviluppo di una trebbiatrice specifica per la canapa…»

Gli sguardi interrogativi di molti degli altri fuggitivi fecero comprendere istantaneamente a Jacopo che non avevano la minima idea di cosa stesse parlando.

«Siccome la canapa cresce molto, anche diversi metri di altezza – lo trasse d’impaccio Geri – le trebbiatrici che si usano per il grano, il farro, eccetera, non vanno bene…»

«Ma allora… – replicò Duccio – Allora significa che l’interesse per la canapa alla fine è tornato? O no?»

Geri scosse la testa sconsolato: «Perdonami ragazzo – disse poi rivolto a Jacopo – Non voglio sembrarti irrispettoso, sono sicuro che quando ti è stato dato quel compito hai svolto bene il tuo lavoro, che eri in perfetta buona fede, ma…»

«Ma?» incalzò Duccio e notò che quasi contemporaneamente Maso aveva fatto un sorrisetto, lieve, appena un attimo, ma lui lo aveva notato. Come se sapesse cosa stava per accadere.

«Vedi – proseguì Geri – Da un certo punto di vista hai ragione, ci fu una riscoperta della canapa, non lo si può negare! E magari tu, Jacopo, hai pensato che stavi facendo la tua parte, giusto? Che una trebbiatrice industriale (possibile che solo Duccio notasse quanto aveva sottolineato quella parola?) avrebbe dato il suo importante contributo a diffondere la consapevolezza delle qualità di quel prodotto, giusto?»

Jacopo si strinse nelle spalle: «Non vedo dove vuoi arrivare, ma… sì, ho pensato questo»

«Mettiamola così: come era fatta la trebbiatrice a cui stavate lavorando? Era molto grossa?»

«Abbastanza grossa sì… era molto… efficiente ecco!»

«Efficiente! – quella parola fu quasi un’epifania per il vecchio – Generazioni di progettisti si sono votati tutti quanti a migliorare l’efficienza. Quindi, correggimi se sbaglio, era pensata per grandi appezzamenti di terra, giusto? Terra di pianura…»

«Sì… » rispose Jacopo ora più titubante. Non aveva ancora colto il senso del discorso di Geri, ma intuiva che qualcosa gli stava sfuggendo di mano.

«E quelli piccoli? I terreni frazionati di montagna? Che ne è stato di quelli?»

«Io non… noi non ci rivolgevamo a quel settore, ecco»

«Ma sai cosa è successo a quei terreni in cui la vostra trebbiatrice non poteva entrare?»

«No, ma ho la sensazione che tu stia per dirmelo…»

«Certo che te lo dico, ragazzo mio: sono finiti istantaneamente fuori mercato»

«Che intendi?» incalzò Duccio, e di nuovo notò quel sorrisetto sul volto di Maso…

«L’aver ottimizzato, come piace tanto dire a voi di pianura, la trebbiatura a livello industriale avrà sicuramente ridotto i costi di produzione per i grandi appezzamenti. E dopo aver ottimizzato la raccolta sicuramente si è cercato di ottimizzare anche la produzione. Questo significa che si saranno scelti gli usi più redditizi della canapa, per ripagare l’investimento iniziale, giusto? Ma la vera forza della canapa sta nei piccoli produttori, nella varietà di prodotti che si possono ottenere! Quando i produttori sono tanti e piccoli, qualcuno farà l’olio, qualcuno la farina, qualcuno i tessuti, insomma, come avveniva un tempo quando ero giovane. Ma se tu introduci una trebbiatrice industriale, anche la produzione diventa industriale! E i piccoli produttori scompaiono…»

Jacopo abbassò lo sguardo, non si poteva obiettare niente a quel ragionamento…

«Il problema non è cogliere o meno l’importanza della canapa figliolo, il problema è il modello di produzione industriale! Quello stesso modello che ha fatto sì che negli anni ’50 si sia messa da parte la canapa e si sia scelta la via della plastica, del petrolio, dei farmaci di sintesi, ora ha potuto recuperare la canapa facendone comunque un prodotto industriale. Ancora una volta, hanno vinto loro… è tristissimo. Per questo quando seppi che Maso ed altri di noi avevano scelto di tornare qui sull’altopiano di Limite ho deciso di unirmi a loro: perché soltanto qui, in piccolo, si poteva difendere con tutte le nostre forze questa pianta fantastica! Sapevo che qui sarebbe stata molto utile per tanti scopi. Gli abiti che portate anche voi adesso in massima parte sono fatti di canapa e così le lenzuola che avete. L’olio delle lampade delle nostre case è di canapa. Le corde che usiamo sono di canapa, la farina di quella focaccia buonissima che Gemma ci ha insegnato a fare contiene anche una parte di farina di canapa… ho ragione o no a dire che è un manifesto politico?».

II

L’inverno era alle porte e nei mesi seguenti, in particolar modo durante le lunghe serate, Jacopo ebbe modo di riflettere molto sul racconto di Geri, non senza una certa apprensione.

