Abitare per/in un mondo oltre la crescita: Manifesto

da | 20 Gen 2026

abitare oltre la crescita

Traduzione italiana del manifesto Housing (for) a Post-Growth World: A Manifesto.


Una casa per tutte e tutti è fondamentale per qualsiasi idea di futuro. 

Il sistema abitativo attuale però è dominato dagli imperativi di crescita. 

Le conseguenze sono molte e gravi: case insicure, inadequate, sovraffollate, riscaldate troppo o troppo poco, mentre allo stesso tempo aumentano le emissioni di gas serra e la perdita di biodiversità causata da costruzione e utilizzo degli edifici.

Siamo un gruppo di persone attive nella pratica, nell’attivismo e nella ricerca sull’abitare che si sono riunite nel 2025 alla conferenza internazionale sulla decrescita a Oslo per condividere e discutere dell’abitare per / in un mondo oltre la crescita (economica).

Abbiamo trovato una convergenza su quattro proposte, che sfidano il modello abitativo oggi dominante.

In questo Manifesto descriviamo le crisi che permeano il settore abitativo e delineiamo una visione collettiva per un abitare emancipato dalla logica della crescita.

Ma questo Manifesto non si ferma alla critica. Mette in primo piano iniziative da tutto il mondo che mostrano come cura, equità e responsabilità ecologica possono essere messe al centro del tema casa.

Questo Manifesto mira a forgiare un linguaggio comune – capace di unire diverse lotte e visioni per il futuro, attraverso diverse geografie e prospettive politiche.

È una chiamata all’azione, una cornice per la solidarietà, un impegno per un modello di abitare che possa essere a beneficio sia delle persone che del pianeta.

 

1. Una svolta ideologica

In tutto il mondo, la casa non è più trattata come risposta a un bisogno umano essenziale, ma come un asset privato.

L’ideologia della “democrazia proprietaria” ha creato la convinzione che sicurezza, autonomia e appartenenza possano essere garantite esclusivamente attraverso la proprietà privata, trasformandola in un presunto diritto.

In questo processo, le case sono state mercificate e trasformate in uno strumento di investimento più che un fondamento di salute e di comunità.

Questa visione ha alimentato la finanziarizzazione della casa: mercati del credito, prodotti speculativi e debiti sempre crescenti hanno preso il posto  dell’abitare pubblico e sociale. 

L’offerta abitativa in affitto sicura, abbordabile e a lungo termine è stata sistematicamente smantellata nel nome della proprietà.

Scarsità e crisi vengono usate per giustificare “soluzioni” che aumentano l’offerta abitativa, che poco servono per risolvere le diseguaglianze nell’accesso alla casa, espulsioni e sfratti e le condizioni di chi è senza fissa dimora.

Il risultato è un sistema abitativo che produce case di bassa qualità, compromette la salute e il benessere e allontana le persone dalla comunità e dai loro luoghi di appartenenza. Un sistema che fa poco per contrastare le diseguaglianze in aumento e che allo stesso tempo ignora i limiti ecologici che abbiamo di fronte – i limiti di materiali e di risorse che rendono impossibile una crescita illimitata.

Discorsi alternativi sull’abitare vanno ricostruiti attorno al benessere collettivo, ripensando la casa come risorsa condivisa organizzata secondo principi come cura, abbordabilità e connessione coi luoghi.

Il linguaggio è parte di questa battaglia ideologica per visioni nuove ed alternative. I movimenti per la casa catalani, ad esempio, hanno spostato la terminologia dall’“occupazione” alla “liberazione”, dall’occupare una proprietà privata altrui, allo svelare i processi attraverso i quali investitori orientati al profitto arrivano a sottrarre le case a cittadine e cittadini che ne hanno bisogno. Molti di questi movimenti partono da una nuova idea delle case come beni comuni, sfidando il mito della proprietà e dell’immobiliare come investimento sicuro, proponendo visioni alternative delle case come beni che sono collettivi per natura.

Modelli di proprietà abitativa che sfidano direttamente la nozione di diritti alla proprietà individuale hanno creato proposte prefigurative efficaci, come le cooperative di abitazione, l’abitare collaborativo, i Community Land Trust ecc. Ma questi modelli non forniscono semplicemente abitazioni. Hanno creato nuove pratiche abitative, nuovi vocabolari del risiedere in un luogo, nuove infrastrutture di pensiero e nuove narrazioni a partire da un ampio spettro di esperienze in tutto il mondo.

Tutte queste esperienze testimoniano un lavoro in corso del disfare e rifare; dello smantellamento di infrastrutture che ci bloccano dentro traiettorie socialmente ed ecologicamente distruttive, mentre costruiscono alternative radicate in cura, equità e sostenibilità. Immaginando, inventando e (ri)vivendo parole, concetti e tradizioni alternative, queste sperimentazioni affermano che l’abitare non è una merce. L’abitare è un bene comune.

