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«Nè la rivoluzione nè la riforma possono, in ultima istanza,
cambiare una società, senza che ci sia da raccontare una storia nuova e potente,
tanto persuasiva da bloccare i vecchi miti e trasformarsi nella storia preferita…
Se si vuole cambiare una società si deve narrare una storia alternativa».
IVAN ILLICH
Il Limite che non c’è
I
A vederlo da fuori l’accampamento appariva alquanto disordinato; si capiva che chi si era accampato non doveva avere affatto esperienza di vita all’aperto. E così era, infatti. Quando i due erano fuggiti dalla pianura, definire la loro decisione avventata sarebbe stato un complimento. Ma erano molto giovani, e i giovani – si sa – spesso fanno scelte avventate, fa parte della loro natura. I due in questo non erano troppo diversi da tutti gli altri. Certo, qualcosa di diverso lo avevano, altrimenti ora non sarebbero stati lì, in mezzo al bosco, a cercare di sfamarsi in modi al limite dell’azzardato, riuscendo a malapena a riposare qualche ora la notte e, soprattutto, senza saper nemmeno bene dove erano diretti.
Lei era minuta, carina, ma minuta. Spesso aveva sentito il peso di questo, o forse erano gli altri (o le altre…) a farglielo sentire. I capelli e gli occhi nerissimi le conferivano un aspetto che talvolta appariva austero. Lo sguardo, ogni tanto, diventava truce. Sembrava che serbasse un astio profondo, non si sa bene per chi o per che cosa, e quello che è peggio è che forse nemmeno lei lo sapeva in fondo. Era stata quella che in molti avrebbero definito una ragazzina problematica, appellativo questo che, come molte altre cose, la faceva innervorsire non poco.
«Ma che diavolo vuol dire? Chi è che non ha problemi? – era solita inveire – Allora io non dovrei dire di avere genitori problematici? Vicini problematici? O di vivere in una società problematica? Andate tutti al diavolo!».
Cosa avrebbero pensato di lei i suoi genitori, ora che era scappata di casa? A volte se lo domandava. Ma, a essere sinceri, non era propriamente scappata “di casa”, cioè sì, se n’era andata di nascosto, ma non perché avesse qualcosa da ridire sulla sua famiglia. O almeno non più di tanto: tutti più o meno ad una certa età iniziano a mettere in discussione l’autorità dei genitori, in questo Elise non era diversa da tanti suoi coetanei. Il fatto era che si rendeva conto di non avere un futuro in quell’ambiente. Ambiente che – tra parentesi – la generazione a cui appartenevano anche i suoi genitori, aveva contribuito grandemente a distruggere. Ecco, questa era una cosa che, dal punto di vista di Elise, dei genitori non avrebbero mai dovuto perdonarsi.
E poi c’era suo nonno.
Elise era molto legata al nonno paterno, che viveva con loro. Voleva bene anche ai genitori, pur con tutte le difficoltà tipiche dell’adolescenza, ma con suo nonno c’era un legame diverso. Forse sentiva che in fondo era simile a lei? Forse anche in lui avvertiva quell’insofferenza malcelata per tutto e per tutti che ormai da anni era diventata la sua amica del cuore (visto che, lo si sarà compreso, una “amica del cuore” in carne ed ossa Elise non ce l’aveva)? Le poche volte che Elise sbottava, il nonno non la contendeva mai. Abbassava lo sguardo, e sempre Elise credeva di scorgere quasi… un sorriso! Era dunque d’accordo con lei? Elise non lo sapeva, o almeno non lo sapeva coscientemente.
La generazione di suo nonno era stata la prima ad aver capito, ormai con assoluta certezza, che il mondo che avevano contribuito a costruire era condannato al disastro. Anche loro avevano una parte di responsabilità? Forse sì, certo. Ma almeno avevano dato l’allarme, allarme che – sempre dal punto di vista adolescenziale di Elise – la generazione dei suoi genitori non aveva ascoltato. E ora che il disastro era compiuto, ora che tutte le certezze del vecchio mondo sviluppista stavano crollando inesorabilmente, chi sarebbe stato in grado di sopravvivere? Di guardare avanti? Paradossalmente ciò era molto più facile per suo nonno che per i suoi genitori. Forse era questo che Elise percepiva (“intuiva” non era la parola giusta, non c’era ancora consapevolezza cosciente in lei).
