L’iniziativa 1% equo nasce dentro una domanda politica reale e non più eludibile: chi beneficia di più della struttura economica attuale deve contribuire in misura maggiore al bene comune. In questo senso, la proposta di tassare i grandi patrimoni va nella direzione giusta, perché prova a riequilibrare un sistema fiscale che oggi grava molto di più su lavoro, consumi e redditi medio-bassi che sulla ricchezza accumulata.
Dal punto di vista sociale, il merito dell’iniziativa è evidente. In un Paese segnato da disuguaglianze crescenti, salari stagnanti, crisi abitativa e servizi pubblici sotto pressione, chiedere un contributo aggiuntivo all’1% più ricco significa affermare un principio semplice: chi ha molto può e deve restituire una parte maggiore alla collettività. Inoltre, l’idea di destinare il gettito a sanità, istruzione, casa, tutela ambientale e sostegno al reddito rende la proposta politicamente comprensibile e socialmente appetibile.
C’è però anche un punto critico importante. Una tassa patrimoniale, da sola, non risolve le cause strutturali della disuguaglianza né affronta il nodo della dipendenza dalla crescita economica come unica misura del benessere. La nostra posizione, nel Patto Post-Crescita per l’Italia, richiama infatti la necessità di politiche più ampie: redistribuzione si, ma anche riduzione delle pressioni su lavoro e ambiente, rafforzamento dei beni comuni, cambiamento dei modelli di produzione e consumo. Se la discussione si ferma alla sola tassazione dei ricchi, il rischio è trasformare una misura di giustizia in una soluzione simbolica, incapace di incidere sulle radici del problema.
La proposta ha un valore politico rilevante, soprattutto perché riapre il dibattito su una fiscalità più equa e progressiva, oggi spesso bloccato da retoriche che proteggono i grandi patrimoni e scaricano i costi della crisi sulla maggioranza della popolazione. Ma, per essere davvero coerente con una visione di giustizia ecologica e sociale, deve essere inserita in un quadro più ampio: non solo tassare di più chi ha di più, ma ridurre la dipendenza del Paese da crescita quantitativa, disuguaglianza e consumo eccessivo di risorse.
In altre parole, “1% equo” può essere un buon inizio, ma non può essere il punto di arrivo. È una misura utile se diventa parte di un cambiamento più profondo: un fisco più progressivo, servizi pubblici più forti, meno pressione sul lavoro, più equità territoriale e una vera transizione verso una società post-crescita.
Ad ogni modo, potete firmare la petizione qui.