 

2. Liberare l’abitare dalle pressioni del mercato

La mercificazione dell’abitare distrae dal vero scopo di un edificio: essere casa. Anziché essere luoghi di vita e di cura reciproca, le case vengono trattate come investimenti e asset. Questo alimenta la speculazione finanziaria, facendo lievitare prezzi e affitti e, in ultima analisi, porta all’espulsione delle persone. Questo processo sta accelerando a una velocità terrificante. Abbordabilità e accesso all’abitare sono compromessi, le disuguaglianze sociali  acuite, e il profitto privilegiato rispetto ai bisogni delle comunità. L’abitare mercificato incentiva anche la demolizione del patrimonio edilizio esistente e le continue costruzioni e ricostruzioni con conseguente dispendio di materiali e produzione di rifiuti, e un crescente impatto sulla natura e la biodiversità. La mercificazione dell’abitare è finalizzata al profitto dato agli investimenti piuttosto che ai bisogni delle persone e al benessere collettivo: Esclusione sociale e devastazione ambientale sono sue caratteristiche essenziali. 

L’abitare dev’essere liberato dalle pressioni del mercato e riappropriato come diritto collettivo e con responsabilità ecologica, per garantire la disponibilità di case che supportano le comunità, la cura reciproca e relazioni sostenibili tra le persone e l’ambiente.

Serve maggiore supporto alle alternative alla mercificazione dell’abitare che sono in grado di  sfidare le strutture dominanti del sistema abitativo e di affrontare le più ampie problematiche sociali, ecologiche ed economiche. Strategie per liberare le case dalle pressioni del mercato si sono focalizzate sulla realizzazione di modelli abitativi orientati alla comunità e basati sui principi dei beni comuni. Esempi includono la Borda a Barcellona, Kalkbreite a Zurigo, oppure organizzazioni ombrello che favoriscono la proprietà collettiva come il Mietshäusersyndikat tedesco, le National Cooperative Housing Federations in India, o la  Abalhali baseMjondolo in Sud Africa. Forme di proprietà collettiva dei terreni come i Community Land Trust (CLTs) hanno dimostrato modi alternativi di realizzare abitazioni limitando la speculazione sull’aumento dei valori del suolo e coinvolgendo comunità e quartieri nei processi decisionali, con esempi come il London CLT nel Regno Unito, il Voi CLT in Kenya, o i Favela Community Land Trusts in Brasile. Programmi e politiche pubbliche hanno, in alcuni casi, sostenuto l’espansione e la replicabilità di queste iniziative, limitando il raggio d’azione di investimenti finalizzati al profitto, la realizzazione di case demercificate, rafforzando programmi di finanza collettiva e mutualistica e bilanciando gli impatti ecologici di nuove costruzioni. Esempi ne sono il Housing and Development Board a Singapore, il sistema abitativo a profitti limitati austriaco, il Community Mortgage Program filippino o il Amui Dzor Housing Project in Ghana. Sia l’auto-organizzazione che la regolamentazione hanno trasformato e continuano a cambiare i sistemi abitativi, riorganizzandoli attorno alla cura e alla sostenibilità delle relazioni tra persone e ambiente.

 

3. Redistribuzione

L’accesso all’abitare è distribuito in modo diseguale. La condizione delle persone senza dimora e le soluzioni abitative temporanee rappresentano solo la punta dell’iceberg, causando elevati costi economici e sociali. Nei paesi ad alto e medio-alto reddito, le abitazioni sottoutilizzate, sfitte e le seconde case alimentano una tensione artificiale tra la domanda abitativa e la necessità di limitare l’impatto ambientale degli edifici residenziali attraverso una riduzione o addirittura blocco, delle nuove costruzioni. Di conseguenza, l’idea di una carenza assoluta di unità abitative viene evocata per legittimare la cosiddetta “crescita verde”, secondo cui sarebbe necessario continuare a costruire ma in un modo ecologicamente efficiente. Demolizioni e costruzioni di nuovi edifici a densità sempre più elevate e “a emissioni nette zero” sono presentate come la soluzione miracolosa alla crisi abitativa, ignorando completamente la quota di energia grigia incorporata nel patrimonio edilizio esistente. Mentre l’ambiente continua a pagare il prezzo delle disuguaglianze sociali, le dinamiche di potere che diversi tipi di proprietà esercitano sulla qualità, distribuzione, sufficienza ed efficienza delle abitazioni diventano progressivamente invisibili.

Gli obiettivi dell’edilizia abitativa devono basarsi su una distribuzione giusta, sufficiente e collettivamente definita del patrimonio abitativo, ponendo l’attenzione sul miglioramento della qualità, dell’accessibilità e delle prestazioni ambientali delle abitazioni esistenti.