Ma per lei il nonno non era il “vecchio saggio”, no. Quello, semmai, sarebbe stato il suo bisnonno, se Elise lo avesse conosciuto. Il nonno le aveva raccontato tante cose di lui! Lui aveva veduto com’era il mondo prima del disastro, aveva piena consapevolezza di ciò che gli uomini stavano distruggendo, perché poteva ancora fare il paragone con quello che c’era prima. Suo nonno no. Non più. Si era cibato dei racconti del padre, ma aveva vissuto quel periodo in cui tante scelte, ormai, non erano più possibili. A pensarci bene forse era per questo che Elise lo sentiva vicino, simile a lei. Se avesse conosciuto il suo bisnonno probabilmente non avrebbe provato le stesse cose. Il suo mondo sarebbe stato troppo distante, per lei sarebbe stato solo una favola per bambini. Ed Elise non era più una bambina, e se c’erano alcune parti di lei in cui lo era ancora, comunque non voleva più esserlo. Punto e basta.
Ma il nonno era qualcosa di speciale. Non era troppo lontano, come il bisnonno, da essere solo un mito. E non era troppo vicino, come papà e mamma, da essere troppo responsabile. Non era contro di lui che Elise poteva recriminare per la decisione di averla messa al mondo pur sapendo che il mondo stava andando in rovina (o, se preferite, per aver lasciato che il mondo andasse in rovina sapendo che lei stava per essere messa al mondo…). No, Elise non provava alcun risentimento verso di lui, nemmeno per il fatto di vedere che ormai aveva tirato i remi in barca. Cos’altro si poteva chiedere ad un uomo della sua età, che praticamente aveva speso tutta la sua vita a cercare di far capire la follia in cui il mondo era caduto? Meritava di riposare. Erano i giovani come lei che dovevano fare qualcosa. Ma per poter fare qualcosa avevano bisogno di capire, e quando gli unici punti di riferimento della tua vita sono i genitori – ovvero la generazione che quei problemi li ha creati – non ci sono poi molte possibilità. Elise era fortunata ad avere suo nonno, e tramite lui i racconti del bisnonno. Non era una situazione molto diffusa tra i suoi coetanei, con cui comprensibilmente Elise non si sentiva molto a suo agio.
Forse fu per questo che quando decise di andarsene, Elise non riuscì a tener nascoste le sue intenzioni al nonno. Non decise mai coscientemente di parlargliene, non fu necessario. Fu sufficiente uno sguardo. In un fugace istante la ragazzina capì che il nonno aveva capito. E anche il nonno dal canto suo capì che Elise aveva capito… a che sarebbero servite le parole? Avrebbero solo potuto peggiorare la situazione, su questo, almeno erano entrambi d’accordo. Quindi non dissero nulla.
Però si abbracciarono.
Come avrebbe spiegato la cosa il nonno ai suoi genitori? Elise non provò nemmeno a indovinare. Sapeva solo che in questo modo le era stato risparmiato quel gesto melodrammatico di lasciare un biglietto. Quel genere di biglietti che di solito comincia con “Cari mamma e papà, sapete che vi voglio bene…” come se ne erano visti in tanti vecchi film o serie TV. Elise non sarebbe stata in grado di arrivare a tanto, una cosa del genere non avrebbe potuto scriverla. Anche per questo fu contenta di quella muta intesa con il nonno. Prese con sé le poche cose che aveva preparato e se ne andò, una mattina poco prima dell’alba.
Quello che sarebbe stato il suo compagno di avventura l’aspettava al luogo prestabilito, puntuale.
