Alcuni dei nostri soci MDF, in qualità di delegati, hanno partecipano all’ assemblee del 12 Luglio della cooperativa GFF (ex GKN). Con l’azionariato popolare di exGKN, di cui il Movimento per la Decrescita Felice è parte, approviamo e sosteniamo con convinzione questo percorso, nella fiducia che avrà successo e che saprà dimostrare, in modo concreto, la necessità di una radicale rilocalizzazione della produzione, dei consumi e di tutto ciò che li rende possibili, compresi finanziamento e proprietà.
Con la pubblicazione di questo report e con il ringraziamento alle socie e ai soci delegati per la partecipazione, ribadiamo il nostro sostegno alle lavoratrici e ai lavoratori exGKN e al progetto che stanno portando avanti.
Convergere, salpare e insorgere
Il rischio è alto, ma non c’è più tempo: salpiamo
1. L’assemblea del 12 luglio approva l’avvio della direttrice cargobike del piano industriale della cooperativa GFF, con la conseguente individuazione di una sede idonea all’avvio della produzione.
2. Dà quindi mandato affinché i fondi raccolti prima su Ener2Crowd e poi su Produzioni dal Basso vengano prelevati e trasformati in adesioni delle socie e dei soci finanziatori della cooperativa.
3. Si tratta di un passaggio importante, delicato, carico di potenziali rischi, ma ormai non più rinviabile.
4. Nasce così, a tutti gli effetti, l’Assemblea delle socie e dei soci finanziatori (che chiameremo Assemblea dell’azionariato popolare), con diritto di discussione e di voto sul futuro della cooperativa GFF.
5. Sta a noi fare in modo che questo processo non si riduca a una delega passiva o a un rapporto di natura meramente economica. Questo passaggio dovrà essere l’embrione di una fabbrica socialmente integrata e il motore di un mutualismo permanente e conflittuale. Altrimenti, non sarà nulla.
6. In poche parole, non salpiamo con il mercato, ma contro il mercato. Salpiamo per costruire un nuovo conflitto con il capitale e con i suoi meccanismi, nella consapevolezza che, quanto più crescerà l’equipaggio nella produzione, tanto più dovranno crescere gli equipaggi sociali: quelli impegnati nella lotta per la riconversione ecologica e contro l’economia del riarmo.
7. Il passaggio cooperativistico è soltanto una delle tappe di questi cinque anni di lotta. È uno degli strumenti di cui una lotta operaia ha dovuto dotarsi in un corpo a corpo interminabile con un capitale che fugge, delocalizza, ricatta, specula e aggira ogni vincolo. Siamo pienamente dentro la tradizione delle lotte argentine e brasiliane, e dei movimenti che hanno fatto propria la parola d’ordine: «occupare, resistere, produrre».
8. Il piano industriale non avrebbe dovuto partire così, né con un ritardo tanto grave. Nell’ottobre 2024 avevamo dato un mese di tempo alla politica perché impedisse che il piano marcisse. Non hanno mosso un dito. Al contrario, la vicenda del Consorzio Industriale Pubblico si è trasformata in un vero e proprio paradosso.
9. Il piano che oggi ci accingiamo ad avviare ha attraversato una quantità enorme di rielaborazioni, spesso faticosissime, fino a essere praticamente ribaltato. Saremo costretti a partire dalla fine per poter tornare all’inizio.
10. La reindustrializzazione dal basso era nata per togliere ogni alibi a chi sosteneva che esistesse una «fabbrica senza piano industriale». Ben presto è diventato evidente il contrario: avevamo un piano industriale senza più una fabbrica. La fabbrica era stata trasformata in un complesso immobiliare.
11. Non siamo stati licenziati e di conseguenza abbiamo lasciato dietro di noi una fabbrica vuota. Siamo stati licenziati per svuotare la fabbrica. Quello che per noi è un vuoto, per il capitale rappresenta la possibilità di riempire fino in fondo la propria natura speculativa.
12. Per riaprire la fabbrica avevamo elaborato un piano che partiva dalla linea industriale dei pannelli fotovoltaici e sviluppava attorno ad essa le altre attività: installazione, riciclo e cargobike. Le cargobike avrebbero dovuto rappresentare il settore più piccolo del progetto.