In tutto il mondo si stanno rapidamente diffondendo iniziative a sostegno della sospensione delle nuove costruzioni. Una moratoria sull’edilizia è stata invocata in paesi come la Svizzera, il Regno Unito e la Danimarca. Sebbene controintuitive a prima vista, queste proposte sono in linea con le esperienze vissute dalle comunità — tra cui le espulsioni, le promesse non mantenute, il deterioramento del paesaggio naturale e le pratiche estrattiviste e distruttive legate ai processi costruttivi e ai materiali utilizzati. Parallelamente, le strategie di sufficienza stanno acquisendo slancio a livello globale; esperimenti innovativi in Svizzera, come Mehr als Wohnen, dimostrano come spazi privati più ridotti possano essere integrati con ambienti collettivi e servizi condivisi, riducendo i costi e offrendo flessibilità lungo l’intero ciclo di vita di un nucleo familiare. Pratiche di commoning sono state inoltre implementate nelle cooperative di mutuo aiuto della FUCVAM in Uruguay, trasferendo il loro modello in diversi paesi del Sud America. In Germania, gli appartamenti dei cosiddetti empty nesters (cioè genitori i cui figli si sono trasferiti altrove) sono stati resi nuovamente disponibili attraverso un’iniziativa volta ad affrontare le estremamente limitate opzioni abitative per giovani e anziani. Queste strategie consentono alle persone di migliorare le proprie condizioni di vita e abitative, adottando al contempo principi post-crescita.

 

4. Ampliare lo sguardo

Le questioni abitative continuano ad essere affrontate secondo una logica a compartimenti stagni. Cause e conseguenze vanno ben oltre l’ambito dell’abitare, incidendo su salute, lavoro, istruzione e vita comunitaria. L’attenzione politica rivolta alle singole unità abitative e ai loro numeri scredita la natura concettuale, geografica, sociale e multiscalare dell’abitare. Le reti fisiche e sociali in cui si inserisce l’abitare vengono ignorate, così come i conflitti che emergono alla loro intersezione. Questo falso confine concettuale indebolisce la funzione del sistema abitativo come infrastruttura, ostacola la creazione di possibili alleanze tra i diversi attori coinvolti e trascura l’importanza del sistema più ampio per la sua stessa sostenibilità.

L’abitare deve essere ripensato come un’infrastruttura decentralizzata, che vada oltre la singola unità e il singolo nucleo familiare, supportando servizi e alleanze a più livelli.

In tutto il mondo, progetti abitativi e lotte per la casa stanno “ridefinendo la scala” del dibattito sull’abitare: decentralizzano la questione dell’edilizia, operano in simbiosi con sforzi per trasformazioni sistemiche più ampie, e mobilitano alleanze all’interno e al di là del settore abitativo. Cooperative come Lilac rappresentano esempi di abitare decentralizzato e basato sulla cura, mettendo al contempo in luce le trasformazioni dei sistemi più ampi (nel lavoro, nel cibo e nella comunità) che tali modelli integrano e rendono possibili — ad esempio, il riconoscimento del tempo dedicato alla cura e al mutuo sostegno, spesso escluso dai quadri economici dominanti. Inoltre, le banche dei materiali (come il Living Lab della KU Leuven), l’autocostruzione e i progetti di abitare collettivo mostrano come sia possibile operare in simbiosi con l’economia sociale e con il più ampio sistema urbano, andando oltre esperimenti isolati. Questi processi di “infrastrutturazione” collegano le lotte per l’abitare a programmi più ampi — come la giustizia del lavoro, di genere, energetica e alimentare — costruendo uno slancio collettivo verso un cambiamento sistemico. Tra gli esempi figurano progetti concreti come la cooperativa De Nieuwe Meent ad Amsterdam, le attività di Amics del Moviment Quart Món a Barcellona e movimenti come le iniziative per il diritto alla città (Right to the City) diffuse in tutto il mondo.

Questo Manifesto è solo un inizio — è un invito a riconoscere e unire le lotte per l’abitare in un mondo post-crescita. Vi invitiamo a unirvi a noi per immaginarlo, costruirlo e rivendicarlo.