I nuovi arrivati, nel tempo, avevano imparato a dare una mano in praticamente tutti i lavori che si facevano a Limite. Chi più chi meno, avevano appreso le tecniche in uso presso i limitesi. Alcuni eccellevano di più in qualcosa e di meno in qualcos’altro, ma una buona dose di fatica non veniva risparmiata a nessuno. Non accadeva mai che chi mostrava un’attitudine particolare per un compito, venisse dispensato da qualcos’altro, per specializzarsi. L’insegnamento che i nostri amici fuggitivi ricevevano non era dissimile da quello dei bambini limitesi (come nel caso della tessitura al telaio). Tutti dovevano saper fare tutto, nei limiti del possibile. Così fu anche per le lavorazioni legate alla canapa. Dopo la mietitura si doveva fare la macerazione in acqua, e poi, se si intendevano ottenere filati e tessuti, era la volta della separazione della fibra dalla parte legnosa. Geri raccontava che un tempo questa fase aveva nomi diversi a seconda dei luoghi, alcuni la chiamavano semplicemente battitura, altri scavezzatura, perchè usavano un attrezzo rudimentale in legno (che era in uso anche a Limite) che chiamavano scavezzatrice. Un altro attrezzo che si usava subito dopo e che perfezionava la separazione aveva anche questo molti nomi, gramola era quello che venne tramandato dalla famiglia di Geri. Dopo la gramolatura si poteva iniziare la lavorazione vera e propria della fibra. Gli scarti più legnosi di queste fasi venivano messi da parte, in fascine, e generalmente bruciati nei camini e nelle stufe.

Ora, accadeva che i manufatti di canapa erano sempre molto apprezzati in pianura, le rare volte che i limitesi scendevano per barattare qualcosa. Avevano così preso l’abitudine di tenere sempre una buona scorta di materiale. Il terreno da coltivare non mancava, il tempo nemmeno, e ora che nuove braccia si erano unite al gruppo, si poteva estendere la coltivazione per aumentare la produzione, il che serviva anche a soddisfare un’esigenza immediata in quanto i nuovi ospiti significavano più vestiti e lenzuola da tessere e confezionare. Per farla breve, in poco tempo la mole degli scarti di lavorazione superò di gran lunga le necessità: per quanto bruciassero bene e venissero usati per iniziare ad appiccare il fuoco, ne restavano sempre molti. In particolare, una delle abitazioni che aveva uno spazio esterno coperto, sul lato nord-ovest, divenne una sorta di “magazzino ufficiale” per l’intero villaggio. E il caso volle che questa fosse l’occasione per Jacopo di riscattarsi definitivamente agli occhi di Geri.

La sua mania, da ingegnere, per i calcoli, lo aveva portato spontaneamente a notare che durante l’inverno, a parità di volume interno, quell’abitazione necessitava di meno legna per il riscaldamento. La differenza non era molto rilevante, ma fu quanto bastava per mettere in moto il suo ragionamento, che entro poco partorì una spiegazione: «Ma certo! – si disse Jacopo – Se non ricordo male la canapa è anche un discreto isolante termico! Non sarà che quella massa di scarti addossata all’esterno delle pareti abbia contribuito a limitare le dispersioni termiche dell’edificio?». Non era una conclusione azzardata…

Decise di parlarne con gli anziani e con lo stesso Geri, che lo fece parlare ascoltandolo con interesse.

«Cosa proponi dunque?» chiese alla fine.

«Potremmo usare il prodotto in sovrappiù per isolare tutti gli edifici! Risparmiare legna significherebbe meno fatica per il taglio e il trasporto… e anche un minor impatto per il bosco stesso…»

Questo piacque molto ai limitesi, e Geri non mancò di fargli notare il suo apprezzamento.

«Bravo, figliolo! – gli disse sinceramente – Questo è il tipico modo di ragionare che ci aspetterebbe da un limitese: ridurre, ecco la chiave! Ridurre gli scarti, ridurre le dispersioni termiche, ridurre la quantità di legna da tagliare… bene. Molto bene! Dobbiamo perfezionare alcuni dettagli, ma credo che sia un’ottima idea!»

III

Quando il Consiglio dette ufficialmente il suo assenso tutti corsero a congratularsi con Jacopo. Fu uno dei giorni più belli del suo soggiorno a Limite, che ricordò con commozione per il resto della sua vita. Di lì a poco si iniziò a mettere in pratica quanto era stato pensato. Gli anziani fecero notare che l’isolamento esterno in canapa poteva essere deteriorato dalle intemperie, soprattutto dalla pioggia, e che quindi sarebbe stato necessario proteggerlo in qualche modo. Le soluzioni ipotizzate furono due: un intonaco a calce di uno spessore sufficiente, oppure una trama di sottili assi di larice inclinate, quasi una sorta di persiana, in modo da far defluire l’acqua. Il larice, che fortunatamente si poteva trovare in abbondanza nei boschi in quota, resisteva molto bene all’umidità, come confermarono Geri, Lino ed altri che si intendevano un po’ di falegnameria. Poiché non c’era motivo di scegliere l’una o l’altra soluzione, si decise di portarle avanti entrambe, valutando caso per caso quale delle tue tecniche applicare. I lavori procedevano celermente, ma senza fretta. A Limite si era imparato da tempo ad apprezzare la lentezza, e non si tendeva mai a forzare il ritmo naturale delle cose. Fu durante questi lavori che accadde l’altro evento che Jacopo in futuro avrebbe ricordato con profonda commozione.