13. Oggi, invece, siamo costretti a percorrere la strada opposta: prima le cargobike, poi, forse, l’installazione, quindi il riciclo e, infine, la linea industriale di produzione. Non è la stessa cosa e non sarà né facile né scontato.
L’assenza di intervento pubblico
14. Fin dal 2022 e, con ancora maggiore precisione, nel 2023, abbiamo avanzato l’ipotesi di trovarci di fronte a un’operazione immobiliare. I fatti ci hanno dato ragione in ogni dettaglio
15. A oggi la situazione può essere riassunta così: QF (ex GKN) è in liquidazione; ha venduto l’immobile a TI e SIT (Toscana Industry e Sviluppo Immobiliare Toscana), che nel frattempo hanno assunto anche i debiti di QF. A loro volta, TI e SIT sono state capitalizzate da Idea
Group, altro soggetto immobiliare che, nel corso degli anni, ha spesso operato insieme ai grandi fondi della finanza immobiliare.
16. QF, TI, SIT e Idea Group sono società formalmente distinte, ma evidentemente correlate, come esse stesse hanno dichiarato. Si tratta, di fatto, della medesima operazione articolata su soggetti diversi. Dietro TI e SIT, inoltre, compare come finanziatrice dell’investimento una
società fiduciaria, Fiditalia, che a sua volta scherma altri soggetti. In cima alla piramide potrebbe esserci chiunque: ancora GKN, Melrose, Borgomeo oppure altri attori industriali o finanziari. L’unica certezza è che chi mette i capitali sente il bisogno di nascondersi.
17. Sulla fabbrica non è mai stato presentato un reale piano industriale, almeno dal 2017. E questo non è un caso. La dismissione dell’automotive, la finanziarizzazione dell’economia, la speculazione immobiliare e il modello dei capannoni “apri e chiudi” rappresentano tendenze profonde del capitalismo contemporaneo, ben precedenti alla nostra vertenza.
18. Il capitale fugge sistematicamente da ogni forma di controllo democratico e di giustizia sociale. Di fronte a tutto questo, le istituzioni nazionali hanno mostrato un sostanziale disinteresse; quelle locali hanno preferito assumere il ruolo delle sprovvedute o delle inadeguate. Prima hanno rallentato la nascita del Consorzio Industriale Pubblico, poi lo hanno trasformato in uno strumento di rinvio permanente, replicando, di fatto, la stessa logica con cui il capitale ha preso tempo per anni.
19. A questo si aggiunge un altro elemento. Salvo importanti eccezioni, come ARCI e Banca Etica, sono mancati anche mondi formalmente “alternativi”. Ad esempio sul terreno del sostegno al piano industriale i mondi della cosiddetta finanza ESG e parte della dirigenza del
movimento cooperativo hanno finito per entrare nella dinamica del logoramento e del rinvio.
20. Lo diciamo perché riteniamo doveroso rappresentare con chiarezza lo stato delle cose. Oggi questo passaggio si regge, nella sostanza, quasi esclusivamente sulla comunità che saremo capaci di costruire. E ogni passo in avanti che riusciremo a compiere costituirà una provocazione nei confronti dell’intero sistema, perché porrà una domanda semplice e inevitabile: se noi riusciamo a farlo da soli, allora a cosa servono loro?
21. Rimane aperta una domanda: quale grado di complicità hanno avuto i diversi mondi coinvolti in ciò che è accaduto? Una complicità diretta o indiretta? Consapevole o inconsapevole? Qualunque sia la risposta, resta un dato politico: si sono attivati meccanismi di conservazione che hanno finito per coagularsi contro di noi e che hanno provato a calcolare ogni variabile. L’unica che non avevano previsto era questa: che, dopo cinque anni, saremmo stati ancora qui. E che ora saremo noi a provare a sgomberare “loro”.
Vi veniamo a sgomberare noi?
