Il Movimento per la Decrescita Felice aderisce al Manifesto per una transizione giusta nella moda.
Diritti dei lavoratori, riduzione della produzione, riparazione e riuso: non basta una moda più sostenibile, serve una moda che produca meno e duri di più. Il Movimento per la Decrescita Felice aderisce al Manifesto per una transizione giusta nella moda, promosso dalla Campagna Abiti Puliti, condividendone l’impegno per una trasformazione del settore capace di mettere al centro i diritti dei lavoratori, la dignità del lavoro ma soprattutto i limiti ecologici del pianeta.
Per il Movimento per la Decrescita Felice la transizione della moda non può limitarsi a rendere più efficiente o meno inquinante l’attuale sistema produttivo. La questione fondamentale è anche quanto produciamo, quanto acquistiamo e per quanto tempo utilizziamo gli abiti. La moda non può diventare sostenibile semplicemente sostituendo una materia prima con un’altra o rendendo più efficiente un processo produttivo. Se continuiamo ad aumentare i volumi prodotti e a sostituire rapidamente i nostri vestiti, rischiamo di intervenire sugli effetti senza mettere in discussione la causa del problema: un modello economico fondato sulla crescita continua dei consumi.
Tra i punti del Manifesto che consideriamo particolarmente importanti c’è la richiesta di ridurre i volumi di produzione senza ridurre il benessere dei lavoratori. Il documento propone infatti di superare il modello “prendi-produci-getta” e di orientare il settore verso prodotti di maggiore qualità e durata. Soprattutto, afferma un principio fondamentale: la riduzione della produzione non deve tradursi in perdita di posti di lavoro o peggioramento delle condizioni di chi lavora nella filiera. Ridurre la produzione materiale non significa necessariamente ridurre il benessere, questa è una questione centrale nella proposizione di un cambio di paradigma in ottica decrescente. Una società capace di produrre meno beni può distribuire diversamente il lavoro, ridurre gli orari, migliorare i salari e rafforzare le attività di manutenzione, riparazione, riuso e cura. La riduzione dei volumi deve essere una scelta governata e socialmente giusta, non una crisi che viene pagata dai lavoratori. Il punto è svincolare il benessere dalla crescita quantitativa della produzione.
Particolare importanza assume anche il principio del Manifesto dedicato alla durata dei capi e alla costruzione di un’economia della riparazione e del riuso. Riparazione, sartoria, scambio, noleggio e ricondizionamento non devono essere considerate attività marginali rispetto alla moda tradizionale, ma componenti essenziali di un nuovo sistema. È una prospettiva che il Movimento per la Decrescita Felice sperimenta già concretamente attraverso le attività dei propri circoli territoriali, che organizzano swap party e iniziative di scambio demercificato di abiti insieme ad altre associazioni e realtà locali.
Uno swap party non è soltanto un modo per dare una seconda vita a un vestito. È una piccola esperienza di economia della condivisione: dimostra che per soddisfare un bisogno non è sempre necessario produrre e acquistare qualcosa di nuovo. In questa prospettiva, allungare la vita dei prodotti diventa una vera politica di riduzione della produzione, non soltanto una buona pratica individuale.
Il Manifesto pone inoltre l’accento sulla cultura del consumo. Pubblicità, social media e comunicazione commerciale contribuiscono infatti a costruire l’idea che ciò che possediamo sia rapidamente superato e debba essere sostituito. Per il Movimento per la Decrescita Felice, una transizione della moda deve intervenire anche su questo piano. Non possiamo chiedere alle persone di consumare responsabilmente e contemporaneamente mantenere un sistema pubblicitario che trasforma continuamente la novità in un bisogno. La sostenibilità passa anche dalla capacità di cambiare l’immaginario: dobbiamo tornare a considerare un valore la durata, la qualità, la riparazione e la storia di un capo. Il vestire, del resto, non è soltanto consumo. È cultura, identità, creatività, relazione. Un abito può essere modificato, riparato, tramandato, scambiato e reinterpretato. La sua vita non deve necessariamente terminare quando termina il primo rapporto commerciale.
Con la propria adesione, il Movimento per la Decrescita Felice intende quindi sostenere il Manifesto non soltanto come documento sui diritti nella filiera tessile, ma come occasione per aprire una discussione più ampia sul modello economico e culturale della moda.
Una transizione giusta dovrebbe puntare a:
- ridurre i volumi complessivi di produzione, senza scaricare i costi della transizione sui lavoratori;
- garantire salari dignitosi, sicurezza e diritti lungo tutta la filiera; – progettare abiti durevoli, riparabili e riutilizzabili;
- rendere riparazione, riuso, scambio, rivendita e noleggio pratiche normali e accessibili;
- contrastare sovrapproduzione ed eccedenze alla fonte;
- rafforzare le economie locali della riparazione e del riuso;
- affrontare il ruolo della pubblicità nella costruzione del consumo usa e getta;
- riconoscere il valore culturale e sociale del vestire, oltre quello puramente commerciale.
L’adesione al Manifesto vuole quindi essere anche un invito al confronto con la Campagna Abiti Puliti e con tutte le organizzazioni impegnate per una trasformazione del settore. La domanda che dobbiamo porci non è soltanto come produrre vestiti in modo più sostenibile, ma quanti vestiti abbiamo davvero bisogno di produrre. Una transizione giusta nella moda, per noi, è quella che riesce a garantire più diritti e più benessere producendo meno, facendo durare di più ciò che già esiste e restituendo valore alle persone, alle comunità e alle relazioni.
La Clean Clothes Campaign è un network globale composto da oltre 220 organizzazioni della società civile e del mondo sindacale, in più di 45 paesi, che collaborano attraverso quattro coalizioni in Europa e Asia. Lavora con organizzazioni e campagne gemelle in Nord e Centro America, in Africa e in Australia.