PRIMI FIRMATARI 
  • Anna Pagani – Senior Lecturer in Engineering at King’s College London; Honorary Research Fellow at University College London, UK.
  • Hans Volmary – Research assistant (post-doc) at the Institute for Geography at the Technical University Dresden, Germany.
  • Daniel Fitzpatrick – Lecturer (Teaching) at The Bartlett School of Planning, University College London, UK.
  • Federico Savini – Associate Professor in Environmental Planning, Institutions and Politics, Faculty of Social and Behavioural Sciences, University of Amsterdam, The Netherlands
  • Lilo Henke – Research Scientist in the Department of Architectural Engineering, SINTEF Community, Norway
  • Nils Urbanus – Activist at End Cement, Germany
  • Camille Vandervaeren – Research Scientist in the Department of Architectural Engineering, SINTEF Community, Norway
  • Elisa Schramm, Postdoctoral Researcher in the Department of Human Geography, Planning and International Development, University of Amsterdam, the Netherlands
  • Adrien O.T. Guisan – PhD Candidate at the Institute of Geography, Faculty of Science, University of Bern, Switzerland
  • Svenja Großmann – Research Assistant at School of Sustainability, Department of Geography, Christian-Albrechts-Universität zu Kiel, Germany
  • Jessica González Nateras – Directive Board of the Amics del Moviment Quart Món Association, Catalonia, Spain
  • Hanbit Lee – PhD Candidate at the Doctoral Program in Civil and Environmental Engineering, École Polytechnique Fédérale de Lausanne, Switzerland
  • Lina Brand Correa – Assistant Professor at the Faculty of Environmental and Urban Change, York University, Toronto, Canada.
  • Michal P. Drewniok – Assistant Professor of Civil Engineering, School of Civil Engineering, University of Leeds.
  • Essi Nuorivaara – PhD Candidate at the Centre for Consumer Society Research, University of Helsinki, Finland.
  • Kasia Wodniak, Assistant Professor at the School of Social Work and Social Policy, Trinity College Dublin, Ireland.
  • Hanne Vrebos, postdoctoral research at the Department of Materials Engineering and the Centre of Sociological Research, University of Leuven, Belgium
  • Petr Kodenko Kubala, postdoctoral researcher at the Institute of Sociologiy, Czech Academy of Sciences, Czech Republic; Institute of European Ethnology, University of Vienna, Austria
  • Paul Chatterton, Professor of Urban Futures, School of Geography, University of Leeds, UK
  • Anitra Nelson, Honorary Principal Fellow, Informal Urbanism Research Hub (InfUr-), Faculty of Architecture, Building and Planning, The University of Melbourne, Australia

RISORSE

 

[1] https://novaramedia.com/2016/10/04/a-network-of-liberated-spaces-visiting-barcelonas-squats/

[2] https://www.housinginternational.coop/housing-co-operatives-worldwide/

[3] https://urbact.eu/collaborative-housing

[4] https://www.cltweb.org/ Uno dei maggiori è il Champlain Housing Trust in Vermont, USA: https://www.getahome.org/.  Il primo in Italia è a Torino: https://www.fondazioneportapalazzo.org/per-un-community-land-trust-a-torino/

[5] Esempi a molti diversi livelli si possono trovare da isole (Isle of Eigg) https://www.communitylandscotland.org.uk/members/isle-of-eigg-heritage-trust/ al Sud Globale http://www.iied.org/sites/default/files/pdfs/2025-05/22625iied.pdf

[6] https://end-cement.earth/en/

[7] https://www.laborda.coop/en/home/

[8] https://kalkbreite.net/

[9] https://www.syndikat.org/en/

[10] https://nchfindia.net/

[11] https://abahlali.org/

[12] https://www.londonclt.org/

[13] https://www.cltweb.org/resources/global-south/africa/

[14] https://catcomm.org/favela-community-land-trust/

[15] https://www.hdb.gov.sg/cs/infoweb/homepage

[16] https://www.gbv.at/english

[17] https://shfc.gov.ph/community-mortgage-program/

[18] https://sdinet.org/2012/04/innovations-in-affordable-housing-amui-dzor-housing-project/

[19]https://www.charlottemalterrebarthes.com/practice/research-practice/a-global-moratorium-on-new-construction/

[20]https://discovery.ucl.ac.uk/id/eprint/10205555/1/UCL_Moratorium_Pagani-etal_published.pdf

[21] https://www.linkedin.com/company/byggestopbevaegelsen/posts/?feedView=all

[22]https://www.mehralswohnen.ch/fileadmin/downloads/Publikationen/Broschuere_maw_engl_inhalt_def_181004.pdf

[23]https://world-habitat.org/world-habitat-awards/winners-and-finalists/south-south-cooperation-international-transfer-of-the-fucvam-model-of-mutual-aid-housing-cooperatives/#updates

[24] https://www.generationen-wg-berlin.de/personen-ab-60/

[25] https://www.lilac.coop/

[26] https://circularbuilt.be/real-life-projects/kuleuven-living-lab

[27] https://nieuwemeent.nl/en/

[28] https://www.amicsquartmon.org


 

Versione italiana a cura di Michel Cardito e Karl Krähmer, Collettivo Numega e Movimento per la Decrescita Felice.