22. Confermiamo che:
a) Qualunque forma assuma, la lotta per riaprire la ex GKN continuerà. Così come continueràcla battaglia affinché a ogni ex lavoratrice e a ogni ex lavoratore GKN venga corrisposto tutto quanto dovuto, compresi i necessari risarcimenti morali e professionali.
b) L’idea della fabbrica socialmente integrata non rappresenta una soluzione contingente, ma un progetto di organizzazione sociale capace di contrapporre una forza di classe e di comunità alle crisi aziendali e alla natura sempre più estrattiva e speculativa del capitale.
c) Il Collettivo di Fabbrica continuerà a essere il depositario della memoria, dell’autorevolezza e del patrimonio politico costruito in questi cinque anni di lotta. La Società Operaia di Mutuo Soccorso Insorgiamo sarà lo strumento attraverso il quale continueremo a organizzare la rete solidale e il mutualismo conflittuale.
d) Il presidio operaio diventerà sempre più un presidio sociale diffuso, sia attraverso la prosecuzione delle forme di presidio esistenti, sia vivendo e animando spazi sociali nella città, destinati a diventare vere e proprie case del mutualismo conflittuale.
e) Il polo della cultura working class si farà. Lavoreremo affinché possa avere quanto prima una prima sede, anche provvisoria.
f) Manterremo tutte le iniziative e le scadenze di lotta che hanno caratterizzato questi anni — dal 31 dicembre al Festival di Letteratura Working Class, da Ti ricordi quel 9 luglio alle altre ricorrenze — senza escludere nuove mobilitazioni e nuovi momenti di lotta.
g) Fuori dalla mobilitazione non c’è salvezza. Fuori dalla convergenza non c’è progetto. Ci impegneremo a ricostruire convergenze che si sono indebolite, a crearne di nuove e a sperimentare nuovi spazi, nuove pratiche e nuove forme della convergenza.
h) Per recuperare il tempo perduto nella reindustrializzazione, ma anche per sviluppare un nuovo ambito della nostra progettualità, la SOMS promuoverà quella che definiamo reindustrializzazione alimentare: ristoro, emporio, birreria e pizzeria popolare e mutualistica
nei luoghi della città che individueremo. L’obiettivo sarà farne uno strumento di convergenza con le reti contadine e con le realtà di lotta.
i) Stringeremo patti di mutuo soccorso con tutte le realtà che lo vorranno, per condividere strumenti, competenze, una mappatura comune e la volontà organizzativa di estendere il mutualismo conflittuale, a partire da quelle che abbiamo definito “realtà sorelle”
j) Proporremo alle azioniste e agli azionisti popolari di destinare gli interessi maturati sull’azionariato alla costruzione di un motore permanente di mutualismo.
k) Continueremo a sentirci equipaggi di terra permanenti, al fianco e insieme a chi presidia e attraversa il Mediterraneo, sia navigando verso Gaza sia salvando vite in mare.
l) Riteniamo decisiva la convergenza eco-sociale e la necessità di una riflessione matura su come il movimento operaio e quello climatico possano contrastare la catastrofe climatica senza essere risucchiati né in operazioni di piccolo cabotaggio né nel ruolo di semplici forze
d’opinione.
m) La campagna per la reindustrializzazione ecologica è alternativa e incompatibile con qualsiasi ipotesi di riarmo. Essa nasce anche dalla convinzione che il movimento contro la guerra non possa limitarsi alla testimonianza, ma debba diventare sempre più capace di
praticare il boicottaggio e il conflitto contro la logistica di guerra. È infatti impossibile fermare nella logistica una tendenza che si afferma nella produzione: prima o poi, la logistica troverà il modo di movimentare ciò che viene prodotto.
n) Che la Palestina sia presente in ogni lotta e che ogni lotta sia anche per la Palestina. Il nostro impegno internazionalista, al fianco della resistenza palestinese e di tutti i popoli oppressi, dovrà continuare ad attraversare ogni nostro progetto
23. Tutto questo potrà esistere anche senza la reindustrializzazione della GFF. Dobbiamo però essere consapevoli che un suo fallimento avrebbe inevitabilmente conseguenze negative. Per questo apriamo una ricerca di competenze, disponibilità lavorative e
professionalità solidali all’interno di tutta la nostra rete.
24. Non abbiamo mai promesso la vittoria, perché la vittoria non dipende soltanto da noi. Abbiamo però promesso che non ci sarebbero stati resa né rassegnazione, e che saremmo andati avanti «fino a che ce ne sarà». Rinnoviamo oggi quell’impegno. E, se dovessimo
fallire, falliremo meglio.