II
Lui era gentile, ma lo nascondeva bene. Poteva sembrare il solito sbandato, un po’ strafottente, un po’ testa fra le nuvole, camaleonte quanto basta per essere accettato dal branco e non dare troppo nell’occhio e, infine, per un pizzico, sognatore. Solo un pizzico: troppo sarebbe stato la rovina. Almeno nel mondo di pianura dove vivevano. Forse era anche per questo che, appena aveva intuito cosa Elise aveva in testa, avvertì quello strano brivido corrergli lungo la schiena: era la sua occasione? Non lo sapeva ancora, ma valeva la pena tentare. E poi a lui Elise piaceva, piaceva molto. Chissà se lei se ne era mai accorta. Era dura, o almeno era così che appariva. Ma forse – pensava lui – era così che voleva apparire. Quella fuga avrebbe potuto essere una buona occasione per scoprire finalmente chi era Elise in realtà. Questo, per il momento, gli bastava.
Lui non aveva un nonno che gli raccontasse storie come Elise. Però un po’ sognatore lo era. Questa cosa gli aveva creato qualche problema in passato, ma ora si sarebbe potuta rivelare perfino vantaggiosa, chissà. E, sopratutto, anche lui era a suo modo un emarginato come Elise. Per lei era la corporatura, troppo bassa, troppo magra… che poi a lui Elise piaceva così com’era e non la trovava affatto bassa e magra. Per lui, invece, era il suo nome: Gio. Da bambino non aveva realizzato quanti problemi avrebbe potuto dargli quel nome. «Gio cosa? Gio-vanni? No aspetta… non sarà mica Gio-condo vero?» gli ridevano dietro. E poiché lui non poteva far altro che rispondere «Gio e basta», in breve quello divenne il suo appellativo, e la ghiotta occasione per tutti di prenderlo in giro.
«Venite qui voi tre»
«Veramente siamo in quattro: io, Tony, Gio e Basta!» e giù a ridergli dietro. A lungo andare era scocciante. Prevedibile, e quindi scocciante. E lui doveva sopportare. Non aveva scelta.
Elise era una delle poche persone che lo chiamava Gio, senza aggiungere altro, e lui lo aveva notato. Ma si sa come sono i ragazzini a quell’età. In quell’ambiente “Gio e basta” sapeva che non avrebbe mai potuto avvicinarsi più di tanto a Elise. Lei era una mezza emarginata, e avvicinarsi a lei per Gio avrebbe voluto dire condannarsi alla gogna. Forse fu anche per questo che quando intuì quello che lei stava per fare pensò che avrebbe potuto essere, finalmente, la sua occasione. Certo, se se ne fossero andati, nessuno avrebbe poi potuto dar loro ragione…
«Ma chissenefrega – aveva pensato Gio – Pensino pure quello che vogliono, a me basta non averli più tra i piedi!»
E così quando Elise arrivò lui era lì, puntuale (veramente era in anticipo, ma questo Elise non poteva saperlo e, essendo tecnicamente il loro primo appuntamento, per quanto atipico, Gio non ritenne fosse il caso di farglielo notare). Si sorrisero.
«Hai preso tutto?» lui annuì.
«Andiamo?»
«Andiamo»
D’accordo, come batttute d’inizio di avventura non furono un granchè, almeno non dal punto di vista letterario ecco. Ma che si poteva pretendere da due ragazzini come loro? A ben vedere era già tanto che avessero deciso di provare. Su cosa si basavano? Le informazioni che avevano erano poche, frammentarie, e sconclusionate.
«Ma esisterà davvero questo Limite?» aveva chiesto lui appena si furono allontanati dall’abitato.
«Mio nonno una volta mi ha detto che ha incontrato uno di quelli che vivono là»
«Cioè è stato a Limite?»
«Ma no, scemo! Dice che ogni tanto sono i limitesi… oh, mi raccomando, si dice limitesi e non limitati, ok? – Gio annuì – Insomma sono loro che ogni tanto scendono in pianura per fare rifornimento di… non ho capito bene, mi pare di ferro»
«Può avere un senso… – riflettè lui a voce alta – Se sono andati in montagna e coltivano al terra avranno bisogno di attrezzi…» lei lo guardò compiaciuta. Gio sapeva ragionare bene sulle cose. E non aveva pregiudizi. Questo Elise lo aveva notato da tempo, anche se non aveva mai potuto dirglielo.
«Ho fatto una mappa – le aveva detto lui, mentre frugava nello zainetto.
«Cavoli! Fa’ vedere…»
Il primo sorriso di Elise! Uno a zero per Gio.
