I laboratori del gruppo Femminismi e Intersezionalità del Movimento per la Decrescita Felice

da | 21 Gen 2026

Intersezionalità femminismi e Decrescita

Silvia Barla, Carola Lanatà (gennaio 2025) x Malgrado le Mosche.


Non può esserci decrescita senza femminismo né può esserci femminismo senza decrescita:

I laboratori del gruppo Femminismi e Intersezionalità del Movimento per la Decrescita Felice

 

“È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo.”

 

Questa citazione, che Mark Fisher nel suo Realismo Capitalista (2009) ha attribuito sia a Slavoj Žižek sia a Fredric Jameson, richiama con forza i limiti della nostra capacità immaginativa, a livello di società, di concepire un sistema diverso da quello capitalista. Tale
difficoltà non riguarda solo il nostro modo di relazionarci alle altre persone negli scambi quotidiani e più pratici, ma si radica profondamente nella nostra stessa concezione della realtà, rendendo il capitalismo un paradigma che appare inevitabile e immutabile. Ed è proprio questa ineluttabilità che la decrescita, come movimento sociale e teoria di ecologia politica, si propone di decostruire e superare, mettendo in evidenza i limiti di un sistema costruito sull’idea irrealistica di crescita perpetua. Oltre a una critica al capitalismo come
modello di organizzazione economica e sociale, la decrescita rappresenta inoltre un impegno ad immaginare e costruire modi diversi di essere e vivere, aprendo lo spazio a molteplici direzioni future, oltre quegli ideali inculcati di crescita e progresso lineari, lasciandoci
contaminare e trasformare in modo inaspettato dagli incontri con idee e mondi differenti. Ed è proprio questo che, nel piccolo di un gruppo creatosi nel corso di diverse esperienze condivise – da un bike tour per le strade siciliane a dei webinar tenutisi durante il freddo dello
scorso febbraio – abbiamo provato a fare, riunendo le nostre storie, desideri e preoccupazioni per il futuro, così come per il presente. Ma prima, per contestualizzare cosa sia effettivamente questa decrescita, è utile esplorarne le origini. Come concetto e movimento, ha radici ideologiche che risalgono agli anni ‘60 e ‘70 in Francia, un periodo segnato da forti tensioni sociali – come le rivolte del maggio ‘68 – e in
cui venne pubblicato il celebre “Rapporto sui Limiti dello Sviluppo” (Limits to Growth) del Club di Roma. Mettendo in discussione la sostenibilità di una società basata sul consumismo e sull’espansione illimitata, movimenti studenteschi, operai ed ecologisti iniziarono a
intrecciare critiche contro le pratiche imperialiste, estrattiviste e neoliberali del governo francese, fornendo il terreno fertile per le idee che avrebbero nutrito il movimento della decrescita. Negli anni 2000, la decrescita si consolidò come campo di ricerca e movimento sociale,
influenzata da pensatori come Serge Latouche e il suo concetto di “decolonizzazione dell’immaginario” (S!lence, 2002). Aprendo un dialogo tra la nozione di immaginario capitalista di Cornelius Castoriadis e il progetto di decolonizzazione dei movimenti
anti-imperialisti degli anni ‘70, Latouche fornì per la prima volta un quadro teorico distintivo alla decrescita, sottolineando la necessità di andare oltre il sistema di valori, simboli e significanti dell’egemonia occidentale – processo che richiede un impegno per liberarci dall’
“invasione mentale” capitalista di cui siamo sia vittime sia agenti. Le idee di Latouche furono ribadite durante la conferenza “Unmake Development, Remake the World”, tenutasi a Parigi nello stesso anno, dove venne redatto il primo manifesto della decrescita. Da allora, il movimento si è diffuso dall’incubatore francese all’Italia, alla Catalogna e al resto d’Europa, fino a raggiungere la scena internazionale con la prima conferenza mondiale sulla decrescita a Parigi nel 2008. Più che una semplice teoria economica, il movimento rappresenta quindi un invito concreto a una radicale trasformazione culturale e sociale, ripensando il nostro rapporto con l’ambiente e gli altri esseri viventi in termini di reciprocità e mutualità, e riconoscendo e celebrando l’interdipendenza della vita. Ed è proprio a questo punto che, per noi, diventa fondamentale intrecciare le riflessioni e gli insegnamenti che derivano dalle esperienze dei femminismi a quelli della decrescita – affinché quest’ultima rappresenti un sincero e radicale impegno per una maggiore giustizia socio-ecologica. Entrambi possono essere interpretati come un duplice progetto: da un lato di decostruzione, per smantellare pezzo per pezzo i pilastri ideologici dell’egemonia coloniale capitalista, e dall’altro di ricostruzione, che mira a co-creare molteplici modi di vivere insieme. Per far ciò, è essenziale riconoscere il profondo legame tra diversi sistemi di dominazione – come il capitalismo e il patriarcato – e portare avanti una loro critica congiunta. Le prime teorie femministe hanno messo in luce il lavoro invisibilizzato – come, ad esempio, le mansioni tradizionalmente femminili associate alla cura – su cui il capitalismo si regge per generare profitto e accumulazione continua, attraverso una profonda gerarchizzazione dei diversi aspetti della vita umana. Attraverso un simile meccanismo, questo aspetto si ripresenta anche nell’attuale crisi ambientale in cui le attività dei sistemi ecologici vengono svilite dal capitalismo il quale le considera soltanto in meri termini economici e in quanto fonti potenziali di profitto, nonostante rappresentino la base della vita stessa. La decrescita cerca di ribaltare questa visione del mondo, ponendo al centro tutti quei lavori fondamentali che sostengono le nostre comunità “più che umane”, e facendo della cura uno dei suoi principi cardine. Tuttavia, è imprescindibile fare un passo più avanti rispetto a queste prime rivendicazioni femministe che – seppur rimanendo fortemente rilevanti – rappresentano un’emancipazione solo parziale la quale esclude molte soggettività e tende a riprodurre dinamiche coloniali. Ed è in questo quadro che emergono con forza gli insegnamenti e le rivendicazioni dei femminismi intersezionali, i quali si propongono di mettere realmente in discussione l’organizzazione gerarchica e coloniale della struttura globale e riconoscere la complessità dei molteplici piani di oppressione presenti in essa. Integrare questo tipo di riflessioni diventa fondamentale per tutti quei movimenti che si dichiarano impegnati nella giustizia sociale ed ecologica, come la decrescita, al fine di questionare continuamente le proprio pratiche e rivendicazioni per non riprodurre le stesse dinamiche coloniali contro cui si esprimono. A nostro avviso, non può esserci decrescita senza femminismo né femminismo senza decrescita. Le due prospettive, insieme, costruiscono un progetto di trasformazione radicale che non si limita a distruggere i paradigmi consolidati, ma cerca di espandere i limiti dell’immaginazione utopica per creare nuove forme di convivenza, basate sulla solidarietà e la reciprocità dei rapporti interspecie. In questo senso, gli insegnamenti dei femminismi non si fermano a una critica sociale, ma rappresentano una fonte di ispirazione pratica per il movimento della decrescita, ricordandoci che molte delle idee e dei valori sostenuti da essa non sono invenzioni uniche del movimento, ma rivendicazioni che altri gruppi e lotte sociali portano avanti da molto tempo, e da cui possiamo apprendere e intrecciare reti di solidarietà, per aprire le nostre comunità a possibilità radicalmente diverse per il futuro. E sono proprio questi gli elementi su cui il Movimento per la Decrescita Felice (MDF) riflette e queste le modalità che si impegna a praticare su e con i territori dal Sud al Nord della penisola e non solo, al fianco di progetti, associazioni e iniziative che già agiscono dal basso in nome della intersezionalità di cui sopra.

