Un contributo di Nello DE PADOVA, Raffaele NAVARRETTA e Mario SASSI
Alla fine anche in ASviS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile) cominciano a sdoganare la decrescita, seppur facendola entrare dalla finestra e lasciando che dalla porta entri la Post-Crescita.
Lo hanno fatto con questo recente articolo pubblicato sul sito www.futuranetwork.eu (che non è la voce ufficiale di ASviS ma un sito realizzato dalla stessa allo scopo specifico di alimentare un dibattito sui temi su cui è impegnata l’Alleanza) a firma di Giuliana Coccia (referente del Gruppo di Lavoro ASviS sui Goal n.1 “Sconfiggere la povertà” e n.10 “Ridurre le disuguaglianze”). Un esponente quindi di un certo peso della stessa organizzazione.
Articolo in cui si afferma che “Adottare un nuovo modello economico di “post-crescita”[1] non vorrà dire solo sopravvivere, ma anche prosperare. Ciò richiederà, attraverso una pianificazione democratica e in modo equo, il ridimensionamento dei livelli di produzione e di consumo (talvolta definito “decrescita”), precisando che “dovrebbero diminuire i settori ad alto impatto e di limitata utilità sociale, mentre potrebbero crescere energie rinnovabili, sanità, istruzione, assistenza e trasporto pubblico” [grassetto nel testo originale] ma affrettandosi subito dopo a considerare che “Restano, tuttavia, domande molto concrete. Pensioni, occupazione, entrate pubbliche e pagamento del debito sono stati organizzati immaginando economie in crescita. Non basta affermare che “meno è meglio”: bisogna spiegare come cambiare il sistema senza scaricare i costi sui lavoratori, sulle famiglie e sulle persone più fragili”, forse anche per ricordare che fra i Goal dell’agenda 2030 c’è anche il n. 8 “Lavoro dignitoso e crescita economica”.
Ed è qui che si evidenzia tutta la differenza fra la Decrescita e lo Sviluppo Sostenibile che non fornisce nè può fornire risposte alle domande che l’autrice dell’articolo pone poichè la quadratura del cerchio diviene impossibile a meno di non trasformare tutto ciò che è di “utilità sociale” in merci da vendere ai cittadini, cioè esattamente ciò che vuole il neoliberismo più puro. Stesso peccato originale di cui è tacciabile la Post-Crescita quando, appunto, propone di potenziare servizi e infrastrutture che producano benessere finanziandole con la tassazione delle vendite di prodotti fuori da questa sfera, venduti sul mercato. Produzioni e vendite che quindi necessariamente devono essere tutelate se non continuamente accresciute proprio per garantire i flussi finanziari al sistema fiscale. Senza quindi uscire dalla logica di mercificazione omnicomprensiva caratterizzante il sistema dominante.
Ciò che ci preme evidenziare nel nostro articolo è invece come la decrescita metta in discussione in maniera radicale il sistema attuale basato sul modello redistributivito, fornendo altresì risposte convincenti alle sopra menzionate domande.
D’altra parte non possiamo nascondere che, ad oggi, gli autori più radicali dell’universo decrescista non si sono ancora avventurati in proposte concrete utili a formulare un “programma politico” capace di “uscire dall’immaginario economico”, una strategia che Serge Latouche prima di tutti ha indicato come indispensabile per intraprendere una transizione che:
- riporti l’umanità ad interagire con l’ambiente di cui è parte in modo ecologicamente compatibile con i limiti planetari
- migliori il benessere di tutti gli esseri viventi, rilocalizzando la struttura economica della società
- trasformi la cultura e l’immaginario sociale liberandoli dall’ossessione della competizione e dell’individualismo
Con questo articolo vogliamo presentare un set minimo di “politiche veramente decresciste”, estrapolandole da un documento (Uscita di Emergenza) più ampio che, pur datato, è comunque a nostro avviso ancora un utile riferimento di approfondimento.
Politiche che hanno la fondamentale caratteristica di essere coerenti, autoconsistenti ed autorafforzanti (purchè adottate tutte contemporaneamente). Inoltre possono (e devono) essere implementate a varie scale, dal singolo quartiere fino all’intero mondo “sviluppato” (che è quello che deve decrescere poichè quello “non sviluppato” o “in via di sviluppo” ha diritto, necessità ed anche margini per crescere all’interno dei limiti di sostenibilità, purchè cresca “nel modo giusto” e non in quello che gli si sta imponendo di seguire: cioè quello occidentale).
Un’ultima ma non meno importante caratteristica tali politiche possiedono, a nostro avviso, la caratteristica di essere auspicabili e desiderabili, così da non essere percepite come rinunce ma possibili alternative da percorrere, dagli stessi cittadini.
Siamo dubbiosi che l’utopia della nostra proposta soddisferà a pieno la voglia di risposte dell’autrice dell’articolo, ma auspichiamo che possa essere utile per permettere alla decrescita di entrare nel dibattito finalmente dalla porta principale.
Le 5 proposte basiche del nostro “esercizio mentale”, che un qualche soggetto (movimento, partito…) potrebbe fare proprio e proporre ai cittadini, vanno ad incidere sui 3 obiettivi sopra menzionati andando a tangere sui vari aspetti di cui si compone la società umana: l’aspetto economico e con esso il lavoro, l’aspetto politico e giuridico ed in ultimo ma non meno importante quello culturale e spirituale.
In riferimento al primo obiettivo:
- Porre limiti stringenti alla pubblicità così da andare ad incidere nella sfera economica e culturale
- Riorientare il sistema fiscale anch’esso per suscitare dei cambiamenti nell’ambito economico ma anche in quello politico e giuridico
Per quanto riguarda il secondo obiettivo invece:
- Istituire il lavoro civico per portare ad una risignificazione del lavoro
- Garantire servizi universali e gratuiti per uscire dalla logica del “ricatto occupazionale”
Per il terzo obiettivo, forse ad una prima lettura potrebbe sembrare il meno importante, ma in realtà quello decisivo:
- Avviare un percorso culturale e spirituale per “decolonizzare l’immaginario”
Chiaramente ogni proposta è trasversale e non settoriale: sia riguardo alla sfera d’incidenza in cui ha effetto, sia come fascia della popolazione che va ad interessare.
E soprattutto ribariamo che solo se attivate tutte assieme riescono a perseguire un’ottica olistica e sistemica.
Ci preme un’ulteriore puntualizzazione, è necessario uscire dalla logica del paradigma dominante, una logica produttivista, estrattivista e centralista per abbracciare come specie umana un’ottica completamente diversa che sia demercificata, in equilibrio ecologico e che diluisca il potere oggi nelle mani di un numero troppo esiguo di persone ed istituzioni.
Queste 5 proposte sarebbero solo un primo step, un primo innesco per una mole di interventi molto più ampia, per una rivoluzione che porti il genere umano lontano dall’abisso a cui a grande velocità si sta avvicinando.
Bisogna rallentare, frenare, sterzare e cambiare rotta quindi per fare ciò le idee che si devono proporre possono apparire rivoluzionarie ed utopistiche ma d’altronde non potrebbero essere altrimenti.
Se vi abbiamo incuriosito a sufficienza vi chiediamo di avere pazienza. Nelle prossime settimane pubblicheremo altri articoli più dettagliati su queste proposte politiche.
Per ora vi lasciamo con lo schema concettuale, che è solo uno dei molteplici esempi su come queste politiche interagiscono e si sostengano a vicenda, che trovate in apertura di questo articoli.