D’accordo, la mappa non era un granchè, ma Elise apprezzò lo sforzo. Diciamo che era un punto di partenza, ecco. Un po’ di metodo ci voleva. I territori circostanti non erano mai stati mappati con precisione. Da quando avvenne la grande crisi molte cose erano state dimenticate. Era anche questo che Elise contestava alla generazione dei suoi genitori. Sapeva che avrebbero dovuto procedere un po’ a tentoni, perciò anche una mappa approssimativa come quella di Gio era meglio di niente.
«Deve essere bello avere un nonno che ti racconta storie… che altro ti ha detto?»
«Tante cose… – Elise sorrise di nuovo. Due a zero – Ma in realtà non sono mai stati veri e propri racconti. Cioè, non tipo “Adesso ti racconto di Limite”, ecco, non così. Erano più, come dire, particolari, piccole cose che ogni tanto gli scappavano di bocca»
«Vuol dire che sei stata brava a notarle…» ora fu lui a sorriderle.
«Piano… – ripeteva Gio dentro di sé – Non esagerare con i complimenti… sennò qui va tutto all’aria. Vai piano…»
«Guarda – aveva continuato lei tirando fuori dallo zaino un piccolo sacchetto di stoffa – Questo secondo mio nonno viene da Limite!»
«Cosa c’è dentro?»
«Che c’entra? Sono cose mie! Il sacchetto intendevo!»
«Ah, scusa… il sacchetto – prese a toccarlo – Che tessuto è?»
«Non lo conosci? È canapa»
«Canapa? Ma… quella che… – e portò due dita alla bocca mimando una sigaretta.
Elise si mise a ridere: «Scemo! Comunque sì, è quella. Il nonno dice che una volta i tessuti di canapa erano molto usati perchè sono resistenti. Dice che ci facevano anche le corde»
«E quindi dici che, se riusciamo a trovare Limite noi… insomma, hai capito? Ce ne daranno un po’ per…»
«Ma piantala!»
«Ah io la pianterei molto volentieri, davvero!»
«A questo ci avranno già pensato loro, no?»
«Chissà, magari quando vengono giù in pianura per fare rifornimento di ferro vendono anche un po’ di fumo…»
«Ma sei proprio fissato con ‘sto fumo! E che vuoi che barattino il fumo con il ferro?»
«Boh… che ne so io. Ma perché, scusa, i soldi non li usano?»
«Non lo so… su questo il nonno è sempre stato vago, ma ho la sensazione che non gli vadano molto a genio ecco»
«Mmmm… – bofonchiò Gio – Anche questo potrebbe avere un senso… se è un piccolo villaggio e hanno tutto quello che serve per sopravvivere, forse possono davvero farne a meno. Però tra di loro come fanno? Non capisco…»
«Senti, credo che se li troviamo avremo un bel po’ di cose da chiedere, no? Fino ad allora, a che serve farsi tante domande? Tanto non possiamo avere le risposte…».
III
Il cammino dei due proseguiva tra mille difficoltà.
In particolare c’era un momento che risultava particolarmente duro per entrambi, anche se non se lo erano mai detto, ognuno temendo di mostrarsi all’altro nella sua verità. In pianura non era buona cosa mostrarsi per quello che si è. I due giovani questo lo avevano imparato in fretta, e a proprie spese. E anche se quella fuga aveva tanto il sapore di volersi lasciare indietro un sacco di cose, di pensieri, di abitudini… bè, non era facile. Ogni ulteriore passo che facevano era un “punto di non ritorno”, di questo avevano entrambi una vaga sensazione. Di giorno, durante il cammino, potevano raccontarsi quello che volevano, potevano fingere, potevano spronarsi, potevano incoraggiarsi. Ma di notte, i loro sogni non potevano controllarli. Allora le vecchie paure tornavano, a volte erano minacciose al punto che pensavano di esserne sopraffatti.
Il momento più difficile era quello del risveglio. Quell’istante in cui la coscienza non si è ancora destata del tutto, e i resti dei sogni offuscano ancora la mente. Quando si rendevano conto di dov’erano, della precarietà degli accampamenti che approntavano, di quello che probabilmente stavano dicendo di loro in pianura, a casa loro, a scuola… e un sacco di altri pensieri di questo tipo.