Come si può leggere sul sito, lɜ sociɜ e coloro vicinɜ al Movimento per la Decrescita Felice immaginano e lavorano per «un mondo in cui si persegua collettivamente il ben-essere di tutti gli esseri viventi in armonia con i limiti biofisici dell’ecosistema. Un mondo in cui vi sia
giustizia sociale e sostenibilità ambientale, animato da comunità e reti interdipendenti, collaborative e inclusive» (https://decrescitafelice.it/chi-siamo/). Si tratta di un percorso complesso e non scontato, durante il quale ogni passo è sempre collettivo e sorge dal confronto e dall’incontro tra sensibilità e prospettive differenti, le quali contribuiscono ad allargare ancora di più l’orizzonte della lotta e dell’impegno quotidiano, scardinando confini mentali e fisici e sconfinando le barriere di pensieri etnocentrici, antropocentrici, maschiocentrici, occidentecentrici e via dicendo, al fine di raggiungere il margine – o, meglio, i margini – e stare in quella scomoda condizione che bell hooks definiva «luogo di radicale possibilità, uno spazio di resistenza. Un luogo in cui abitare, a cui restare attaccati e fedeli, perché di esso si nutre la nostra capacità di resistenza. Un luogo capace di offrirci la possibilità di una prospettiva radicale a cui guardare, creare, immaginare alternative e nuovi mondi» (hooks & Nadotti, 2020, p. 134).

Come insegna la geografia, si tratta a tutti gli effetti più di un luogo che di uno spazio, poiché – riprendendo il monito della guida turistica, Gennaro, ad Antonia, Sonic e agli altri partecipanti della cosiddetta “escursione sulle orme del lupo” nell’oasi di Campotto e Bassarone (FE) nell’ultimo libro, Gli Uomini Pesce, di Wu Ming 1 (2024) – «[p]er riparare i danni che abbiamo fatto non basta del generico spazio di fianco al fiume. Per carità, sarebbe già qualcosa, visto che adesso ci sono costruzioni fin sotto gli argini… Ma servono dei luoghi viventi, che col fiume siano in simbiosi, luoghi con le loro specificità, e di cui avere cura» (Ivi, pp. 385-386).

