Suolo, Data Center e Diritto alla Città Ecologica

da | 1 Ott 2026

Di Giuseppe Massaro.


La corsa ai data center rende visibile una contraddizione centrale del nostro tempo: la digitalizzazione sembra un processo inevitalibile ed immateriale, ma dipende da scelte concrete e strutture fisiche: edifici, reti elettriche, acqua, strade, sistemi di raffreddamento e grandi superfici di terreno. La domanda, quindi, non è più soltanto se questi impianti siano utili, ma:

  • Chi sostiene i loro costi ambientali e sociali?
  • Chi ne ricava i benefici?
  • Attraverso quali processi decisionali viene scelta la loro localizzazione?

Come Movimento crediamo che la difesa del suolo non coincida con un rifiuto a prescindere verso le nuove tecnologie. Significa piuttosto chiedersi quale tecnologia sia compatibile con città più vivibili, territori più connessi e comunità dotate di un vero potere decisionale. È il passaggio necessario per iniziare a parlare di città giuste piuttosto che di città efficienti.

Tuttavia, nel caso dell’intelligenza artificiale generativa e dei mega-data center, la posta in gioco sembre fare eco alla direzione stessa del nostro modello di sviluppo: ha senso costruire un futuro in cui una quota crescente di energia, suolo e acqua viene sottratta alle comunità per alimentare server che producono testi, immagini e previsioni per poche piattaforme globali con la parvenza di una democraticità di accesso per tutte e tutti?

Il suolo, questo sconosciuto.

Il Rapporto ISPRA-SNPA 2025 definisce il suolo come una risorsa vitale, limitata, non rinnovabile e insostituibile. Un suolo sano produce alimenti, assorbe e filtra l’acqua, immagazzina carbonio, mitiga gli eventi estremi, sostiene la biodiversità e contribuisce al benessere delle persone. Quando viene coperto da cemento, asfalto o altre superfici artificiali, queste funzioni vengono ridotte o perdute.

In Italia, tra il 2023 e il 2024, sono stati consumati 83,7 km² di suolo, equivalenti a oltre 2,7 metri quadrati al secondo. Il consumo netto, sottraendo le superfici recuperate o rinaturalizzate, è stato di 78,5 km². Il recupero è rimasto marginale: circa 5 km², una quantità del tutto insufficiente a compensare le nuove trasformazioni.

Nel 2024 le superfici artificiali occupavano il 7,17% del territorio nazionale. Il dato italiano è significativamente superiore alla media europea, che il rapporto indica nel 4,4%. Le regioni più artificializzate sono Lombardia, con il 12,22%, Veneto, con l’11,86%, e Campania, con il 10,61%.

La crescita non riguarda soltanto le grandi città. Dal 2006 al 2024 il consumo di suolo è aumentato nel 98% dei comuni italiani. Nell’ultimo anno circa due terzi dei comuni hanno registrato nuove superfici artificiali. Il fenomeno, dunque, è una dinamica strutturale che interessa città, periferie, pianure agricole, aree industriali e territori rurali.

Il consumo di suolo produce almeno cinque conseguenze principali:

  • riduce la capacità del terreno di assorbire l’acqua piovana, aumentando il rischio di allagamenti
  • elimina o frammenta habitat e corridoi ecologici
  • sottrae terreni all’agricoltura e alla produzione alimentare locale
  • contribuisce all’aumento delle temperature nelle aree urbanizzate
  • fa perdere servizi ecosistemici il cui valore economico è stimato da ISPRA tra 8,66 e 10,59 miliardi di euro all’anno.

Tra il 2023 e il 2024, 1303 ettari sono stati consumati in aree a pericolosità idraulica media e 607,4 ettari in aree a pericolosità da frana. Non si tratta solo di una questione paesaggistica: costruire in zone esposte significa aumentare la vulnerabilità futura di persone, infrastrutture e bilanci pubblici.