Un giorno di mezza stagione, in cui l’aria era carica di elettricità e nubi nere guardavano giù verso il villaggio senza decidersi se far piovere o meno, d’un tratto un fulmine cadde vicino alle abitazioni ed incendiò un mucchio di materiale con cui i nostri stavano approntando l’isolamento di uno degli edifici. Subito ci fu un fuggi fuggi generale e in molti recuperando in fretta secchi e quant’altro si misero a correre verso il lavatoio, che era la fonte di acqua più vicina, per cercare di spengere le fiamme. Ma, come già detto, il lavatoio era più in basso rispetto alle abitazioni, e correre in salita con i secchi pieni d’acqua non era facile. Inaspettatamente, nello scompiglio generale, quando lo sconforto iniziava ad avere la meglio sugli animi dei limmitesi, Maso ed Eri d’un tratto si bloccarono guardandosi l’un l’altro in modo inequivocabile: avevano avuto entrambi, contemporaneamente, la medesima illuminazione. Fu Eri a rompere il silenzio per primo: «Maso, stai pensando a quello che sto pensando anche io?»

Maso annuì: «Le condutture di Jacopo!».

Non dissero altro, e presero immediatamente a correre in alto, verso la presa d’acqua sopra l’abitato. Quando li videro, subito anche tutti gli altri capirono, Jacopo compreso. Quando avevano cercato di portare l’acqua in ogni casa del villaggio e Jacopo e i suoi avevano scavato delle condutture superficiali che partivano dal bacino che si trovava in alto, sopra il villaggio, non avrebbero certo immaginato che un giorno sarebbe potuto accadere una cosa del genere. Eppure… anche quando venne deciso che quella non era stata una buona idera, le condutture non vennero mai smantellate. Ci si limitò a chiudere il canale di alimentazione in alto, e più di uno degli anziani aveva detto tra sè: «Chissà, un giorno potrebbero tornare utili».

Quel giorno era arrivato.

Si rivelò un’idea eccellente aver mantenuto sempre pulite e funzionali quelle condutture che pure nessuno usava, e in poco tempo, grazie all’acqua che venne fatta arrivare molto vicino al luogo ove si era sviluppato l’incendio, le fiamme vennero domate, e le perdite di materiale vennero contenute. Inutile dire che per Jacopo fu un’esperienza forte, che lo toccò nel profondo. A sera, gli anziani decisero che era il caso di dire due parole e convocarono una riunione del Consiglio.

«Amici, è stata una giornata molto particolare – esordì Maso – Una di quelle giornate che non si dimenticano. Penso che oggi abbiamo tutti imparato una lezione importante. Quando, tempo fa, Jacopo se ne uscì con la sua idea di portare l’acqua in ogni casa, nessuno di noi avrebbe potuto immaginare le implicazioni di quel gesto e, credo, nemmeno Jacopo stesso, giusto figliolo?»

«Puoi dirlo forte Maso!» rise Jacopo.

«E, similmente, forse pochi di noi avranno compreso la decisione del Consiglio di chiudere le condutture senza smantellarle…»

«A dire il vero – azzardò Bruno – Non è stato tanto quello… quello che ci ha stupito piuttosto era il perché continuare a tenerle pulite, nel tempo, se era chiaro che non c’era più l’intenzione di usarle. Sai, non smantellarle fu la decisione di un momento, che non aveva ulteriori implicazioni perché si trattava in buona sostanza di “non fare” qualcosa. Ma prendersi cura delle condutture inutilizzate, nel tempo, è stato ben diverso… ha richiesto impegno e un lavoro che in molti abbiamo ritenuto… sì insomma, inutile!»

«Hai detto bene Bruno: prendersi cura! È questo il senso ultimo di quello che è stato fatto»

«Tu hai visto come insegnamo ai bambini Bruno – aggiunse Costanza – Anche in quel caso facciamo cose che, in molti casi, saranno inutili. Chi può dirlo? Chi può sapere cosa faranno quei bambini tra dieci o vent’anni? Se l’aver imparato a filare e tessere, o lavorare il legno o quant’altro, sarà per loro una ricchezza o meno… nessuno lo sa. Eppure insegniamo loro tutte le cose possibili...»

«Ci prendiamo cura di loro… – volle precisare Geri – Non per i vantaggi immediati che le nostre azioni possono produrre, ma perché abbiamo fiducia, come hanno avuto fiducia i nostri nonni che, appena arrivati qui, piantarono dei noci, di cui nessuno di loro vide mai i frutti. Come dice un testo sacro di molti secoli fa: Nostra è l’azione, ma non i frutti dell’azione!».

***

Ci vediamo a Limite, tra due mesi, con il prossimo racconto.

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