Le loro reazioni al risveglio erano diverse. A Gio quasi sempre prendeva lo sconforto. Mille ripensamenti lo turbavano, mille paure che i sogni gli avevano procurato stentavano ad andarsene. Elise invece, generalmente, si svegliava arrabbiata. Con tutti e con tutto e, più di tutto, con sè stessa. Gio aveva imparato ad aspettare. Ci voleva una mezz’oretta, poi diventava trattabile e si poteva addirittura darle il buongiorno.
Quella mattina forse non aspettò abbastanza… A onor del vero non le rivolse direttamente la parola, disse solo una cosa, tra sé e sé… solo che lo fece a voce alta.
«Quanti giorni sono che siamo partiti? Io ho quasi perso il conto…»
La reazione di Elise non si fece attendere: «Che vorresti fare? Rinunciare? Vorresti tornare indietro?»
«No, ma…»
«Ma cosa? Ero stata chiara, no? – lui annuì gravemente – E allora? Se non eri convinto perché sei venuto?»
«Uffa! Lo sai perché… ora non fare la finta tonta – disse lui, non senza difficoltà – Lo sai che mi piaci».
Sì, Elise lo sapeva bene, ma questo non riusciva ancora a farla stare tranquilla. Anzi, c’erano momenti che quasi la innervosiva di più sapere che qualcuno l’apprezzava così com’era, senza giudicarla. Ormai si era talmente abituata ad essere giudicata da tutti, troppo bassa, troppo magra, troppo incazzata… che quasi lo considerava parte di sé. Era la sua corazza. Com’era possibile che il dispiacere agli altri fosse migliore del piacere? Oggettivamente forse Elise non aveva mai affrontato con sincerità un simile pensiero. Il suo era più un agire d’istinto.
Quando aveva deciso di andarsene, lui era l’unico che aveva capito. L’aveva guardata, e in un istante aveva capito. E in quel momento Elise aveva considerato questo più che sufficiente. Per un istante si era aggrappata a quel pensiero – forse era un sogno? Chissà – e anche se subito dopo la sua natura, diffidente ed aspra, aveva preso di nuovo il sopravvento, non poteva negare che quell’istante c’era stato.
Era scomodo, perché minava quella torre alta e impenetrabile che negli anni Elise aveva costruito attorno a sé, però era lì. Qualcosa doveva voler dire… al momento non aveva capito, ma si era detta che poteva ben aspettare un poco. Non le mancava certo la forza di mandarlo al diavolo, se fosse stato necessario. E poi, in fin dei conti, “Gio e basta” le serviva, ecco. Beninteso, anche quella dell’opportunismo non era che una maschera, e c’erano momenti in cui forse anche Elise lo capiva, ma faceva finta di no… e per il momento funzionava. Ripetere a sé stessa che aveva accettato di portare Gio con sé in quell’avventura perché pensava che potesse esserle utile – e non anche, o soprattutto, perché in fondo anche lui le piaceva – era più semplice. La sua vita era stata fin troppo complicata negli ultimi anni. Era una colpa così grande quella di volersi semplificare un po’ le cose ogni tanto?
Quel giorno parlarono poco.
«E se… tuo nonno si sbagliasse? Non fraintendere, non dico che ti abbia mentito, magari ha solo frainteso… Insomma, se questo villaggio che chiamano Limite non ci fosse proprio?»
«Se non c’è sai che ti dico? Che non me ne frega niente, vorrà dire che lo faremo noi! – e d’un tratto, senza alcun preavviso, per motivi che nessuno dei due, nemmeno in futuro, seppe mai dire, afferrò il volto del ragazzo e lo baciò, compiendo quello che fu il gesto di protesta più radicale di tutta la sua vita – E ora, scansafatiche che non sei altro, vedi di muoverti, riprendiamo il cammino!».
***
Per ora la nostra avventura finisce qui.
Ma chissà, se cerchi bene forse troverai anche tu un tuo Limite,
e sicuramente avrà qualcosa in più da raccontarti