Il rapporto evidenzia inoltre che la differenza di temperatura tra aree urbane e zone rurali può superare i 10 °C, soprattutto nel Nord Italia. Nei contesti urbani di pianura, una copertura arborea superiore al 50% può ridurre la temperatura del suolo fino a 2,2 °C rispetto alle aree con meno alberi. Per questo il verde urbano non è un elemento decorativo. È una vera infrastruttura di salute pubblica: ombreggia, raffresca, assorbe acqua, migliora la qualità dell’aria e offre spazi di incontro.

Consumo di suolo e vivibilità.

Una nuova superficie edificata non aggiunge soltanto un edificio: può richiedere strade, parcheggi, cabine elettriche, elettrodotti, sistemi di drenaggio, recinzioni e nuove connessioni viarie. Il risultato può essere una città più estesa ma non necessariamente più abitabile.

Il Rapporto ISPRA descrive un sistema urbano caratterizzato da due tendenze simultanee: densificazione degli spazi già urbanizzati e dispersione ai margini della città, su aree agricole e naturali. Questa crescita frammentata rende più difficile garantire servizi pubblici, trasporto collettivo, spazi verdi e manutenzione delle infrastrutture.

La città dispersa produce inoltre maggiore dipendenza dall’automobile. Le abitazioni, i luoghi di lavoro, i servizi e gli spazi commerciali vengono separati; aumentano le distanze e diventano più costosi il trasporto pubblico, la raccolta dei rifiuti, la manutenzione delle strade e la fornitura dei servizi essenziali. Nelle aree periferiche il verde residuo può essere percepito come “vuoto” o come riserva edificabile. Ma quello spazio può avere un valore collettivo molto maggiore del suo valore fondiario: può essere terreno agricolo, area di drenaggio, corridoio ecologico, luogo di socialità.

L’Italia e l’Europa.

Il 7,17% di suolo artificiale in Italia, contro una media europea del 4,4%, richiede una spiegazione che non può essere ridotta alla densità demografica. L’Italia non è il Paese più popoloso dell’Unione e una parte consistente della sua crescita edilizia è avvenuta anche in territori con popolazione stabile o in diminuzione. Perchè?

Una prima causa è la forma insediativa italiana: molte città sono circondate da una fascia periurbana densa, composta da piccoli comuni, aree produttive, capannoni, infrastrutture commerciali e abitazioni a bassa densità. Il consumo non avviene sempre attraverso l’espansione di una grande metropoli, ma attraverso la somma di numerose trasformazioni locali.

Una seconda causa è l’assenza di una legge nazionale vincolante sul consumo di suolo. La pianificazione è stata affidata soprattutto a Regioni e Comuni, con norme e livelli di tutela differenti. La vicenda della proposta di legge nazionale approvata alla Camera nel 2016 e poi arenatasi mostra quanto sia difficile trasformare la tutela del suolo in una priorità politica stabile.

Una terza causa, collegata alla precedente, è legata ai Comuni, soprattutto quelli piccoli, che possono essere incentivati a considerare la trasformazione del suolo come una fonte immediata di risorse, anche quando i costi ambientali e infrastrutturali ricadono sul territorio nel lungo periodo. Un terreno edificabile può infatti generare entrate attraverso oneri urbanistici, imposte e valorizzazioni immobiliari. 

Data center: non solo suolo.

Un Data Center è un’infrastruttura fisica che ospita server, sistemi di archiviazione e rete, impianti elettrici, generatori di emergenza e sistemi di raffreddamento. Il cloud, l’intelligenza artificiale, lo streaming, i servizi bancari online e molte funzioni della pubblica amministrazione dipendono da questi edifici.

Secondo i dati riportati nel rapporto presentato all’ISTAT, in Italia sono operativi oltre 186 data center, con una capacità IT di 513 MW; la provincia di Milano concentra quasi metà della capacità nazionale e circa l’80% delle strutture è localizzato nel Nord Italia.