Uno dei luoghi viventi e di cui avere cura a cui il Movimento per la Decrescita Felice ha voluto fare spazio da più di un anno a questa parte è un gruppo in corso d’opera dal nome Femminismi e Intersezionalità, nato con il proposito di studiare, approfondire ed elaborare le
tematiche che legano la necessità di cambiamento del paradigma economico-sociale capitalistico in tutte le sue sfaccettature, avendo come quadro teorico di riferimento l’insieme delle riflessioni riportate in questo articolo. Il desiderio di approfondire il dibattito sulla decrescita da questo punto di vista liminale e da questo posizionamento situato deriva dalla consapevolezza diffusa che i privilegi delle società contemporanee sono stratificati e attraversano diversi aspetti delle nostre vite: dal luogo di nascita alle ricchezze materiali possedute, passando attraverso i beni naturali circostanti, la provenienza socio-economica e geografica, il genere, la specie, eccetera. Ci siamo dunque resɜ conto che non è possibile pensare di poter cambiare tali paradigmi senza soffermarsi sulle dinamiche egemoniche di potere (Gramsci, 2014) che li attraversano e, soprattutto, li accomunano.

Per questo motivo, tra l’autunno e l’inverno scorsi, abbiamo organizzato e successivamente realizzato online un ciclo di webinar i quali, prendendo il nome di Decrescita e Femminismi, hanno affrontato in maniera co-costruita alcune tematiche e pratiche fondamentali dell’intersezione tra i due. Dopo diversi momenti di confronto e dibattito, il nascente gruppo Femminismi e Intersezionalità ha deciso di aprire i workshop solo a donne e soggettività queer e non maschie-cis-etero, dunque separatista, al fine di consentire al gruppo di sentirsi più al sicuro (Palomba, 2023) e trovare un momento e uno spazio altri di riflessività al di fuori della – seppur, chiaramente, dentro la – frenetica quotidianità patriarcale e capitalista.

Gli incontri sono stati quattro e sono stati facilitati da formatrici e attiviste esperte di questioni tra loro complementari. Nel corso dei primi due incontri sono intervenute Claudia Fauzia (economista esperta in studi di genere e delle donne) e Mackda Ghebremariam Tesfaù (dottoressa di ricerca in Scienze Sociali) a partire da alcune nozioni di base dei femminismi contemporanei, quali la questione dei privilegi e delle oppressioni, l’approccio intersezionale, la storia e la genealogia del femminismo nero, la questione meridionale e l’antimeridionalismo, e l’ecofemminismo. Il terzo e il quarto incontro sono stati poi facilitati dalle sottoscritte – Silvia Barla (laureanda in Scienze Ambientali e Sociologia Rurale) e Carola Lanatà (laureata in Comunicazione Interculturale, con un focus su Antropologia Politica) – e hanno assunto una forma maggiormente laboratoriale al fine di lavorare creativamente e “partendo da sé” – proprio come insegnano i femminismi – sulle questioni di cui sopra.

Sulla scia di alcuni riferimenti particolarmente significativi, tra cui Appunti per un dizionario delle amanti di Monique Wittig e Sande Zeig (2020) e Le Visionarie. Fantascienza, fantasy e femminismo: un’antologia a cura di Ann e Jeff VanderMeer (2018), negli ultimi due incontri lɜ partecipanti hanno avuto modo di tornare su di sé e pensare a come i contenuti dei precedenti workshop risuonassero con le proprie esperienze. Inoltre, abbiamo avuto l’opportunità di affiancarlɜ – alcune per la prima volta nella loro vita – in un processo di scrittura utopico-creativa al fine di immaginare una realtà a misura di sé e di tuttɜ, poiché «è immaginando il mondo insieme a seconda dei nostri sogni e desideri e condividendo le nostre visioni (…) che possiamo creare la società in cui vogliamo vivere. (…) “Sognare è una parte naturale dell’essere umane. In condizioni ideali, la fantasia prospera, proprio come un terreno nudo diventa una foresta se non viene falciato o spruzzato con pesticidi. E anche se il nostro muscolo dell’immaginazione è in qualche modo atrofizzato, uno dei primi passi per rafforzarlo è iniziare a notare i nostri sogni e desideri, essere recettivi ad essi e considerarli come una forma di intelligenza preziosa”» (dal testo Imagination in Crisis di Tadeáš Žďárský, formatore e attivista per la Decrescita).

In conclusione, ci sembra importante sottolineare ancora una volta le ragioni che ci hanno condotte – in quanto gruppo Femminismi e Intersezionalità – non solo a promuovere, ma anche a praticare, una nuova visione della decrescita nei nostri percorsi condivisi, in cui si è
inserito anche il ciclo di webinar Decrescita e Femminismi. Riteniamo infatti che la decrescita non si esaurisca nella decostruzione dei paradigmi dominanti, ma rivolga lo sguardo al futuro, per reimmaginare la sfera sociale ed economica in chiave rigenerativa, piuttosto che estrattiva. In questo processo di ricostruzione, i femminismi nelle loro diverse concettualizzazioni offrono esperienze esemplari sui valori chiave che possono determinare una nuova sensibilità umana, volta alla solidarietà e reciprocità dei rapporti. Ed è in questo incontro che si è originato il percorso di rinnovato attivismo che abbiamo voluto imboccare, un passo alla volta, insieme.