Il rapporto ISPRA rileva che nel solo 2024, considerando gli interventi più significativi, l’espansione dei data center ha occupato oltre 37 ettari. La concentrazione prevalente è nelle aree settentrionali. Se si escludono le nuove aree di cantiere, il consumo permanente rappresenta il 35% del totale, soprattutto attraverso edifici, piazzali pavimentati e strade.

Il dato va letto con attenzione: 37 ettari non rappresentano l’intero impatto territoriale del settore e non sono direttamente confrontabili con la totalità del consumo di suolo nazionale. Mostrano però che i data center sono ormai una componente riconoscibile delle nuove trasformazioni territoriali.

Data Center: I principali impatti.
  • Suolo: edifici, piazzali, parcheggi, viabilità interna, cabine e infrastrutture di connessione possono impermeabilizzare il terreno e frammentare gli spazi aperti.
  • Energia: server e sistemi di raffreddamento funzionano senza interruzione e richiedono una disponibilità elettrica continua.
  • Acqua: alcuni sistemi di raffreddamento consumano acqua; il fabbisogno dipende dalla tecnologia utilizzata, dal clima e dal progetto.
  • Territorio: elettrodotti, sottostazioni, generatori, rumore, recinzioni e impatto visivo incidono sulla vita degli abitanti.

Il rapporto presentato all’ISTAT segnala che un singolo data center può sottoporre le reti locali a una pressione paragonabile, per elettricità e acqua, a quella di un comune di circa 30.000 abitanti. Non significa che ogni impianto consumi esattamente quanto un comune di queste dimensioni, ma dà un ordine di grandezza utile per capire la sproporzione tra il luogo che ospita e l’impianto stesso.

Esiste una correlazione tra la localizzazione dei data center e le aree considerate “sacrificabili”? 

I dati non indicano chiaramente che ogni progetto venga deliberatamente collocato in territori depressi. Tuttavia, emerge una tendenza strutturale: i grandi impianti cercano terreni ampi, relativamente economici, vicini alla rete elettrica e sufficientemente connessi alla fibra. Queste condizioni ricorrono spesso nelle aree periurbane, agricole o industriali dei territori metropolitani. Sono zone che appaiono periferiche rispetto alla città centrale, ma che hanno un’importanza ecologica e sociale decisiva.

Nel caso della Lombardia, i data center si inseriscono in un paesaggio già segnato da capannoni, logistica, autostrade, tangenziali, elettrodotti e urbanizzazione diffusa. Il rischio è che ogni nuova infrastruttura venga considerata marginale perché “il territorio è già compromesso”. Ma proprio nei paesaggi saturi gli ultimi spazi aperti possono essere quelli più importanti per raffrescare, drenare e mantenere continuità ecologica.

L’inchiesta di Irpimedia documenta i casi di Bornasco, in provincia di Pavia, e Arcene, in provincia di Bergamo. A Bornasco un progetto riguarda un’area di circa 165.000 metri quadrati; il sito è vicino a una rete elettrica ad alta tensione e il comitato locale ha presentato 18 osservazioni, contestando la compatibilità urbanistica dell’intervento. Ad Arcene viene descritto un progetto da circa 50.000 metri quadrati di superficie lorda su un’area agricola di circa 233.000 metri quadrati.

In entrambi i casi il conflitto riguarda non solo il data center, ma il modello decisionale: un terreno agricolo o verde viene trattato come un’opportunità di valorizzazione, mentre i vantaggi per il Comune vengono quantificati in oneri urbanistici, imposte e opere pubbliche. Questa dinamica può trasformare un comune piccolo in un luogo di passaggio per investimenti globali, senza che la comunità abbia necessariamente strumenti adeguati per valutare gli effetti complessivi.

Il punto decisivo è la differenza tra classificazione formale e realtà fisica. Un terreno può essere classificato come industriale, pur essendo oggi coltivato o verde. Dal punto di vista amministrativo potrebbe non risultare “suolo agricolo”; dal punto di vista ecologico, però, continua a svolgere funzioni di suolo vivo. Questo è uno dei nodi della giustizia ambientale: la protezione non dovrebbe dipendere soltanto dalla categoria urbanistica assegnata a un terreno, ma anche dalle funzioni che quel territorio svolge per chi lo abita.

In Puglia la concentrazione di richieste di allaccio alla rete per data center (circa 7 GW su scala regionale, di cui oltre 2 GW riconducibili a un unico mega-hub) solleva interrogativi sulla sostenibilità di un modello che, secondo alcune stime, potrebbe assorbire una quota di energia pari al consumo elettrico annuo dell’intera regione. ll progetto Puglia Data Center Valley prevede, secondo le informazioni disponibili, più siti tra Bari e Brindisi. Tra le ipotesi figurano un impianto nell’area dell’ex Manifattura Tabacchi di Bari, un sito nell’area industriale di Brindisi e un grande campus denominato Italicum (Fonte: Annatina Fanigliulo).

La regione possiede condizioni attrattive per gli operatori: produzione eolica, disponibilità di aree industriali, collegamenti in fibra e cavi sottomarini. In questo contesto, una parte consistente dell’energia rinnovabile prodotta da eolico e fotovoltaico rischia di essere vincolata da contratti privati a lungo termine (PPA) al funzionamento dei server, invece di contribuire alla transizione ecologica locale e all’alleggerimento delle bollette. Il precedente della Georgia (USA), dove l’espansione incontrollata dei data center ha portato a rincari delle bollette, prolungamento dell’uso del carbone e del gas, e allarme per la contaminazione delle acque, offre un monito chiaro: in assenza di regole, i costi ambientali e tariffari rischiano di ricadere sul territorio, mentre i benefici occupazionali restano marginali. 

L’AI e la follia dei mega-data center

La spinta dietro molti dei nuovi data center non è più il cloud “generico”, ma l’intelligenza artificiale generativa: modelli come ChatGPT, Claude, Gemini e altri che richiedono una potenza di calcolo crescente e un flusso continuo di dati. Questa corsa all’AI sta trasformando i data center da infrastrutture di servizio a centri sempre più grandi ed energivori.

Negli Stati Uniti, dove il fenomeno è più avanzato, l’opposizione ai data center è diventata un tema trasversale, capace di unire ambientalisti, comitati locali, conservatori preoccupati per il consumo di suolo e di energia, e progressisti critici verso il potere delle Big Tech. Inchieste del Guardian mostrano come attivisti anti-data center si stiano candidando alle elezioni locali, ottenendo moratorie e persino divieti comunali e come il tema stia influenzando le primarie e le campagne elettorali.

Secondo sondaggi citati dal Guardian, circa il 70% degli americani si oppone alla costruzione di data center vicino a casa propria, e una larga maggioranza ritiene che i costi di queste infrastrutture superino i benefici. La critica non è solo “nimby”: è una messa in discussione del modello di sviluppo dell’AI, percepito come un progetto deciso da pochi attori globali, con impatti locali enormi e benefici incerti per le comunità.

Come possiamo organizzarci?

La mobilitazione contro un data center richiede competenze diverse: urbanistiche, ambientali, energetiche e giuridiche. Gli esempi lombardi mostrano però alcune azioni concrete.

  • Costruire un comitato locale. Il primo passo è riunire residenti, agricoltori, associazioni, gruppi ambientalisti, tecnici e amministratori. La rete lombarda dimostra l’utilità di collegare vertenze diverse: un singolo comune può avere difficoltà a confrontarsi con un operatore internazionale, mentre una rete può condividere informazioni, consulenze e strategie (radiondadurto).
  • Ottenere gli atti. Le richieste di accesso agli atti e di accesso civico consentono di trasformare il dibattito da una contrapposizione di opinioni a una verifica documentale.
  • Presentare osservazioni. A Bornasco il comitato ha presentato 18 osservazioni sul piano attuativo, contestando tra l’altro la destinazione dell’area e la compatibilità del progetto con il piano urbanistico.
  • Chiedere una valutazione cumulativa. Un progetto non dovrebbe essere valutato isolatamente. Se nella stessa provincia esistono più richieste di connessione o più infrastrutture energivore, occorre chiedere di considerare l’effetto complessivo su rete elettrica, acqua, suolo, paesaggio e comunità. Nel Bresciano, le assemblee cittadine sono nate anche dal timore che la somma delle richieste di allaccio possa produrre una pressione sproporzionata rispetto alle dimensioni dei comuni coinvolti. (Fonte: radiondadurto))
  • Pretendere alternative brownfield. La richiesta più importante non è necessariamente “nessun data center in assoluto”, ma “nessun nuovo consumo di suolo vergine finché esistono alternative già urbanizzate”. Il rapporto presentato all’istat indica la riconversione dei siti brownfield come un’opportunità per ridurre il consumo di suolo vergine e rigenerare aree degradate.
  • Organizzare assemblee pubbliche. Le assemblee di Travagliato, Roncadelle e Manerbio nel Bresciano mostrano una modalità semplice ma essenziale: informare prima di decidere. Confrontare operatori, tecnici, amministratori, università e cittadini permette di rendere visibili i dati che normalmente restano separati.
  • Collegare la vertenza alla pianificazione territoriale. La battaglia non dovrebbe concentrarsi esclusivamente sul singolo edificio. Occorre chiedere una pianificazione sovracomunale che stabilisca dove gli impianti possono essere costruiti, quali aree sono escluse, quale limite complessivo di potenza può sostenere una zona, quali standard energetici e idrici devono essere rispettati, quali compensazioni sono obbligatorie, chi controlla i consumi dopo l’apertura, che cosa accade se gli impegni non vengono rispettati.

Dalla città efficiente alla città giusta

In passato MDF ha messo in discussione l’idea che basti rendere più efficienti le infrastrutture per ottenere una città sostenibile. L’efficienza è importante, ma può essere insufficiente se aumenta il numero complessivo degli impianti, dei consumi e delle superfici trasformate. La proposta invece di ragionare su bisogni, limiti, distribuzione e qualità della vita applicata ai data center, produce alcune domande precise:

  • Quale quantità di infrastruttura digitale è effettivamente necessaria?
  • Chi utilizza la capacità di calcolo e chi paga l’energia richiesta?
  • Quanta acqua può essere destinata a un impianto in territori soggetti a siccità?
  • Quali benefici rimangono davvero agli abitanti?
  • È stata valutata prima la rigenerazione di aree dismesse?
  • Il calore prodotto può essere recuperato per abitazioni, serre o industrie?
  • I dati sui consumi saranno pubblici e verificabili?
  • La popolazione ha potuto partecipare prima alla scelta del sito?

 

Una città più giusta non è una città priva di infrastrutture tecnologiche. È una città in cui le infrastrutture vengono subordinate alla salute, alla sicurezza, alla qualità degli spazi e all’interesse collettivo.

La questione dei data center obbliga a superare due semplificazioni opposte. La prima sostiene che ogni nuovo impianto sia automaticamente progresso e occupazione. La seconda considera ogni tecnologia digitale un nemico da rifiutare. C’è però un ulteriore livello di criticità: non si tratta solo di scegliere dove e come costruire, ma di chiedersi se questa direzione di sviluppo abbia un senso per le comunità e per il pianeta. Ha senso sacrificare suolo, energia e acqua per alimentare sistemi i cui benefici sono concentrati in poche mani e i cui rischi occupazionali, ambientali, democratici ricadono sulle comunità locali?

Questo significa in primis smettere di trattare il territorio come una superficie disponibile per chi arriva con più capitale. La difesa dell’ambiente non può prescnidere dal diritto ad una città ecologica: il diritto a respirare aria migliore, attraversare spazi verdi, non vivere accanto a rumori continui, avere acqua e infrastrutture sufficienti, partecipare alle decisioni e non vedere il proprio territorio trasformato in funzione di bisogni definiti altrove.